giovedì 23 Settembre 2021

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Sinfonia della terra

Dal mensile“Earthphonia” è l’ultimo lavoro del fondatore dei Subsonica Max Casacci. Un disco, accompagnato da un libro, con otto tracce ricavate dalla sola manipolazione digitale di suoni della natura

Le presentazioni innanzitutto, per chi non dovesse sapere chi sia: Max Casacci è il fondatore e il chitarrista dei Subsonica, band di rock elettronico nata a Torino nella seconda metà degli anni ’90. Prima ancora era stato una colonna degli Africa Unite. Oggi è soprattutto un produttore musicale e un ingegnere del suono quotatissimo. Più in generale, è un artista vocato a progetti musicali innovativi. Come Glasstress (musica di vetro), un lavoro di ricerca sonora e sensoriale realizzato con Daniele Mana in una fornace di Murano. O La mia bici acustica, in cui ha trasformato in musica i suoni della bicicletta del campione di ciclocross Marco Aurelio Fontana. Un momento di svolta nella sua carriera è il coinvolgimento dal 2011 nei Deproducers, il collettivo musicale e di divulgazione scientifica formato insieme a Riccardo Sinigallia, Gianni Maroccolo e Vittorio Cosma. A metà dicembre è uscita la sua ultima fatica, la prima firmata come solista: un disco, accoppiato a un libro edito da Slow Food, le cui otto tracce sono esclusivamente ricavate dalla manipolazione digitale di suoni tratti dalla natura. Ogni traccia, un ecosistema. Non c’è nessuno strumento, niente musica elettronica. Earthphonia, così l’ha titolato, è di una bellezza monumentale. Ascoltando si fatica a credere che quei suoni appartengano davvero a un vulcano, a un alveare, alle profondità dell’oceano. Impossibile non provare stupore. In questa lunga intervista con Nuova Ecologia, Casacci è prodigo di aneddoti sull’album. Esplode dalla voglia di raccontare e condividere tutto quello che ha imparato nel lavorare con il dream team, come lo chiama lui, di scienziati, divulgatori, artisti e attivisti che l’hanno aiutato a portare a compimento questa “sinfonia della Terra”.

Come e quando è nato “Earthphonia”?

È da dieci anni che lavoro con i rumori e gli ambienti sonori ma solo da poco, e per caso, ho cominciato a farlo con i suoni della natura. La prima esperienza risale a una vacanza del 2018 sull’isola di Gozo, quando io e il mio amico Luca Saini veniamo a conoscenza di un luogo dove si troverebbero “strane pietre sonore”. Una volta individuata l’area, armati di attrezzature digitali, iniziamo a percuotere alcune grosse rocce con sassi raccolti a terra. Le rocce rispondono con un suono metallico, quasi liquido, e generano armoniche differenti a seconda del punto in cui vengono suonate. La vera magia si compie però quando quella stessa sera importo i file sul laptop e scopro che le pietre sono accordate fra loro, come strumenti di un’orchestra primitiva… È stato il mio stargate, sono state quelle pietre a tirarmi dentro questa storia.

E che cosa è successo dopo?

Dopo aver ascoltato quel brano – chiamato Ta’ Cenc, come la località – l’artista Michelangelo Pistoletto mi ha chiesto di lavorare sui suoni del torrente Cerva di Biella. Lo stesso che poi s’è ripreso la sua voce e la mia opera sonora (il 2 ottobre il torrente in piena ha portato via parte della struttura di Cittadellarte, la fondazione di Pistoletto, dov’era esposta l’installazione Watermemories, nda). Michelangelo non era interessato all’arte concettuale, voleva un pezzo che esprimesse trasporto emotivo. Una melodia. È per essere all’altezza di questa richiesta che per la prima volta ho trasformato un suono naturale in tessitura armonica, melodia e ritmo. Poi è stato l’Ente del Delta del Po a chiedermi di replicare l’esperienza per quella zona umida, ma quando stavo per partire il lockdown mi ha bloccato, così ho dovuto cominciare a lavorare con i suoni che mi venivano spediti: versi di uccelli, tuoni, vento… A quel punto, chiuso in casa come tutti e con tanto tempo davanti da destinare ai miei esperimenti, scatta qualcosa: mi rendo conto della potenza dei suoni che sto elaborando.

