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L’imprevisto necessario

DI FRANCO LORENZONI*

Dal mensile di settembre 2020 – La didattica a distanza non l’ha portata il virus nella scuola. Esiste da sempre, nelle pratiche educative che allontanano gli oggetti di conoscenza privandoli di umore e senso e nelle relazioni che rimuovono e avviliscono le energie e i corpi vivi di bambini e ragazzi. I corpi di ciascuno di noi, che mescolano nei modi più diversi emozioni e conoscenze, curiosità intellettuali e chiusure, libere associazioni, intuizioni e paure, insieme a faticose o felici aperture, talvolta lente, talvolta improvvise. Confrontarsi con la complessità del mondo e, al tempo stesso, accorgersi e tenere nella giusta considerazione la complessità dei diversi modi di apprendere di ciascuno è la sfida di ogni proposta educativa.

Franco Lorenzoni

Un giorno una bambina, con icastica e geniale intuizione, definì il pianeta intero come qualcosa di tuttattaccato. L’espressione era così bella che giustamente Legambiente la riprese e rilanciò perché, quella bambina, non aveva solo creato una parola incollandone due, ma stava invitando a una nuova visione, esattamente come i seguaci di Gandhi, dovendo tradurre in italiano una concezione della vita e della lotta politica lontana dalla nostra tradizione, la condensarono in una nuova parola – nonviolenza – che oggi persino l’algoritmo riconosce e non sottolinea in rosso, pur essendo ancora assai lontana dal comune sentire.

Abbiamo tollerato per mesi che il necessario distanziamento fisico venisse assurdamente chiamato distanziamento sociale, mentre tutti sappiamo che solo avviando concreti processi di avvicinamento sociale possiamo cercare di aggrumare le energie necessarie per compiere l’enorme sforzo collettivo che ci permetta di affrontare la gravissima crisi in cui siamo precipitati. Sforzo che riguarda in primo luogo la nostra immaginazione, perché i bambini, i ragazzi e tutti noi abbiamo sofferto e imparato tantissimo in questi mesi, ma non sappiamo ancora bene cosa abbiamo imparato.

E allora mi viene in mente che, forse, dovremmo provare a dar forma ed elaborare dei curricoli del rammendo, capaci di riprendere e riannodare i tanti fili sparpagliati di un’esperienza inedita e conturbante che ha mutato diverse cose nella percezione che abbiamo del mondo e delle sue fragilità, ma che ciascuno di noi ha finora percepito a modo suo, solitariamente. Per non correre il rischio di perdere la capacità di elaborare la portata di ciò che sta accadendo e intuirne collettivamente le potenzialità di trasformazione sociale, penso dovremmo ripensare con audacia alle priorità di ciò che insegneremo nell’anno che comincia. Se il curricolo è una “conversazione animata”, che ci aiuta a comprendere come alcune conoscenze possano intrecciarsi alla vita concreta di una classe o di un gruppo che apprende, come sostiene l’ultimo Bruner, la grande sfida sta nell’accogliere pienamente la dimensione dell’incertezza nel nostro fare scuola.

A quante discipline scolastiche stiamo infatti ricorrendo più o meno consapevolmente in questi mesi, per cercare di capire qualcosa di ciò che sta accadendo?

Matematica e statistica, in primo luogo, per venire a capo del diluvio di numeri che continuano a inondare i telegiornali, ma anche geografia, per inseguire gli spostamenti del virus, e scienze, naturalmente, perché il virus si muove tra le molecole che compongono i corpi nostri e di altri animali. Abbiamo bisogno anche di un approccio empirico all’architettura, per distinguere i caratteri degli spazi e capire come configurare una sensata distribuzione dei banchi in una classe o intravedere luoghi nuovi e migliori per l’educare, ed è stato importante e potrebbe esserlo ancora di più l’incontro con la letteratura e la storia, perché tornare alle narrazioni della peste di Manzoni o Boccaccio ci fa comprendere tanto delle dinamiche dei nostri comportamenti, e magari approfondire la conoscenza di come si è diffusa l’influenza spagnola che, con i suoi 50 milioni di morti, esattamente un secolo fa doppiò le vittime della prima guerra mondiale. Nei libri di storia ben poco spazio è dato all’antropologia medica e ai contagi che grande peso ebbero nel passato, provocando crisi di imperi e stermini di intere popolazioni, come accadde ai nativi americani dopo la conquista bianca di quel continente.

Di fronte a noi abbiamo un decennio che necessariamente dovremo dedicare alla cura. Cura dei territori che abitiamo e della Terra, cura delle relazioni reciproche, cura dei contesti educativi, perché a tutti sia data la possibilità di acquisire le conoscenze necessarie e imprescindibili per operare scelte difficili e lungimiranti.

Ma per arrivare a costruire collettivamente una cultura capace di mettere al centro la cura e un mutamento significativo dei nostri comportamenti, come ci chiede con forza la generazione di Greta, dobbiamo essere in grado di elaborare dei veri e propri curricoli dell’incertezza. Curricoli che sappiano mettere al centro le tante domande aperte dal futuro, con la consapevolezza che le risposte le potremo dare solo mutando assai le nostre consuetudini e, prima, i nostri modi di guardare le complessità del pianeta che ci ospita. Come auspicava trent’anni fa Alexander Langer, invocando la necessità di una radicale conversione ecologica, in grado di coinvolgere ciascuno di noi in prima persona.

* Franco Lorenzoni è maestro elementare dal 1978. Attivo nel Movimento di cooperazione educativa, ha fondato e dirige ad Amelia, dal 1980, la Casa laboratorio di Cenci. Ha pubblicato diversi libri. Collaboratore de “Lo straniero”, “Eco” e “Cooperazione educativa”.

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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