mercoledì 19 Gennaio 2022

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Cure da antologia

Dal mensile – Quattordici autori celebrano i cinquant’anni di Medici senza frontiere donando un racconto per il libro “Le ferite”. Una delle scrittrici, Antonella Lattanzi, spiega perché “bisogna cercare la vitalità anche nel dolore”

Sette grandi scrittori e sette grandi scrittrici celebrano con un racconto i cinquant’anni di Medici senza frontiere (Msf), l’organizzazione non governativa impegnata a curare le ferite degli “altri”: chiunque siano, ovunque si trovino. E proprio Le ferite si chiama lo splendido libro, a cura di Caterina Bonvicini e pubblicato da Einaudi, che raccoglie questi quattordici racconti. Tutti gli autori e le autrici hanno ceduto gratuitamente i loro lavori, la curatrice ha rinunciato al suo compenso e l’editore devolverà l’utile del progetto. Chi acquisterà il libro – speriamo tanti – farà insomma un doppio regalo, per sé e per Medici senza frontiere. «Ancora oggi quello che facciamo è prima di tutto curare ferite, del corpo e dell’anima – dice Claudia Lodesani, presidente di Msf Italia – Ma dietro ogni ferita c’è la gioia di ogni guarigione». Sarebbe un torto non nominare, in rigoroso ordine alfabetico, tutti gli scrittori coinvolti: Marco Balzano, Diego De Silva, Donatella Di Pietrantonio, Marcello Fois, Helena Janeczek, Jhumpa Lahiri, Melania G. Mazzucco, Rossella Milone, Marco Missiroli, Evelina Santangelo, Domenico Starnone, Sandro Veronesi, Hamid Ziarati. A questo elenco manca un nome, quello della scrittrice che abbiamo scelto di intervistare: Antonella Lattanzi, barese di nascita e romana di adozione, classe ’79, che per Le ferite ha scritto un racconto intitolato “Chiara”.

Perché ha accettato di donare un suo racconto e partecipare all’iniziativa di Einaudi per festeggiare i 50 anni di Medici senza frontiere?

Antontella Lattanzi

L’idea di fare qualcosa completamente per gli altri mi ha convinto non appena mi è stata proposta da Caterina Bonvicini, l’ideatrice e la curatrice di questa antologia. È quello che la scrittura dovrebbe essere sempre: non un modo per stare rinchiusi dentro sé stessi ma per comunicare con gli altri, per cercare di dare qualcosa agli altri. Regalare poi il proprio lavoro a un’organizzazione così nobile, che salva le persone, mi sembra una delle funzioni più importanti che possa svolgere la letteratura. È per questo che sono onorata di essere parte di questa antologia.

È in buona compagnia…

Assolutamente sì. La cosa bella è che ognuno degli scrittori coinvolti ha dato il suo punto di vista, tirando fuori però il meglio di sé. Nessuno si è risparmiato. In tutti i racconti ho trovato un gran lavoro, una grande ricerca, un grande editing su sé stessi. E poi è una raccolta molto varia, che può permettere al pubblico di leggere autori che magari non conosceva. 

L’editore ha chiesto agli autori coinvolti di interpretare il tema della “ferita”. Lei ha raccontato l’amicizia fra due adolescenti su cui aleggia lo spettro della violenza domestica. Come nasce questa scelta?

Quando mi è stato spiegato il tema ho pensato immediatamente che non mi sarebbe piaciuto raccontare le ferite in modo “triste” ma lasciandole sullo sfondo. Tenendo in primo piano queste due ragazzine che fanno di tutto per non arrendersi al dolore. Al fatto che queste ferite così gravi, che entrambe si portano dentro da sempre, possano pregiudicare il loro futuro. C’è poi l’idea che se non si fossero incontrate, non si sarebbero salvate: avere questo rapporto esclusivo fra loro non le fa sentire sole nel dolore, perché molto spesso nel dolore ti senti solo e pensi che stai soffrendo solo tu.

Si sono salvate le due ragazze?

In quel momento lì, quando si innamorano l’una dell’altra, sì. Anche se una in maniera sessuale e sentimentale mentre l’altra forse soltanto in maniera sentimentale, o più semplicemente non riesce a superare un tabù così grande… Ma nell’adolescenza è molto più facile non scegliere qual è il tuo orientamento sessuale, se ne hai uno, due o se non ne hai nessuno e lo capisci man mano. Per me l’importante era che Chiara capisse la sessualità, e l’ha imparata sul campo: sul corpo e nella mente della persona di cui si è innamorata. Ha scoperto anche la differenza fra amicizia e amore, che prima pensava fossero la stessa cosa. Ecco, sicuramente in quel momento si sono salvate, ma non c’è nessuno che può salvarci per sempre, alla fine ti puoi salvare soltanto tu. Se però non ci fossero state l’una per l’altra probabilmente non sarebbero neanche diventate grandi.

Il rapporto fra le due protagoniste, che cercano di non parlare mai fra loro di ciò che accade nelle rispettive famiglie, dell’inferno in cui sono costrette, deve somigliare a quello fra gli adolescenti che vivono in contesti di guerra o povertà. “Far finta di nulla” per tentare di vivere più liberi possibile. Aveva anche questo aspetto in mente?

Ci sono due modi di affrontare il dolore: uno è sguazzarci dentro, sentirsi una persona danneggiata, che ha sofferto, a cui sono state inferte ferite ingiuste. E questa rabbia può segnarti per sempre, e il passato definire ogni tuo giorno anche nel presente. Un altro modo è rimuoverlo. Tante persone che conosco rifiutano il loro e quello degli altri. Io ho avuto un’educazione di primo tipo, quella che ti fa travolgere dal dolore, che ti fa sentire la donna più sfortunata del mondo. Prima non capivo le persone che rimuovono il dolore, ora le ammiro, perché se non diventa incapacità di empatia con gli altri è una grande difesa… Queste due ragazze, e come diceva lei tanti adolescenti nel mondo, hanno diritto alla propria ingenuità e al proprio divertimento nonostante quello che stanno vivendo. Questo mi sembra un grande slancio vitale e un insegnamento per tutti: non farsi sedurre dal dolore, ma cercare la vitalità anche nel dolore.

La sua carriera, dall’esordio con “Devozione” nel 2010, va a gonfie vele. Il suo ultimo romanzo, “Questo giorno che incombe”, ha appena ricevuto il premio intitolato a Elio Vittorini. Lavora come autrice per la tv e come sceneggiatrice per il cinema. Scrive saggi e traduce romanzi. Su che sta lavorando ora?

Su una sceneggiatura tratta da Una storia nera, il mio romanzo precedente, con il regista Leonardo D’Agostini e con Ludovica Rampoldi. Questo giorno che incombe dovrebbe inoltre diventare una serie tv, e stiamo cominciando a lavorare anche su questo fronte. Naturalmente ho in testa anche un nuovo romanzo, ma tra il dire e il fare… 

Un’ultima domanda, per tornare da dove siamo partiti: lei fa volontariato?

Quando ero “piccola” l’ho fatto per i tossicodipendenti nella mia città, Bari. Oggi mi piacerebbe tantissimo potermi imbarcare con Msf ma soffro il mal di mare. Quando ne ho parlato con loro mi hanno giustamente detto che “se devi essere aiutata, è più difficile aiutare”. Però mi piacerebbe davvero. L’idea che qualcosa che stai facendo possa cambiare la vita degli altri è bellissima.

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