mercoledì 25 Novembre 2020

Metano, le emissioni da petrolio e gas sottostimate del 40%

impianto estrazione petrolio

Secondo uno studio dei ricercatori dell’Università di Rochester negli Stati Uniti, l’impatto sul clima delle compagnie del petrolio e del gas è stato finora sottovalutato. La sottostima del quantitativo di emissioni di metano da combustibili fossili sarebbe addirittura pari al 40%. Non è una percentuale di poco conto, considerato che nell’arco di un ventennio il metano sprigiona un effetto serra circa 80 volte più potente rispetto a quello del biossido di carbonio e che contribuisce almeno per il 25% al riscaldamento globale.

Per arrivare a queste conclusioni il team di ricercatori dell’Università di Rochester ha esaminato i livelli di metano nell’era preindustriale, riferiti dunque a circa 300 anni fa, analizzando un campione di aria rimasto “intrappolato” in una tonnellata di ghiaccio della Groenlandia. I risultati degli esami, pubblicati sulla rivista scientifica Nature, dicono che la quota di metano da combustibili fossili rilasciata in atmosfera sarebbe superiore del 25-40% rispetto a quella che è stata finora stimata.

Questo studio aumenta il sospetto che le società che investono sullo sfruttamento dei combustibili fossili non stanno facendo quanto sarebbe invece necessario per mitigare l’impatto delle loro attività sul clima. Un sospetto che negli scorsi anni era già stato alimentato da un altro studio, in base al quale le emissioni di metano provenienti dagli impianti petroliferi e di gas degli Stati Uniti sarebbero in realtà superiori addirittura del 60% rispetto a quanto riferito all’Agenzia per la protezione ambientale statunitense.

A essere sottodimensionati non sono solo gli effetti delle attività ordinarie, ma anche quelli degli incidenti collegati all’estrazione di combustibili fossili. Ad esempio un’esplosione in un giacimento di gas naturale nell’Ohio nel 2018, rispetto a cui la società titolare aveva dichiarato di essere in possesso di dati certi sull’entità della perdita, ha in realtà provocato in tre settimane un rilascio nell’area di più metano di quanto ne avessero rilasciato nell’arco di un intero anno le società di petrolio e gas di Francia, Norvegia e Paesi Bassi. Si è trattato dunque di una catastrofe enorme, e non un intoppo di percorso, come hanno dimostrato dodici mesi dopo l’accaduto i dati satellitari forniti dall’Agenzia spaziale europea.

Ad aggravare la situazione sono poi anche le attività estrattive di fracking (fratturazione idraulica). Lo dimostra il fatto che i livelli di metano immessi in atmosfera, stabilizzatisi a inizio anni Duemila, sono letteralmente impennati negli ultimi vent’anni proprio a causa del boom di questa tipologia di estrazione di idrocarburi dal sottosuolo negli Stati Uniti. Il tutto nonostante il fracking continui a essere sponsorizzato come un’attività estrattiva meno inquinante rispetto a quelle tradizionali, poiché produce emissioni di carbonio minori rispetto alle estrazioni convenzionali di petrolio o carbone.

“L’adozione di normative più rigorose in materia di emissioni di metano nell’industria dei combustibili fossili avrà il potenziale di ridurre il futuro riscaldamento globale in misura maggiore di quanto si pensasse in precedenza”, ha affermato Benjamin Hmiel, coordinatore dello studio. “Il metano è importante da studiare perché se apportiamo delle modifiche alle nostre attuali emissioni di metano, ciò si rifletterà sul pianeta in tempi rapidi”.

 

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