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Tutti i nemici del mare

Dal mensile – La posa di gasdotti e oleodotti, la pesca a strascico, le trivellazioni e lo sversamento di plastiche stanno distruggendo gli ecosistemi di profondità. Preservarne gli equilibri e la biodiversità è una priorità per la salute del pianeta

Un oceano sano e resistente in cui gli ecosistemi marini siano mappati e protetti. È questo uno dei sette obiettivi concreti a cui mira il “Decennio del mare” per garantire un futuro sostenibile al pianeta. L’oceano è un bacino ricco di risorse, tra le prime dieci economie del mondo, con un valore annuale di beni e servizi che secondo il report “Reviving the ocean economy” del Wwf ammonta ad almeno 2.500 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che include i ricavati diretti dei prodotti dell’oceano (pesca e acquacoltura), i servizi indiretti (come turismo, istruzione, sequestro del carbonio e biotecnologie), il commercio e i trasporti (costieri e oceanici). Eppure rimane un valore sottostimato, perché mancherebbero all’appello i benefici immateriali che derivano dall’oceano – come la produzione di ossigeno, la regolazione del clima e la stabilizzazione della temperatura atmosferica – nonché tutti i possibili vantaggi incalcolabili che potremmo trarre da specie ancora sconosciute. Per essere pienamente funzionale, però, l’oceano deve tornare a essere un ecosistema in equilibrio, in cui sia preservata e protetta la biodiversità a tutti i livelli, da quello genetico e di specie fino a quello di habitat.

Secondo il rapporto “Ocean solutions that benefit people, nature and economy” del World resources institute, “un oceano sano può aiutare a mitigare il cambiamento climatico, garantire la sicurezza alimentare, aumentare la disponibilità energetica, fornire posti di lavoro più equi e aiutare il mondo a ripartire dopo la pandemia di Covid-19”. Tuttavia, negli ultimi decenni, attività antropiche come la posa di gasdotti e oleodotti, la pesca a strascico, le trivellazioni per gli idrocarburi o quelle infrastrutturali come la stesa di cavi per internet, hanno distrutto gli ecosistemi di profondità. Senza contare che milioni di tonnellate di plastica vengono scaricate nell’oceano ogni anno e che alcune specie stanno modificando i propri areali e cicli biologici come conseguenza dell’aumento della temperatura globale.

Per dare prova di quanto l’intero sistema ecologico del mondo si basi sull’oceano sano, una collaborazione internazionale guidata dall’Università di Stanford, in California, ha condotto una meta analisi con lo scopo di determinare il ruolo delle barriere coralline, gravemente minacciate dall’acidificazione delle acque, nella difesa degli ecosistemi costieri. Quasi il 40% della popolazione mondiale vive entro 100 km dalla costa, con numeri in crescita, e i pericoli derivanti da inondazioni e aumento del livello del mare creano problemi sociali, economici ed ecologici di portata planetaria. I risultati della ricerca, pubblicati su Nature, suggeriscono che “le barriere forniscono una protezione sostanziale contro i rischi naturali riducendo l’energia delle onde in media del 97%”. Per questo la loro perdita sta esponendo circa duecento milioni di persone all’aumento del rischio di rimanere coinvolte in tempeste e inondazioni, il che potrebbe spingerle verso la povertà o costringerle a migrare.

Alla luce di tutto ciò, investire nella protezione e nel ripristino degli ecosistemi più degradati rappresenta un imperativo a cui non possiamo più sottrarci. Soltanto così potremo rafforzare la prima linea di difesa naturale e aiutare la vita dell’oceano. Che poi, in fondo, è anche la nostra.

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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