“L’uranio impoverito uccide i nostri militari”

La relazione finale della commissione parlamentare d’inchiesta è una denuncia molto dura contro il “negazionismo” dei vertici militari e gli “assordanti silenzi” delle autorità di governo. Netta la replica della Difesa, che parla di “inaccettabili accuse”

foto di un militare italiano in Afghanistan

Non lascia spazio a interpretazioni la relazione finale della commissione parlamentare sull’Uranio impoverito, che “grazie alle penetranti metodologie investigative adottate, ha scoperto – dietro le rassicuranti dichiarazioni rese dai vertici della Difesa e malgrado gli assordanti silenzi generalmente mantenuti dalle autorità di governo pur esplicitamente sollecitate – le sconvolgenti criticità che in Italia e nelle missioni all’estero hanno contribuito a seminare morti e malattie tra i lavoratori militari del nostro Paese”. Un’opera “a maggior ragione preziosa, ove si tenga presente che malauguratamente non appaiono sistematici gli interventi della magistratura penale a tutela della sicurezza e della salute del personale dell’amministrazione della Difesa. Il risultato è devastante”.

Le “reiterate sentenze della magistratura ordinaria e amministrativa” hanno “costantemente affermato l’esistenza, sul piano giuridico, di un nesso di causalità tra l’accertata esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate dai militari o, per essi, dai loro superstiti. Per l’uranio è stato altresì riconosciuto sul piano scientifico, con la tabella delle malattie professionali Inail approvata nel 2008, il nesso causale per la nefropatia tubolare”. La commissione d’inchiesta “ritiene che, a dieci anni dall’emanazione della predetta tabella, i progressi della scienza medica e i risultati delle indagini epidemiologiche imporrebbero un aggiornamento della tabella stessa, con l’inclusione di altre patologie, con particolare riguardo a talune forme tumorali del sistema emolinfopoietico”.

“Nell’amministrazione della Difesa – è scritto nella relazione – continua a diffondersi un senso d’impunità quanto mai deleterio per il futuro, l’idea che le regole c’erano, ci sono e ci saranno, ma che si potevano, si possono e si potranno violare senza incorrere in effettive responsabilità. E quel che è ancora peggio, dilaga tra le vittime e i loro parenti un altrettanto sconfortante senso di giustizia negata”. Il “problema irrisolto”, evidenziato nella relazione finale dell’organismo parlamentare, è che “l’universo della sicurezza militare non è governato da norme e da prassi adeguate”. Per quanto riguarda le missioni militari italiane all’estero, la Commissione ha constatato “l’esposizione a inquinanti ambientali in più casi nemmeno monitorati”. È singolare, denunciano, “la scarsa conoscenza, ammessa dagli stessi vertici militari, circa l’uso in tali contesti di armamenti pericolosi eventualmente impiegati da Paesi alleati”.

La relazione si concentra poi sulle sanzioni pagate dallo Stato: “gli importi dei pagamenti delle sanzioni amministrative eventualmente irrogate al personale militare e civile dell’amministrazione della Difesa per violazioni commesse presso organismi militari sono imputate, in via transitoria, sul pertinente capitolo dello stato di previsione della spesa del ministero della Difesa, fatta salva ogni rivalsa dell’amministrazione nei confronti degli interessati. È stato rilevato un unico caso di rivalsa. Nel quadro descritto fanno sensazione due fenomeni, l’uno da contraltare all’altro: il “negazionismo” dei vertici militari e la supplenza della commissione d’inchiesta”.

La commissione parlamentare, il cui relatore è Gian Piero Scanu, avanza una serie di proposte per uscire da questa empasse. Innanzitutto, sarebbe basilare l’approvazione della proposta di legge Scanu, firmata dalla quasi totalità dei componenti della commissione, indispensabile per garantire un’effettiva prevenzione contro i rischi incombenti su militari e cittadini: “Le norme ivi contenute rompono il perverso meccanismo della giurisdizione domestica e affidano la vigilanza sui luoghi di lavoro dell’amministrazione della Difesa al personale del ministero del Lavoro”. Fra le altre necessità individuate dai parlamentari: servizi ispettivi terzi e una procura nazionale sulla sicurezza del lavoro, altamente specializzata e con competenza estesa a tutto il Paese.

È infine considerato urgente per l’organismo parlamentare “anche il superamento dell’Osservatorio epidemiologico della Difesa e l’affidamento delle indispensabili ricerche epidemiologiche nel mondo militare a un ente terzo e qualificato per coerenza scientifica come l’Istituto Superiore di Sanità”. Tra le tante audizioni presso la commissione, si legge in un passaggio della relazione, “merita attenzione quella del prof. Giorgio Trenta”, che ha riconosciuto “la responsabilità dell’uranio impoverito nella generazione di nanoparticelle e micropolveri, capaci di indurre i tumori che hanno colpito anche i nostri militari inviati a operare in zone in cui era stato fatto un uso massiccio di proiettili all’uranio impoverito”.

Il professor Trenta, presidente dell’Associazione italiana di radioprotezione medica, ha però voluto sottolineare di non aver “mai sostenuto la tesi di un nesso causale diretto tra l’uranio impoverito e l’insorgere di tumori. Questa conclusione si basa sulle dichiarazioni relative a una perizia da me effettuata nei confronti di un militare. Ma un conto è parlare di possibili effetti dannosi da nanopolveri, un altro è affermare un nesso causale sicuro e diretto tra uranio depleto e malattie, anche perché in questo caso si sarebbero dovute riscontrare conseguenze a livello renale”. Dura la replica di Scanu: “Quando lo abbiamo ascoltato in commissione, il 23 marzo dello scorso anno, è stato lui stesso a dire che possiamo raffigurarci ‘l’uranio come il mandante e le nanoparticelle come i killer’. La realtà delle cose è diversa da come la sta rappresentando”.

Non si è fatta attendere nella serata di ieri la nota dello Stato Maggiore della Difesa: “Le Forze armate respingono, anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal professor Trenta, le inaccettabili accuse mosse dalla quarta commissione parlamentare d’inchiesta, ribadendo la totale disponibilità alla collaborazione, come dimostrato anche in sede di tavolo tecnico negoziale con la commissione, e sottolineano la assoluta trasparenza di tutte le loro attività”.