martedì 25 Gennaio 2022

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Marino Bartoletti: “Sostenibilità vuol dire non fare il passo più lungo della gamba”

Dal mensile – Dietro i baffi più famosi del giornalismo sportivo televisivo si nasconde qualcosa che non è solo conoscenza del campo ma anche una dirittura morale priva di ingenuità

«Credo che il calcio sia sempre stato lo specchio dei tempi, non ha colpe né meriti in sé». Marino Bartoletti ha la sua solita aria compassata e allo stesso tempo ironica e ferma. Dietro i baffi più famosi del giornalismo sportivo televisivo si nasconde qualcosa che non è solo conoscenza del campo ma anche una dirittura morale priva di ingenuità. Un buon cronista deve saper leggere in filigrana. «Io ho visto giocare al calcio, peraltro, anche con un altro pallone. Nel senso che anche il pallone in questi anni è cambiato. Prima si usava una sfera di cuoio cucito, pesante, con la camera d’aria dentro, ora al suo posto c’è un’astronave… È cambiato l’approccio stesso con la partita, le tecniche e le tattiche, è cambiata l’estetica e sono cambiate le proprietà dei club: siamo passati dai mecenati, i “ricchi scemi”, ai fondi internazionali». 

Marino Bartoletti, romagnolo trapiantato sui colli bolognesi, ha attraversato un’epoca di trionfi e ombre, anche personali, rimanendo sempre in piedi, senza autocommiserarsi come quegli attaccanti a caccia di rigori. «In Italia abbiamo visto un’evoluzione del calcio impensabile, ma alla base di tutto c’è sempre quella cosa che quando un bambino se la trova in mezzo ai piedi vuole giocare: il pallone. Resta quello il motore di tutto». Lo stesso motore de La squadra dei sogni, la sua trilogia per ragazzi, anche se quest’anno si è classificato secondo al “Premio Bancarella” con un libro per grandi, La cena degli dei. «Mi piace pensare che il più ricco giocatore del mondo, Ronaldo, sia quello che non pensa ad altro se non a prendere a calci un pallone. L’ha dimostrato, ad esempio, calciando via durante gli Europei la fascia di capitano, per dire quanto quella sconfitta gli bruciasse».

Il film su Roberto Baggio, “Il Divin Codino”, ha mostrato un uomo diverso anche nell’essere un talento. Quando inizia e finisce un campione?

Seguendo la carriera di Baggio si potrebbe dire che non ha mai finito, perché ha continuato a darci lezioni di realismo. È un simbolo di dignità che dovrebbe essere da lezione a tanti suoi colleghi che non sanno smettere, che continuano ad avere rimpianti, che non onorano quello che hanno dato sul campo e non riescono a stare in un cono d’ombra. Lui tutte queste cose le ha superate serenamente.

Solo poche società continuano a creare campioni, altre li comprano e basta. Il sogno che raccontano i suoi libri è destinato a infrangersi dentro le scuole calcio?

Guai se non fosse vero. È chiaro che alcune dinamiche sono cambiate. Ci saranno sempre società “fornitrici” – parola non bellissima – e altre che vorranno “prodotti semilavorati” – questa è ancora peggio. Ma ci sono anche esempi positivi. Certo non tutte le scuole calcio mi entusiasmano, ci sono derive di carattere morale. Ma credo che un ragazzo vada a scuola calcio, genitori permettendo, per divertirsi.

In questa edizione degli Europei sembra aver vinto un calcio onesto.

A parte il meraviglioso esempio che ha mostrato la nostra nazionale, vincitrice dentro e fuori dal campo, c’è una certa freschezza nel calcio. C’è il ritorno della modestia e dell’umiltà da una parte contro l’arroganza dall’altra. Il balletto di Pogba dopo il gol, mentre l’altra squadra restava concentrata per recuperare la partita, rimarrà indelebile. Ancora più indelebile resterà una scena che nessuno avrebbe immaginato nella cornice di una competizione così importante: madri e padri dei giocatori francesi accusarsi a vicenda per la disfatta della loro squadra.

Sono stati anche gli Europei del pasticcio dell’inginocchiarsi o meno contro il razzismo.

Credo che il razzismo si combatta in tanti modi, questo di inginocchiarsi è ormai al confine della convenzione. Non si può dare del razzista a una persona che magari combatte il razzismo con una diversa sensibilità. 

Proviamo a ragionare di sostenibilità e calcio?

Le declinazioni della sostenibilità sono tante. La prima cosa che mi viene in mente è che il calcio deve vivere secondo i suoi mezzi e secondo il proprio tempo. Per me sostenibilità vuol dire non fare il passo più lungo della gamba. Ci sono grandi società che hanno avuto momenti di difficoltà e hanno cercato di risalire. Se hai fatto il passo troppo lungo non devi cercare altri finanziatori per fare altri debiti. Sostenibilità vuol dire non spogliare gli spettatori proponendo abbonamenti agli stadi che non sanno come poter onorare perché non sanno quando si devono tenere liberi. E lo stesso vale per gli abbonati tv, perché se io sono in un posto in cui lo streaming non funziona non posso fare un abbonamento. Serve un passo indietro collettivo e mai come adesso sarebbe d’attualità.

Sostenibilità vuol dire anche rifiutare una Super Lega dei migliori club europei?

Non ci sono santi in questa leggenda della Super Lega perché alla fine sono tutti attaccati, chi più chi meno, al denaro. Rifuggo questo genere di prevaricazioni. Lo sport è la legittima delusione se non ti sei meritato un risultato o la felicità per averlo conseguito. Lo sport è poter inseguire un sogno. Solo questo.

Che dovrebbero fare le società per essere più sostenibili?

I calciatori e le società dovrebbero fornire buoni esempi. Spesso giocatori e società pensano che basti andare in giro con la scritta “Respect” sulla manica… Il calcio potrà essere un buon esempio quando nel caso di insulti un giocatore di colore tutti i giocatori si fermassero: “Non si prosegue se quelli che hanno fatto quei cori non se ne vanno dallo stadio”. Io lo faccio accadere in uno dei miei libri per ragazzi. 

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Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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