Martina: Mangiare sano è un diritto

Maggiore aggregazione, tutela del consumatore, semplificazione e ricerca. Questi gli obiettivi del Piano strategico nazionale approvato dal governo per rafforzare il settore. E che fissa obiettivi da raggiungere entro il 2020. Parla il ministro Martina: “L’Italia può essere un laboratorio di buone pratiche da condividere”

Abbiamo deciso di investire tre miliardi di euro fino al 2020 per promuovere pratiche agricole sostenibili, compreso il biologico». Il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, spiega a Nuova Ecologia come supportare la crescita dell’agroalimentare, un successo al quale il bio contribuisce molto. E che merita di essere difeso sui mercati internazionali. «Dobbiamo lavorare per arrivare ad accordi di libero scambio con regole condivise e mercati più giusti». E per le zone del Centro Italia colpite dal terremoto il futuro si chiama agricoltura: «Da queste aree può arrivare un contributo importante per l’Italia che vogliamo costruire».

Ministro Martina, in Italia cresce la superfice coltivata a bio e aumentano i consumi di prodotti biologici. Come si governa questa crescita per evitare che distorsioni sul mercato e possibili truffe minino la fiducia dei consumatori nel biologico?

Il nostro obiettivo è rendere il settore biologico sempre più forte, sicuro e trasparente. Per questo stiamo lavorando da tempo a una strategia d’insieme e a lungo termine, in grado di dare un indirizzo preciso allo sviluppo del biologico. Abbiamo fatto scelte importanti in questi anni, che stanno dando risultati concreti. L’aumento delle superfici coltivate a biologico, che oggi superano gli 1,5 milioni di ettari, è un segnale chiaro.

È frutto anche del Piano strategico nazionale che avete approvato?

Il Piano rappresenta un punto di partenza per tutta la filiera e prevede quattro obiettivi fondamentali: maggiore aggregazione, tutela del consumatore, semplificazione e ricerca. Il lavoro da fare è ancora molto, ma sono convinto che in questo modo il settore del biologico possa davvero fare degli importanti passi in avanti.

Mangiare sano è anche una rivoluzione culturale. Sempre più giovani “ritornano alla terra” per lavorarla, e c’è chi riscopre i prodotti tradizionali delle nostre campagne. Quali misure possono favorire l’educazione degli italiani alla sana alimentazione?

I consumatori oggi sono più attenti e consapevoli e sui giovani possiamo ancora migliorare. Con Expo abbiamo avuto un’occasione incredibile per formare una generazione attenta alla sostenibilità e alla sana alimentazione. Dobbiamo proseguire questo lavoro di educazione alimentare. Proprio in quest’ottica abbiamo approvato una legge che istituisce le mense scolastiche biologiche certificate, creando un fondo ad hoc da 10 milioni di euro all’anno per ridurre i costi a carico degli studenti e favorire l’utilizzo di prodotti biologici anche a scuola. È un primo passo che dimostra, ancora una volta, come l’Italia possa essere un laboratorio di buone pratiche da condividere a livello internazionale.

Nei mesi scorsi il governo ha emanato un decreto legislativo sui controlli e le certificazioni. Con quali obiettivi?

Il decreto ha l’obiettivo principale di rendere più corretti e trasparenti i rapporti fra controllori e controllati. In questo modo rafforziamo la credibilità di un settore così importante per il nostro Paese. Con questo provvedimento facciamo un salto di qualità fondamentale nei controlli mettendo in un unico testo tutte le disposizioni in materia e soprattutto introducendo disposizioni contro i conflitti di interesse che si sono verificati in passato.

I prodotti biologici, si sa, costano mediamente più di quelli tradizionali. Come si può andare incontro alle famiglie per arrivare a un “giusto prezzo”? Un’alimentazione buona e sana è un diritto di tutti, vero?

Certo, così come lo è il poter vivere in un ambiente sano. Per questo abbiamo deciso di investire, insieme alle Regioni, 3 miliardi di euro fino al 2020 per promuovere pratiche agricole sostenibili, compreso il biologico. La sfida dei prossimi anni è coniugare sempre di più il rispetto per l’ambiente con le nuove tecnologie, tenendo accessibili i prezzi dei prodotti.

Bio e made in Italy nel settore enogastronomico spesso coincidono. Come possiamo tutelare le nostre produzioni da quelle estere in un mercato globale sempre più aperto, in cui gli accordi internazionali privilegiano gli scambi?

Per un sistema agroalimentare come quello italiano, composto da un tessuto di migliaia di piccole e medie imprese capaci di creare valore aggiunto e guardare al mondo, poter esportare è cruciale. Negli ultimi dieci anni le nostre esportazioni agroalimentari sono raddoppiate, arrivando a superare nel 2016 la cifra record di 38,4 miliardi di euro. Il biologico è parte integrante di questo successo. Dobbiamo lavorare per arrivare ad accordi di libero scambio con regole condivise e mercati più giusti. Servono nuovi strumenti di protezione dai rischi, accordi chiari e garanzie per la tutela della distintività delle produzioni, libere di circolare nel mondo senza il rischio di essere imitate.

Un territorio che mantiene le sue produzioni agricole tradizionali e di qualità è anche più protetto, presidiato ed economicamente sano. L’agricoltura può contribuire alla lotta contro lo spopolamento, in particolare delle zone del Centro Italia colpite dal terremoto?

Dobbiamo ripartire dall’agricoltura. Nelle zone del terremoto, così come nel resto dell’Appennino. Non guardando al passato, ma dando un futuro a questi territori. Il sisma nel Centro Italia ha creato ferite profonde in un territorio a forte vocazione agricola. In questi mesi ho avuto modo di incontrare molti agricoltori e allevatori che vivono e lavorano in quelle regioni e rappresentano il cuore dell’economia dell’Appennino. Ci siamo confrontati sulle difficoltà, sugli interventi che proseguono e che devono essere rafforzati. Dobbiamo costruire con loro un progetto strategico di sostegno, per sconfiggere lo spopolamento e ridare vita a queste aree. Abbiamo stanziato più di 600 milioni di euro per far ripartire l’agroalimentare e credo serva un costante lavoro per superare la fase più critica. Più in generale, credo che dovremo continuare a valorizzare l’agricoltura di montagna, partendo dalla tutela del reddito di chi vive di agricoltura e ogni giorno presidia quei territori. La cancellazione delle tasse agricole come quella di Irpef, Irap e Imu è servita proprio a dare un segnale tangibile in questa direzione. Dobbiamo andare ancora avanti, perché da queste aree può arrivare un contributo importante per l’Italia che vogliamo costruire.