Con i Deproducers invece avete dato un suono alle piante tramite l’uso di strumenti tradizionali.

Per Botanica con i Deproducers abbiamo lavorato su due fronti: da un lato avevamo brani dal texture quasi geometrico, a rappresentare la perfezione biologica che le piante a volte manifestano anche nella loro fattezza estetica. Altri pezzi erano al contrario figli di improvvisazioni, di session interminabili. A esemplificare l’incontenibilità di una natura selvaggia, infestante. Ci sentiamo responsabili della tutela e della salvaguardia delle piante ma dovremmo sentirci responsabili esclusivamente della tutela e della salvaguardia delle condizioni ambientali che garantiscono la nostra sopravvivenza: noi sapiens non riusciremo mai a sradicare le piante. Ecco, quello con i Deproducers era un modo di interpretare la nostra relazione con il mondo vegetale.

Per “Earthphonia” ha compiuto il processo creativo opposto?

Sì, l’approccio è esattamente ribaltato. Per Earthphonia ero in balìa di ciò che trovavo, era una scoperta continua. Quando sono andato a Biella a cercare fra le sorgenti e le aree che il Cervo attraversa fino all’ingresso in città, collezionando i suoni che incontravo, cercavo di capire da dove partire. Dopo, quando spacchettavo le cartelle audio che mi arrivavano sugli oceani, mi sentivo come se stessi scartando un regalo: vediamo cosa abbiamo, che mi suggerisce la casualità… Ero sempre un passo indietro rispetto al processo creativo, in uno stato di smarrimento costante. Un’esperienza straordinaria

A fare da cerniera fra i due progetti c’è lo scienziato Stefano Mancuso, con cui dialoga nel libro che accompagna e “spiega” l’album. Quanto è stata importante la sua figura?

Tantissimo, l’ho conosciuto lavorando su Botanica e siamo diventati amici. Mi parlava dell’inizio dei suoi studi, quando analizzando il movimento delle radici aveva fatto una constatazione semplice ma sconvolgente: in presenza di un ostacolo queste deviano il loro percorso. Da lì ha cercato di capire come potessero accorgersi dell’ostacolo e ha intuito che utilizzano il suono. Dopo mesi di insistenza sono riuscito ad avere le registrazioni che aveva realizzato in uno spazio anecoico, cioè senza la contaminazione dei rumori della natura: è un suono che va ultra amplificato perché è quasi inudibile e somiglia incredibilmente a un disturbo digitale. L’ho lasciato intatto alla fine di Roots Wide Web e la casa discografica ha chiamato per dirmi che c’era un errore, voleva che lo togliessimo (ride). In questo brano la manipolazione è stata molto forte: con un campionatore granulare ho prima estratto una risonanza, poi ho costruito strumenti immaginari per restituire l’idea di una foresta guardata allo stesso tempo dall’alto e da sottoterra, dove si svolge l’attività cognitiva delle piante.

Il sostantivo che meglio descrive le sensazioni che si provano ad ascoltare il suo lavoro è “stupore”. È d’accordo?

“Stupore” è la parola chiave dell’album e anche una sorta di sotto testo. Un modo per approcciare gli ecosistemi da proteggere in modo differente. Non soltanto con l’ansia catastrofista ma con coinvolgimento emotivo, creando empatia nei confronti di ciò che si scopre. Una cosa che ti lascia stupefatto ti avvicina, ti incuriosisce, ti fa sentire partecipe. La vera voce narrante, sia per la musica che nel libro, è quella della magia e dello stupore. Una voce che affianca quella dell’ambientalismo, che prevede invece una serie di evidenze scientifiche e di scadenze di cui non si può non tenere conto.

