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Mancati gli obiettivi al 2020, serve un nuovo accordo sulla Convenzione per la biodiversità

Kenya, morte del rinoceronte bianco

A 10 mesi dalla scadenza del Piano decennale mondiale per la biodiversità – approvato nel contesto della Convenzione Onu per la biodiversità (Convenzione per la biodiversità (Cbd) – possiamo affermare che i 20 obiettivi noti come Aichi biodiversity targets non saranno raggiunti. Questo fallimento era annunciato nel maggio 2019 dall’Ipbes (Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi), la massima autorità scientifica mondiale sulla biodiversità.
La natura viene distrutta a un ritmo da cento a mille volte più veloce della media degli ultimi 10 milioni di anni, sostanzialmente a causa dell’attività umana. La distruzione delle barriere coralline, delle foreste pluviali, delle mangrovie e di altri ecosistemi vitali per il pianeta sta mettendo a rischio la società umana. Gli autori del rapporto Ipbes hanno lanciato un caveat, un avvertimento sul rischio che –  a meno di una trasformazione radicale dei modi di estrarre risorse naturali e di usare il territorio e di una integrazione del valore della natura nelle politiche settoriali (agricoltura e turismo in primis) – si può arrivare a conseguenze estreme ed “inquietanti”, come la carenza di acqua potabile per soddisfare le esigenze dell’umanità e l’instabilità climatica. Ora, questa perdita di biodiversità minaccia la capacità degli ecosistemi planetari di fornire i servizi da cui l’umanità dipende.

Di fronte a questo insuccesso, la Cbd cerca ora di correre ai ripari, inseguendo un accordo globale, noto come Global biodiversity framework per il post-2020 (Gbf), attraverso una serie di tre colloqui a cui partecipano esperti di circa 150 Paesi. Questi colloqui dovranno produrre un testo da approvare in occasione di un summit che si terrà nella seconda metà di ottobre a Kunming, in Cina. Il secondo di questi colloqui si è svolto dal 23 al 29 febbraio a Roma, nella sede della Fao.

Nelle intenzioni della Cbd, la costruzione del nuovo Gbf dovrà coinvolgere tutte le parti interessate (popoli indigeni e comunità locali, società civile e imprese), in un processo consultivo, inclusivo e trasparente. Inoltre l’accordo dovrà essere ambizioso, in linea con la Visione 2050 della Convenzione ”Vivere in armonia con la natura”), giuridicamente vincolante; dovrà contribuire al raggiungimento dei 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu; sostenere la convenzione di Rio e gli altri trattati e accordi internazionali che hanno un nesso con la biodiversità, incluso l’Accordo di Parigi approvato nell’ambito della Convenzione Onu sui cambiamenti climatici e il Sendai Framework per la riduzione dei rischi legati ai disastri naturali.

Il nuovo quadro globale per la conservazione della biodiversità intende puntare, riproponendo lo stile dell’Accordo di Parigi, su una serie ristretta di obiettivi e target, che siano Smart, acronimo per specificmeasurableambitiousrealistic e timebound, che siano cioè espliciti, misurabili, ambiziosi, realistici e circoscritti nel tempo. Nella definizione degli obiettivi generali si vuole cercare di indirizzare le politiche dei governi su quei fattori che agiscono direttamente sul declino della biodiversità e della natura. In ordine di importanza, questi sono: distruzione e degradazione degli habitat, sovra-sfruttamento delle risorse, inquinamento, diffusione di specie aliene invasive, cambiamenti climatici.

Secondo molti analisti il mancato raggiungimento di gran parte degli obiettivi è dovuto in parte al fatto che gli obiettivi stessi erano generici e vaghi, difficili da attuare e dei quali è difficile o impossibile misurare i progressi.

Nella riunione di Roma i partecipanti hanno analizzato una prima bozza del Gbf (pdf).

La “bozza zero” dell’accordo conta cinque obiettivi principali (goal, nel testo) da raggiungere entro il 2050, ad ognuno dei quali corrispondono dei traguardi (target, 20 in totale), concreti e misurabili.
Questi 20 target sono indirizzati a “una riduzione delle minacce”, “un uso sostenibile e una condivisione dei benefici”, “a sviluppare strumenti e soluzioni per l’implementazione e l’integrazione della biodiversità nei settori economici e produttivi”.

In sintesi, gli obiettivi principali dell’accordo su cui si i Paesi devono trovare un’intesa sono:

  • la protezione di un terzo degli oceani e degli ecosistemi terrestri del pianeta entro il 2030 (adesso siamo al 17%);
  • una riduzione significativa (quanto è da negoziare tra le parti) del numero di specie a rischio di estinzione (attualmente sono circa 1 milione) e un aumento dell’abbondanza delle specie native sopra i livelli che ne garantiscano sicurezza.
  • il controllo sulle specie invasive, riducendo del 50% il tasso di nuove introduzioni ed eradicando o controllando le specie aliene invasive fino ad eliminarle o ridurle entro il 2030 di almeno il 50% dai siti prioritari per la natura;
  • la realizzazione di interventi e progetti Nature-based Solutions(NbS), vale a dire di nuove foreste, restauro di ecosistemi degradati, ecc., in grado di generare benefici per la biodiversità e le società, contemporaneamente “sequestrando” una quantità di anidride carbonica dall’atmosfera pari al 30% (oppure 100 miliardi di tonnellate di CO2 al 2030) degli impegni di mitigazione necessari per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi;
  • entro il 2030 rendere il commercio di specie selvatiche totalmente legale e sostenibile, anche promuovendo la partecipazione piena ed efficace delle popolazioni indigene e delle comunità locali ai processi decisionali sulla biodiversità.

Il testo negoziale è stato accolto con un certo favore da gran parte dei Paesi, ritenendolo un buon punto di partenza per un accordo realistico, ma ambizioso. La bozza discussa a Roma dimostra che gran parte dei governi sono più attenti al monito della scienza e riconoscono il ruolo sempre più importante che la protezione della biosfera, dell’idrosfera e della geosfera deve svolgere per affrontare il cambiamento climatico, prevenire le estinzioni della fauna selvatica e sostenere il benessere delle comunità locali e mondiali. I colloqui del meeting di Roma hanno contribuito a chiarire molti aspetti relativi agli obiettivi, ai traguardi, agli indicatori per misurare i progressi, alle misure e alle politiche necessarie per integrare la biodiversità e la natura nei settori economici, quali agricoltura, pesca, turismo, ritenuti cruciali per invertire la tendenza al declino della biodiversità genetica, di specie e di ecosistema.

Naturalmente molto resta da fare. La strada per la conferenza di Kunming si preannuncia lunga e accidentata. Ma non ne abbiamo un’altra.  Il futuro dell’umanità dipende dalla nostra capacità di proteggere la natura. Questo è quello che afferma la sesta edizione del Global Earth Outlook dell’Agenzia ambientale dell’Onu. Dal titolo molto eloquente: Healthy planet, healthy people.

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