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Luca Di Bartolomei: “Nessuna arma porterà un briciolo di sicurezza in più”

Foto di Luca Di Bartolomei

Se ho deciso di partire da una storia personale, “strumentalizzando” la morte di Ago, è perché non mi interessa più ricordare quanto ho perso come figlio. M’importa pensare a tutto quello che da domani potrei perdere come padre». Luca Di Bartolomei aveva 12 anni quando suo padre Agostino, lo storico capitano della Roma, si tolse la vita con un colpo di pistola al petto. Era il 30 maggio 1994 e l’ultimo a vederlo vivo, quella maledetta mattina di 25 anni fa, fu proprio suo figlio. È lui stesso a raccontarlo nella prima pagina di Dritto al cuore, un pamphlet che smonta l’equazione diventata slogan “più armi uguale più sicurezza” pubblicato da Baldini & Castoldi a pochi giorni dal 28 marzo, quando il Senato ha approvato la nuova legge sulla legittima difesa. “Un bellissimo giorno” per il vicepremier Matteo Salvini, il politico che più di altri ha scommesso sulle paure degli italiani. Nel suo saggio Di Bartolomei non lo nomina mai, neanche quando potrebbe. «È un utile idiota che porta avanti una linea politica che non è in grado di comprendere e di decidere – spiega a La Nuova Ecologia – Il vento di insicurezza che agita la richiesta di armarsi è figlio di una tendenza globale a volere l’uomo forte: è già avvenuto nella storia, non c’è nulla di nuovo».

Invita a riflettere sulle conseguenze che il moltiplicarsi delle armi porta nella società. Lo fa, è lei a definirsi così, da “analista sui temi della sicurezza”. In che cosa consiste il suo lavoro?

Per dieci anni mi sono occupato del mondo della sicurezza e della difesa vedendolo dalla parte dei dati. Ho avuto la fortuna di osservare in maniera quasi asettica alcuni aspetti di un fenomeno che ha incredibili rilievi economici. Mettendo insieme i numeri con le analisi e le osservazioni mi sono reso conto che a un certo punto qualcosa si è rotto nel rapporto fra gli italiani, e ciò che gli accade attorno. Avevo voglia di capire perché così tanta paura e perché non fosse legata all’aumento dei reati, che invece continuano a diminuire.

L’approvazione della legge sulla legittima difesa è il compimento di una stagione dominata dalla paura?

Manca ancora qualche passaggio. Subito dopo la legittima difesa un non banale numero di deputati ha presentato una legge per allargare i confini delle armi legittimamente trasportabili senza bisogno di porto d’armi. Il fatto che il ddl sia stato affossato non significa nulla: resta lì e tornerà a fare capoccetta fuori della commissione.

Perché definisce la paura un sentimento classista?

Come hanno scritto grandi pensatori, Bauman per dirne uno, da tempo siamo attraversati da due forze. Una, nonostante le sue complessità, positiva: è il globalismo che ha trascinato fuori dalla povertà un bel pezzo di mondo. A farne le spese è stata la classe media occidentale. Se guardassimo con distacco il fenomeno potremmo vedere da un lato il miglioramento parziale di alcune condizioni globali, dall’altro un forte impaurimento in gran parte dell’Occidente. Per una larga quota di europei oggi i livelli di reddito, istruzione e paura sono sovrapponibili: a un reddito basso corrisponde un’istruzione bassa. A un’istruzione bassa, una grande paura. In Italia l’impoverimento culturale è stato accentuato dal taglio dei fondi per la scuola e per la ricerca. Il risultato è un Paese che ha difficoltà a governare conoscenze di carattere matematico e statistico. Quindi, nel mondo di oggi, a informarsi. La maggioranza degli italiani non sa rendersi conto di quanti sono gli immigrati né di quanti reati si compiono nel Paese. Ecco perché la paura è classista.

L’informazione ha responsabilità nel far crescere l’allarme sociale?