È un esperimento che ripeterà?

Continuerò a lavorare espandendo Earthphonia. L’idea è creare degli incroci con la musica elettronica. Vorrei inoltre lavorare su versioni più lineari delle canzoni, rendendole adatte a meditare. In molti lo stanno già usando per questo, e lo trovo gratificante, ma a me ora sembra adatto solo a tratti. Prima però voglio lasciarmi il tempo di elaborare quello che ho fatto. Ho imparato tantissimo in quest’anno di lavoro e molte delle cose imparate le ho restituite fra le pagine del libro, anche grazie al dream team che mi ha accompagnato: Stefano Mancuso, Michelangelo Pistoletto, Vasco Brondi, Mariasole Bianco, Carlo Petrini, Mario Tozzi…

Ecco, il libro lo firma con Mario Tozzi. Com’è nata la vostra collaborazione?

Quando ancora non sapevo che avrei fatto un album, Mario è stata una delle figure che più mi ha incoraggiato. Avevo due tre pezzi pronti e attraverso un amico comune glieli faccio avere, volevo sapere se potevano essere utili alla causa ambientale. Ma non risponde. “Gli avrà fatto schifo”, penso, e ci metto una pietra sopra. Dopo un mese (ride) Mario inciampa nella mia email e mi risponde in modo sintetico ma con grande trasporto: “Questa roba è pazzesca, mi piace tantissimo, dobbiamo fare qualcosa”. Mi suggerisce di lavorare sul suono dei vulcani, mi dà i contatti di Mariasole Bianco di Worldrise per gli oceani… Da quell’incoraggiamento prendo fiducia: non sto facendo qualcosa che interessa solo me come sperimentatore. Trovo una casa discografica che però non è interessata al formato fisico, mentre io immaginavo di inserire un po’ di informazioni almeno nel booklet di un cd. Mi trovo a parlare di questo con un amico di Slow Food, che mi fa: “Guarda che lo pubblichiamo noi subito, e ne facciamo un libro”. Da un formato in via di estinzione arriviamo così a un oggetto pienamente contemporaneo, un iper libro. Quando Slow Food suggerisce l’utilità di una voce che possa fare da contrappunto, Mario di fatto era già dentro.

Perché ha sentito la necessità di inserire in “Terre alte”, l’ultima traccia di “Earthphonia”, le voci umane?

Non ne ho sentito la necessità fino a quando non ho trovato un buon motivo per farlo. L’elemento antropico è visto come un’intrusione negli equilibri della natura. Nel caso delle terre alte, invece, è proprio l’abbandono dell’uomo a essere un fattore di squilibrio. La mia formazione mi avrebbe portato a realizzare un pezzo intendendo la montagna come facciamo noi piemontesi: un luogo di silenzio, spirituale, di sfida. Ma le montagne non sono per forza silenziose, da altre parti mi arrivavano suggestioni diverse. Non potendo cercare suoni, sempre a causa del lockdown, mi è venuto in soccorso Carlo Petrini, che ha lanciato un appello ai coltivatori della sua rete: le voci che si ascoltano nel pezzo vengono da un mercato andino. Dalle Alpi e dagli Appennini mi sono invece arrivati i suoni dell’esperienza acustica più chiassosa e ipnotica che si possa fare: la transumanza. Trovarsi in mezzo a quelle centinaia di campanelli che suonano all’unisono ti stordisce. È così che il pezzo è diventato una specie di cumbia di montagna (ride).

Appena si potrà, porterà questo progetto in tour?

Certamente. Ho già fatto qualche esperimento mescolando il suono della natura con quelli delle città, di cui ho molto materiale. L’ho fatto nei parchi e anche nelle piazze, durante le manifestazioni a Torino di Friday for Future e di Extinction Rebellion. Ora sto valutando di provare a incrociare le esperienze e di proporre sul palco un dialogo, magari con le testimonianze dei ragazzi a presentazione dei vari brani. Una versione di Earthphonia più teatrale, più raccontata.

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