Mesopotamia sommersa

Dopo un 2018 estremamente siccitoso, in primavera l’acqua del Tigri e dell’Eufrate è tornata in abbondanza. Oggi i dati danno una sommersione per oltre l’86% dell’intera superficie delle paludi. Nel 2009 era del 23%

fiume EufrateTESTO E FOTO DI DAVIDE TOCCHETTO

Il 2019 è un anno fortunato per la Mesopotamia. Durante la scorsa primavera l’acqua è entrata nelle paludi in abbondanza dopo un anno, il 2018, estremamente siccitoso. Molte aree dei 5.500 chilometri quadrati non vedevano l’acqua da almeno quattro anni. Ora, invece, vi fluisce con intensità. L’ecosistema intero ne trae beneficio come pure la popolazione che basa le sue millenarie attività sui frutti di questa terra: la pesca, l’allevamento dei bufali d’acqua, lo sfalcio della vegetazione palustre. Un popolo, quello degli arabi delle paludi, che continua a vivere nei mudhif, le tradizionali abitazioni realizzate con gli steli di Phragmites australis legati in fasci colonnari. Pianta dalla quale ricavano anche cibo per i bufali, paglia per il letame, fuoco e, assieme a Typha latifolia, stuoie per le pareti e i pavimenti dei mudhif stessi.
Dal 2003, anno della re-immissione dell’acqua nelle paludi dopo il drenaggio bellico compiuto da Saddam, ci sono state tre annate particolarmente siccitose: 2009, 2015 e 2018. Non sono solo i cambiamenti climatici la causa di queste siccità. L’Iraq è infatti l’ultimo Stato che il Tigri e l’Eufrate attraversano. I due fiumi, che delimitano da millenni la Mesopotamia, riforniscono le paludi in modalità e quantità diverse. Il Tigri è alimentato a nordest dalle zone montuose e dall’Iran grazie a un autunno particolarmente piovoso, e immette le sue acque lungo il margine orientale. L’acqua dell’Eufrate entra invece nelle Marshland, da sud, grazie ai manufatti idraulici realizzati nel 2003. Questo fiume, sebbene ricco di acqua, soffre pesantemente delle trattenute idrauliche operate nelle numerose dighe in Siria e in Turchia. I dati attuali danno una sommersione per oltre l’86% dell’intera superficie delle paludi, di gran lunga superiore rispetto al minimo storico del 23% registrato nel novembre 2009. Nel periodo estivo questa grande quantità di acqua garantisce una riserva sotterranea di umidità, e il proseguire degli equilibri fra natura e attività umane che vi risiedono.
Il complesso sistema di flusso delle acque nelle paludi è gestito dal Center for the restoration of iraqui marshes and wetlands (Crimw), che mediante manufatti e opere idrauliche realizzate nel 2003 permette di immettere le acque dei due fiumi anche nelle aree più remote delle Marshland, altrimenti destinate a restare aride. Percorrendo la strada che collega Bassora a Nassiryia si incontrano numerosi nuovi ponti, al di sotto dei quali l’acqua passa energicamente dall’Eufrate alle paludi. «È un buon segno questo», dice Jassim Al Asadi, direttore di Nature Iraq, l’ong che gestisce le attività ambientali nel Paese, mentre accompagna Nuova Ecologia nella zona di confine fra la Central Marsh e le Hammar Marsh, poste più a sud. «L’acqua entra nelle paludi, c’è molta acqua» ripete dopo ogni ponte attraversato. Fa notare, entusiasta, che la gente pesca seduta sulle sponde dei manufatti, che i bufali si muovono autonomamente, che le persone si spostano con le barche. E che i bambini, finalmente, giocano e si tuffano. Un popolo quello iracheno che, come le sue paludi, sta vivendo dei momenti di normalità. Lungo la superstrada che collega Nassiryia a Baghdad il traffico è veloce e intenso. La gente si sposta sia per lavoro che per turismo. Proprio quest’ultimo sta vivendo un nuovo inizio. Sono infatti molti i viaggi organizzati per portare le nuove generazioni a visitare i principali siti archeologici del Paese. A Babilonia sono tante le giovani coppie e le famiglie che passeggiano fra le rovine di uno dei più importanti siti archeologici del mondo, da poco proclamato dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Babilonia è una dimostrazione eccezionale, e universale, di un’importante civiltà del passato, testimonianza con i suoi resti di una delle sette meraviglie del mondo e riferimento concreto di numerosi avvenimenti storici legati al Vecchio Testamento.
Sarà difficile tornare allo splendore dei tempi in cui Ur e Babilonia erano sede delle civiltà di riferimento per la società umana. Ma dopo la rivoluzione islamica, la guerra con l’Iran, il regime di Saddam e gli sconvolgimenti dovuti all’Isis, il tutto in meno di cinquant’anni, la situazione può soltanto migliorare.

Riemerge il palazzo di Kemune

Come lo scioglimento dei ghiacciai dolomitici ha riportato alla luce i segni del passato, dall’uomo di Similaun ai resti umani e materiali della prima guerra mondiale, così la siccità del Tigri del 2018 ha permesso di avviare gli scavi archeologici lungo le rive del fiume a ridosso della diga di Mosul. Il Palazzo di Kemune costruito sotto l’impero dei Mittani, circa tremila anni fa, era stato sommerso in seguito alla costruzione della diga negli anni Ottanta. Gli scavi hanno portato alla luce numerose stanze del Palazzo, la terrazza che lo sosteneva sulla sponda del fiume e numerosi altri ritrovamenti, fra cui i dipinti sulle pareti e delle tavolette di argilla con scrittura cuneiforme. Materiale ora allo studio dell’equipe di archeologi curdi e tedeschi che stanno operando nel sito.

Un po’ d’Italia a Mosul

Nel 2016 la Trevi spa, ditta di Cesena, si è aggiudicata i lavori per la messa in sicurezza della diga di Mosul. L’infrastruttura fornisce l’approvvigionamento di acqua per l’interno governatorato di Ninive e per le regioni circostanti situate nella parte settentrionale dell’Iraq. Costruita su un letto di argilla e gesso, la diga è entrata in funzione nel 1984. Da allora, però, non è mai stata pienamente stabile. Gli interventi condotti dagli ingegneri iracheni per arginare l’erosione delle sue fondamenta sono stati ostacolati durante il 2014, anno dell’ascesa in Iraq dello Stato Islamico di Abu Bakr Al Baghdadi. Il cedimento della diga avrebbe messo in pericolo la vita di circa un milione e mezzo di persone, seminando devastazioni per oltre 450 km lungo il fiume Tigri e frenando in modo brusco la già falcidiata economia di quest’area del Paese. Per evitare questo scenario, e tutelare la commessa di Trevi (pari a oltre 270 milioni di euro) garantendo l’incolumità dei suoi ingegneri, tecnici e operai, l’esercito italiano ha inviato a Mosul 450 militari. La missione si è conclusa lo scorso marzo con la consegna delle chiavi della Task Force Praesidium a un contingente americano. Trevi si appresta a terminare i lavori.