Matrimonio all’italiana

“Il divorzio” di Alfieri, messo in scena da Beppe Navello con un cast di giovani attori, ci fa capire che qualcosa di imperituro è all’origine della nostra secolare decadenza

Una sera, al Teatro Palladium, ti imbatti in un testo di Vittorio Alfieri, “Il divorzio”, messo in scena da Beppe Navello, con un cast di giovani attori che provengono da tutta Italia. Seduti accanto a te, studenti universitari di etnie diverse, molti nordafricani (presenza rara nelle nostre platee), che ascoltano attenti e divertiti quanto va accadendo in scena. Sul palcoscenico, alcuni loro coetanei danno vita a una farsa in piena regola, una delle ultime scritte da Alfieri nel periodo in cui, in fuga da Parigi e dalla Rivoluzione, si ritirò a Firenze, deciso a non narrare più di eroi, ma di uomini comuni. Nonostante la ricchezza lessicale, si capisce tutto. Come mai? Il fatto è che siamo stanchi di questo nostro parlare frettoloso, sincopato, afasico. Quella che Pasolini già negli anni Sessanta chiamava una “non lingua”, la lingua televisiva che imbastardiva l’italiano è diventata, nel frattempo, un nastro mandato a loop dai nostri avatar che si esprimono solo sui social.

Per queste ragioni procura un piacere estetico non indifferente sentir recitare attori giovani in una lingua complessa, seppur comprensibile, come quella di Alfieri. La commedia in questione poi, benché scritta alla fine del Settecento, racconta un vizio tutto italiano, l’abitudine a vivere “lo sposalizio” come puro patto sociale, una messa in scena in cui giocano il ruolo da protagonisti interessi sociali, censo, senso degli affari: tutto, tranne l’amore. La storia è semplice: il matrimonio tra due giovani di buona famiglia va a monte a causa del comportamento un po’ troppo disinvolto della ragazza. Per evitare lo scandalo, la madre le organizza un secondo matrimonio “riparatore” con un vecchio ricco che ha le sue ragioni per accettare l’ipocrisia del patto sociale. Un matrimonio nella forma, un divorzio nella sostanza. «Con i suoi caratteri eterni della mediocrità patria, con i suoi ceffi imperituri dell’impudenza sociale, Alfieri ci fa capire che qualcosa di imperituro è all’origine della nostra secolare decadenza» dichiara Beppe Navello, consegnandoci con una regia critica raffinata e ritmica al tempo stesso. Lo spettacolo ha inaugurato la collaborazione tra il Teatro di Roma e il Teatro Palladium.