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Cooperazione, Mauro Ceruti e l’importanza di “saper abitare la complessità”

Dal mensile – Il nuovo mondo dopo la pandemia, neoliberalismo e sovranismo, l’eredità di Trump e i target Onu al 2030. Il filosofo spiega come “ricostruire” il nostro destino comune

 Siamo in uno spazio nuovo, in cui si moltiplicano i rischi ma anche le possibilità di riprendere e ricostruire il nostro destino, per la prima volta, su scala planetaria». Mauro Ceruti, professore di Filosofia della scienza alla Libera università di lingue e comunicazione (Iulm) di Milano, è fra i pionieri dell’elaborazione del pensiero complesso. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue e hanno segnato il dibattito filosofico degli ultimi trent’anni. Abitare la complessità: la sfida di un destino comune, edito da Mimesis e scritto con Francesco Bellusci, è la sua ultima fatica.

Nel libro scrivete che con la caduta del muro di Berlino si è aperta la strada a due semplificazioni, quella del neoliberalismo e quella del populismo. Entrambe dimostrano i loro limiti. La complessità può essere una via d’uscita, rompendo schemi che sembrano così radicati nelle menti?

Abbiamo la pretesa di annunciare una buona novella: eccoci nel mondo dell’incerto, dell’aleatorio, della complessità! Ma attenzione, la complessità è la sfida, non la risposta. Insistere con la via della semplificazione, con la ricerca di impossibili “uscite di sicurezza”, è controproducente e rovinoso. La politica, riconoscendo la complessità e l’incertezza del reale, ha un’occasione per reinventarsi in un contesto in cui ogni decisione, ogni azione, è una prova di libertà. È il momento di una politica coraggiosa, che non si basa solo su calcoli e metodi quantitativi, che non è prona agli imperativi della competitività internazionale né soffia sul risentimento diffuso, per poi mostrarsi incapace di governare. Una politica capace di avere una percezione visionaria della comunità di destino terrestre, la nostra. Nel corso della pandemia, ma soprattutto dopo, il coraggio e il “gusto” per la complessità potranno far compiere salti in avanti nell’integrazione europea e nella cooperazione internazionale, rimettendo al centro la difesa di beni comuni e di interessi cosmopolitici, come avvenne dopo la tragedia della seconda guerra mondiale.

Come si comunica la complessità?

La comunicazione della complessità sarà efficace nella misura in cui avanzerà l’intelligenza della complessità. Quando la vita o la salute sono in pericolo, capiamo che non esiste solo la dimensione biologica, ma ci sono anche quella affettiva, simbolica, politica. Capiamo che la salute umana dipende anche dalla salute dell’ambiente. Quando le istituzioni della democrazia liberale sono in pericolo, capiamo che lo stato di diritto si difende anche con lo stato sociale, con le politiche di solidarietà, con l’educazione scolastica alla cittadinanza. E si potrebbe continuare con altri esempi. Scoprire, comunicare, accompagnare alla conoscenza che tutto è connesso, tutto è in relazione, richiede un linguaggio nuovo, l’uso di registri diversi e lo sforzo congiunto di più attori. È quello che ha fatto, ad esempio, Papa Francesco con l’enciclica “Laudato si’” affrontando la questione ecologica e rivolgendosi a credenti e non credenti, evocando esplicitamente la necessità di abbandonare il paradigma unidimensionale e tecnocratico per abbracciare quello della complessità.

Affermate che la scuola non è al passo con i tempi, che ci vogliono tempi lunghi per cambiare il sistema…

Una riforma dell’educazione come supporto chiave alla riforma del pensiero e per formare alla complessità è necessaria. Le direzioni fondamentali sono la connessione delle conoscenze disciplinari e la prospettiva della cittadinanza planetaria. Ci sono già buone pratiche disseminate e invisibili nella scuola, che una volta messe a sistema potrebbero sorprendere per la rapidità e l’ampiezza degli effetti di cambiamento che avrebbero. D’altronde, cosa impedisce che il “decisionismo” messo in atto per l’emergenza sanitaria non possa riproporsi per significativi investimenti e riforme di grande impatto per il mondo della scuola e dell’università, per giunta convergenti con gli obiettivi dei nuovi programmi dell’Unione Europea?

La vittoria di Biden negli Stati Uniti è la sconfitta del populismo?

Agli inizi Trump si era posto demagogicamente come portavoce dei dimenticati. Poi ha cominciato a prendere di mira i migranti, gli ecologisti, la Cina, facendo apparire sotto minaccia l’identità e gli interessi americani. Il trumpismo è un esempio di come la violenza delle semplificazioni populiste possa propagarsi in modo incontrollato, diventare virale e far sviluppare altre malattie sociali, nel caso americano riaprendo le ferite del razzismo e dell’intolleranza verso le minoranze. Queste tendenze regressive hanno cominciato a spaventare il corpo sociale americano, che ha reagito con gli anticorpi della tradizione democratica e civile. Certo, le lacerazioni e lo shock culturale provocati dal fenomeno trumpiano rimangono. Si può considerare definitivamente sconfitto il populismo? Non possiamo dirlo. Nel caso americano molto dipenderà dall’atteggiamento dei dirigenti repubblicani, se decideranno di incorporare i motivi nazionalpopulistici trumpiani o se invece approfitteranno della sconfitta di Trump per tornare sui binari di un conservatorismo del laissez-faire.

L’Agenda Onu 2030, con i suoi 17 obiettivi interconnessi, può essere vista come un tentativo di introdurre il pensiero complesso a livello globale?

Ultimamente la parola “politica” è spesso accompagnata da un prefisso: biopolitica, psicopolitica, ecopolitica… È il segno che il rinnovamento del suo ruolo passa attraverso un ripensamento delle connessioni, che la modernità per secoli ha cercato di recidere, fra locale e globale, natura e cultura, politica e scienza, scienza e tecnica. Più che reciderle, in verità, ha finito per occultarle, per nascondere la realtà ibrida che siamo sempre stati e siamo ancora. Solo ora comprendiamo che una biopolitica rivolta solo al benessere e alla salute della popolazione non ha senso se non include anche il benessere ambientale e la tutela della biodiversità. Una cosa forse inimmaginabile nell’immediato secondo dopoguerra. Da questo punto di vista, l’Agenda Onu 2030 si può considerare il primo documento che recepisce e traduce in termini politici il paradigma della complessità, nei contenuti e nei metodi di elaborazione. Ma altri passi più concreti e più vincolanti dovranno essere fatti dagli Stati per riconoscere le loro interdipendenze e costruire un’antropolitica per l’umanità planetaria.

Che ruolo può avere un’associazione come Legambiente nella sfida della complessità?

Un ruolo importante, sicuramente. Quello di un’organizzazione prima costretta a una posizione di retroguardia, a causa della cecità e della sordità al grido di allarme ecologico, ma che oggi, di fronte alle minacce di collasso di un’intera civiltà, diventa un’avanguardia nel cambiamento di paradigma necessario per prevenirlo, evocato da noi nel libro. Con il compito fondamentale di contrastare il paradigma tecnocratico che vorrebbe affrontare i problemi ecologici con semplici e isolate risposte tecniche e occultare la relazione complessa fra l’ecologia dell’ambiente, dell’economia, dei rapporti sociali, della mente.

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Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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