L’Unione fa l’ambiente

Direttive, procedure d’infrazione e condanne hanno dato al nostro Paese obiettivi e programmi per alzare gli standard di protezione. Con risultati migliorabili ma evidenti: meno rifiuti in discarica, più depurazione, tutela della biodiversità e misure anti smog

depurazione Fiume Tirino

di TINO COLACILLO

Le elezioni europee di fine mese saranno uno spartiacque storico anche per l’ambiente. Tutela della biodiversità, gestione dei rifiuti, economia circolare, qualità dell’acqua e dell’aria. Sono alcuni dei temi su cui l’Unione Europea ha svolto un ruolo fondamentale negli ultimi trent’anni. Soprattutto per l’Italia. «Senza le norme europee saremmo molto più indietro nella difesa dell’ambiente – spiega Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente – I limiti ci sono, ma rispetto ai primi anni Novanta la situazione è migliorata molto. Anche l’implementazione tecnologica ha avuto un ruolo fondamentale nella riduzione degli inquinanti, ma l’Europa ha dato ai Paesi obiettivi e progetti sul lungo periodo che vanno al di là dei singoli mandati elettorali».

Economia circolare in crescita

Nonostante le gravi emergenze in Campania e nel Lazio, l’Italia in questi anni sotto la spinta delle norme comunitarie ha fatto nel settore dei rifiuti molti passi in avanti. La svolta è arrivata nel 1997 con il cosiddetto “decreto Ronchi” che recepiva le direttive europee sui rifiuti, sugli imballaggi e sui rifiuti pericolosi, dando ai Comuni gli obiettivi di raccolta differenziata e istituendo il Consorzio nazionale imballaggi (Conai). I risultati, seppure con forti differenze territoriali, sono arrivati. Nel 1996 la differenziata era al 7,2%, poi salita al 21,1% nel 2003 e al 52,5% nel 2016. Anche i dati sul riciclo e il compostaggio dei rifiuti urbani è in costante miglioramento, dal 31% del 2010 al 48% del 2017.
E per il futuro le quattro direttive europee sull’economia circolare fissano nuovi obiettivi. Grazie al rapporto diretto con i cittadini, i Comuni saranno decisivi per raggiungerli. Ne è convinto Ivan Stomeo, sindaco di Melpignano e delegato nazionale rifiuti ed energia dell’Anci. «Le nuove direttive sull’economia circolare aiuteranno i Comuni perché grazie al principio della responsabilità estesa dei produttori si va nella direzione di ridurre l’uso e la produzione di imballaggi – spiega Stomeo – Per questo è necessario che governo e Parlamento recepiscano quanto prima le direttive 851 sui rifiuti e 852 sugli imballaggi. Come Anci stiamo cercando di anticiparne, per quanto possibile, alcuni contenuti nel prossimo accordo quadro con il Conai, ma l’intervento legislativo resta fondamentale». La conferma sul ruolo delle amministrazioni locali viene anche dall’edizione 2018 di “Comuni ricicloni”: gli enti locali con produzione di residuo secco inferiore ai 75 kg pro capite sono passati dai 330 del 2013 ai 505 del 2018, con una crescita importante al Sud. Ma non tutti i problemi sono ancora stati risolti. Le Regioni italiane riciclano ancora a più velocità e in molte aree urbane la gestione sconta i caratteri di una vera e propria emergenza. A Roma la discarica di Malagrotta, chiusa il primo ottobre 2013 e per la quale c’è già stata una condanna europea nel 2014, non è ancora stata bonificata e il destino del Tmb Salario, andato a fuoco il 14 dicembre 2018, non è chiaro.

Depurazione in recupero

Anche sulla qualità delle acque la spinta dell’Europa ha prodotto importanti risultati. «Ricordo che quando fu emanata, la direttiva 91/271 sul trattamento delle acque reflue a molti sembrava già vecchia e banale, invece per l’Italia si è rivelata fondamentale», spiega il professore Enrico Rolle, commissario straordinario per la depurazione delle acque reflue urbane. Grazie a questa direttiva e a quattro procedure di infrazione, l’Italia sta adeguando la rete fognaria e i sistemi di Depurazione. Nel 1998 gli scarichi in aree sensibili conformi alla direttiva erano solo il 41% mentre nel 2014 sono saliti al 65%. E ancora, nel 2014 il trattamento delle acque reflue per le aree normali era conforme nel 72% dei casi contro il 52,2% del 2002. Se tutto procederà senza problemi, il cronoprogramma dei 151 interventi di competenza del commissario, ma relativi solo alle sentenze del 2012 e del 2014, prevede il fine lavori nel 2026. Malgrado i miglioramenti la Commissione europea ha sottolineato che nel 2014 l’Italia presenta ancora “un certo ritardo” nell’attuazione della direttiva sulle acque reflue con la presenza di ben 976 agglomerati urbani, corrispondenti a circa 28 milioni di abitanti, ancora irregolari. Mancanza di sensibilità politica e carente attuazione del servizio idrico integrato sono fra le cause del ritardo. «Il servizio idrico integrato attraverso le bollette avrebbe dovuto fornire le risorse per adeguare la rete fognaria e la depurazione – precisa Rolle – Dove questo è carente, come in Sicilia e in Calabria, si verificano le maggiori criticità, mentre in altre zone è mancata la programmazione e lo Stato se ne sarebbe dovuto accorgere molto prima».

