Mattoni di speranza

A un anno dal terremoto in Messico, un progetto italiano offre alle comunità di Morelos, a due ore dalla capitale, l’opportunità di ricostruirsi un futuro. Con le proprie mani e la propria terra

In Messico mattoni di speranza

di NICOLA NICOLETTI

Sarà la comunità messicana a costruirsi il suo centro, con le sue braccia e la sua terra. A poco più di un anno dal terremoto che il 19 settembre 2017 ha sconvolto il centro e il sud del Messico, c’è voglia di rinascita, di tornare alla normalità. Riccardo Caffarella, architetto italiano che vive nel Paese latinoamericano da una decina di anni, è entusiasta di un progetto che mette insieme l’ambasciata italiana, l’istituto di Cultura, la Dante Alighieri, la comunità di sant’Egidio e l’Associazione dei ricercatori italiani. La voglia di dare una mano, soprattutto alle popolazioni più emarginate, c’era sin dai primi giorni dopo il sisma, quando le notizie di interi villaggi andati in briciole e tanti morti ha riempito le pagine dei quotidiani.
«Ora esiste un progetto che va avanti grazie alla solidarietà di imprenditori italiani e messicani, che insieme alle istituzioni universitarie lavorano alla nascita di un centro comunitario», spiega Riccardo Caffarella dopo un sopralluogo nell’area dove nascerà l’istituto, accompagnato da Aleida Resendiz, responsabile dell’università messicana.
Siamo a Morelos, una terra verde e ricca di storia, con villaggi abitati da popolazioni indigene che ancora parlano una delle tante lingue preesistenti allo spagnolo. Viaggiamo a due ore dalla gigantesca Città del Messico. Qui tutto è grande: le bellezze della natura, il Popocatel, il vulcano che osserva imperioso la valle. E anche i disastri. Sarà la comunità di Ocoxaltepec, nel municipio di Ocuituco, a ricevere il centro comunitario, un luogo progettato per incontrarsi, discutere e far nascere diversi laboratori.
Il villaggio è abitato prevalentemente da contadini, molta gente vive in povertà e con il terremoto ha perso anche la misera casupola in cui abitava. Ben 200 abitazioni, costruite con scarsa conoscenza delle norme strutturali, sono venute giù alle prime scosse. Anche la scuola è inagibile per le “ferite” ancora presenti sulle mura. La comunità di Sant’Egidio, dopo aver portato vestiti, viveri e medicine ai terremotati, ha pensato che fosse utile iniziare un progetto duraturo. «Sono orgoglioso di questo sforzo comune tra ambasciata, Sant’Egidio, imprese e professionisti a favore della comunità di Morelos, a conferma dell’impegno italiano a sostegno delle cause umanitarie», dice soddisfatto Luigi Maccotta, ambasciatore italiano in Messico, coinvolto nella macchina istituzionale messa in moto dal mondo universitario con cene di beneficenza e donazioni.
Dopo il bosco di conifere di un verde intenso si aprono campi coltivati a pere, avogado, pesche e mais. Sono i frutti del lavoro degli uomini del villaggio, come Juan, Rodrigo e Jorge, che passano tutto il giorno nei campi mentre le donne sono a casa. Ma non hanno un luogo dove riunirsi, parlare, scambiarsi esperienze. Per questo il progetto di Morelos è dedicato alle donne, “orfane” di uno spazio di aggregazione. Corsi formativi sui loro diritti e quelli della persona in genere, incontri su igiene, economia domestica, sessualità, per una natalità precoce delle ragazzine che qui, a 14 anni, si trovano troppo spesso a dover affrontare una gravidanza. Una formazione da fare non solo nella capitale, un gigante spesso irraggiungibile per chi non ha l’auto, tempo e soldi. “Metodologie di sviluppo locale”, le chiamano i giovani della brigada Moreloes che hanno perlustrato posti abbandonati in cerca di qualcosa che possa migliorare le condizioni di vita delle famiglie dei campesinos utilizzando le loro potenzialità, evitando che vadano via, per creare un mercato nella periferia, imparare a gestire l’igiene domestica, scoprire una cucina sana con prodotti nati in questa fertile terra, fare la raccolta differenziata.
Cultura, lavoro e salute coincidono, insomma, in un progetto in cui parte fondamentale è la sostenibilità delle costruzioni. Pietra, terra, e sabbia, materie semplici per far nascere mattoni, blocchi di terra compressa, prodotti da una macchina capace di fornire la materia prima, verranno realizzati dall’associazione Mattone su mattone di Torino. «Produrremo con la loro terra i pezzi essenziali per il centro sociale. Oltre a utilizzare un prodotto naturale locale, offriremo lavoro, perché saranno loro stessi a costruire il fabbricato», spiega Caffarella. In una terra dove prevale la logica del “regalo”, spesso accompagnata dal ringraziamento del voto politico o da altre forme di asservimento, si cerca emancipazione, autostima e libertà. «Con le loro mani possono fare grandi cose – insiste l’architetto mantovano – Gratuito non sempre è sinonimo di positivo: è più costruttivo far lavorare. Dare gli strumenti per rialzarsi dal sisma». Saranno i campesinos parte integrante del riscatto, perché in una terra spesso depredata, la scelta del gruppo italo-messicano punta alla dignità. L’accordo tra i partecipanti dell’ejido, il villaggio, l’aiutante del municipio, la comunità e i suoi rappresentanti, il Politecnico e la Pan american development foundation, guarda alla lezione di biosostenibilita di Gunter Pauli, l’economista belga che si spende per una concezione sostenibile delle risorse. Adoperare materiali e idee legate ai beni della terra in cui si vive, con emissioni zero e nessun rifiuto, può ridare vita anche agli abitanti di Morelos.l