Poche settimane fa sono usciti i dati su quanti sono gli italiani che decidono di emigrare. Sono tanti. In un Paese in cui gli scambi di manodopera intellettiva fossero biunivoci sarebbe un fatto normale, ma in Italia il saldo è negativo sia sulle competenze intellettuali che su quelle manuali di livello alto. Significa che tratteniamo chi si colloca nelle fasce culturalmente meno alte. L’informazione ha certamente un ruolo nell’amplificare le paure, ma è un problema di ritorno rispetto al fatto che abbiamo tirato i remi in barca. Su questo il mondo dei media ha gioco facile, in un Paese con una capacità di comprendere così limitata è ovvio che non ci siano margini di trattativa.

foto dell'Exa, Small Arms Exibition (foto di Dino Fracchia)L’unica emergenza sul fronte sicurezza, lo confermano i numeri, sono i femminicidi. Dedica il libro “a tutte le donne del domani, che ancora di più rischiano di essere vittime di una falsa idea di sicurezza”. Quale?

L’idea che un’arma in casa porti più sicurezza mentre è solo fonte di problemi, possibili incidenti e dimenticanze fatali. Le donne sono oggetto di un attacco violentissimo, che affonda le sue radici nel passato ma che negli ultimi mesi ha visto susseguirsi fatti inimmaginabili in un Paese democratico: il ddl Pillon, l’attacco alla 194, il congresso di Verona, le parole di Fontana e Salvini. Nel 2017 (ultimi dati disponibili, ndr) le persone uccise con un’arma da fuoco in seguito a una rapina sono state 15, 40 invece le donne, 38 di queste per mano di compagni o ex, legali detentori. E in questo quadro è gravissima l’abrogazione dell’obbligo di comunicare la detenzione di armi ai conviventi (dal 14 settembre 2018, ndr). Se in Italia ci saranno 100 armi in più, 10 di queste uccideranno 4 donne (3,9 di chi era o era stata compagna), 6 produrranno incidenti e solo nello 0,001% dei casi un atto di sicurezza. Statisticamente significa che nessuna arma porterà un briciolo di sicurezza in più.

La facilità con cui una pistola possa assecondare un impulso suicida è stata una questione trascurata nel dibattito pubblico. È questo che l’ha portata a scrivere “Dritto al cuore”?

Parto dalla mia esperienza perché è qualcosa che cambia la vita e da cui è necessario trarre insegnamento. Ogni anno, a partire dal Duemila, il numero dei suicidi nel mondo supera quello degli omicidi che avvengono per violenza interpersonale e guerre. Nel 2016, dati Onu, ci sono stati 860.000 suicidi e 790.000 omicidi. Al netto del numero assoluto, il dato è preoccupante se letto in proiezione. Siamo in un momento storico in cui ci si può aspettare che nei prossimi vent’anni gran parte dell’umanità sarà liberata dal lavoro come lo conosciamo ora. Questa fase di passaggio produrrà un’incredibile sequela di conflitti, le tensioni sociali si acuiranno. In un mondo che ha davanti un traguardo enorme, ma che per arrivarci patirà tantissimo, un più ampio ricorso alle armi porterà solo più sangue.

“Siamo una marea di individui in preda al panico”, scrive. Come liberarsene?

Credo che l’unico antidoto sia la lingua. Con sempre più persone non abili nel capire cosa sia vero e cosa no, abbiamo bisogno di un fattore comune che consideri il complesso dei diritti come li conosciamo oggi qualcosa da difendere. L’unico modo per farlo è astrarci da quella costruzione ottocentesca che sono gli Stati nazionali. Oggi, più che mai, serve che i nostri figli studino una lingua. È l’unica forza che possa opporsi a fenomeni internazionali così penetranti che finiscono per stravolgere le comunità. Bisogna costruire un new deal fatto di conoscenze, insegnare ai ragazzi il dubbio, a sapersi relazionare fra loro qualunque sia la provenienza geografica e sociale. Così forse riusciremo a invertire la rotta.

 

Cover del libro Dritti al cuore Di BartolomeiIL LIBRO
Luca Di Bartolomei
Dritto al cuore
Baldini & Castoldi
pp.
108, 16 euro

 

identikit

Luca Di Bartolomei affianca al lavoro da avvocato la passione per la politica. È stato coordinatore del Forum sicurezza del Pd, incarico da cui si è dimesso. Ora è un “semplice iscritto”. Suo padre Agostino era calciatore e capitano della Roma. Amatissimo dai suoi tifosi, rispettato da tutti gli altri.

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