Aree protette in espansione

L’impegno in difesa della biodiversità in Italia ha nelle norme europee un alleato prezioso. Il Belpaese ospita circa la metà delle specie vegetali e un terzo di quelle animali presenti nel Vecchio continente. La direttiva sulla conservazione degli uccelli e la direttiva “Habitat” hanno istituito una vasta rete di aree protette, chiamata “Natura 2000”, che a fine 2017 copriva il 19% della superficie terrestre italiana. Quasi un punto in più della media europea. «Grazie a questa rete, che comprende le Zone di protezione speciale (Zps) sugli uccelli e le Zone speciali di conservazione (Zsc), in 25 anni siamo riusciti a difendere una parte importante del territorio italiano», spiega Antonio Nicoletti, responsabile Biodiversità e aree protette di Legambiente. La spinta positiva dell’Europa è ancora più evidente se si considera che oggi “Natura 2000” conta 2.613 siti mentre nel 2001 era formata solo da 335 Zps.
Anche qui però restano alcune ombre, fatte di ritardi e inadempienze. «Oltre alla mancata designazione delle Zsc, per la quale siamo in procedura di infrazione dal 2015, il nostro Paese è carente anche nella gestione dei siti protetti – precisa Nicoletti – Le Zsc, infatti, non vietano le attività umane, ma troppo spesso si verificano conflitti con agricoltori e allevatori a causa della pessima pianificazione nel territorio». La difficile convivenza degli allevatori con il ritorno del lupo in Maremma e nelle Alpi è uno dei casi simbolo di questi conflitti nonostante Natura 2000 e il progetto “Life MedWolf” prevedano il sostegno all’uso di recinzioni elettrificate o cani da guardiania.

Polveri da eliminare

La tutela dell’Unione Europea sulla salute umana passa dalla direttiva sulla qualità dell’aria. Polveri sottili, ozono, ossidi di zolfo e azoto sono le principali minacce alla salute prodotte da traffico, emissioni industriali e riscaldamenti domestici. Secondo il dossier di Legambiente “Mal’aria di città 2019” nello scorso anno i limiti giornalieri alle polveri sottili e all’ozono sono stati superati in 55 capoluoghi di provincia.
Qualcosa, però, sta cambiando. Molte città stanno adottando Piani urbani della mobilità sostenibile (Pums) obbligatori in attuazione di un’altra direttiva, quella sui combustibili alternativi. Udine, Parma, Prato, Reggio Calabria e Milano sono le città che hanno già approvato il Pums. Anche gli ultimi dati dell’Ispra mostrano una tendenza positiva tra il 2008 e il 2017. Secondo l’istituto di ricerca, Pm10, Pm2,5 e biossido di azoto (NO2) scendono rispettivamente nel 77, nel 69 e nel 79% dei casi. L’unico inquinante a non mostrare variazioni è invece l’ozono, i cui valori restano stabili negli anni. Pur prendendo atto dei costanti miglioramenti a partire dagli anni Novanta, la Commissione europea afferma, tuttavia, che la “qualità dell’aria in Italia continua a destare profonde preoccupazioni”. Per queste ragioni nel 2014 e nel 2015 sono state avviate due procedure di infrazione per la violazione della direttiva sulla qualità dell’aria e il 18 maggio 2018 l’Italia è stata deferita alla Corte di giustizia dell’Ue proprio per quella del 2014. Il problema, ancora una volta, è l’insufficienza dei provvedimenti. «Le misure adottate dall’Italia, come gli accordi del bacino padano tra le Regioni del Nord e il ministero dell’Ambiente, sono estemporanee, nate solo per evitare le procedure di infrazione – commenta Andrea Minutolo – Non a caso l’Europa le considera insufficienti. Il problema dell’inquinamento dell’aria è complesso, per questo ha bisogno di programmazione e politiche integrate su trasporti, emissioni industriali, riscaldamento domestico e agricoltura». In molti casi, gli strumenti normativi e tecnologici già ci sono e basterebbe solo applicarli. Perché se il prezzo da pagare per le sanzioni europee è alto, quello per la salute e l’ambiente è incalcolabile. E le norme europee restano un salvagente a cui aggrapparsi per salvare l’Italia dalle sue croniche emergenze.

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