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Razzismo, Thuram: “Chi ha costruito l’idea di una gerarchia tra uomini si pensa anche superiore alla natura”

Dal mensile – Intervista all’ex calciatore di Parma, Juventus e della nazionale francese, autore del libro “Il pensiero bianco”. In cui si affronta il problema del razzismo non dal punto di vista di chi lo subisce ma di chi lo esercita

È un libro coraggioso e non scontato Il pensiero bianco di Lilian Thuram, da poco uscito in Italia per add editore, perché affronta il problema del razzismo non dal punto di vista di chi lo subisce ma di chi lo esercita, di chi ha un modo di pensare “bianco” e ha l’abitudine di immaginarsi come “normale”. L’autore parte dalle radici storiche del concetto di razza come giustificazione del dominio dell’Occidente sul resto del mondo, ambiente incluso. La Nuova Ecologia l’ha intervistato.

Con la fondazione che porta il suo nome da diversi anni è impegnato nella lotta al razzismo. A che punto siamo oggi?

Il pensiero biancoSe consideriamo un arco temporale molto lungo, certamente c’è meno razzismo. È come per il sessismo: le donne ora sono molto meno discriminate. Ma entrambi esistono ancora e sono ancora in tanti a rifiutare il cambiamento. Il razzismo è un’ideologia politica che serve a garantire a pochi un privilegio che sono convinti di meritare. Ci sono gruppi politici che portano avanti questo discorso razzista e hanno successo. Ma se esistono è perché, dall’altra parte, sempre più persone chiedono giustizia e uguaglianza.

Racconta nel libro che quando era piccolo sua madre le diceva che non sarebbe mai cambiato niente per i neri.

Lo affermava perché non conosceva la storia, non sapeva che in passato tante persone, con il loro impegno e il loro sacrificio, hanno portato al cambiamento. L’uguaglianza e la giustizia non sono concessioni, sono conquiste per cui si deve lottare, uniti.

Lei sottolinea il bisogno di controllo da parte dei bianchi, il timore verso una maggioranza di non bianchi che si potrebbe ribellare. Si è forti ma si vive nella paura?

L’ingiustizia è possibile grazie alla violenza. Accade anche tra uomini e donne. Si infonde paura nel cuore e nella mente delle persone per farle restare al loro posto. Ma chi esercita il potere è consapevole che la sua fortuna si basa sullo sfruttamento dell’altro, per questo dico che da entrambe le parti si vive nella paura. Il forte teme l’oppresso perché sa che per liberarsi potrebbe diventare violento.

Come se ne esce?

Torno all’importanza di conoscere la storia, per capire chi siamo e comprendere che dietro lo sfruttamento delle persone c’è la volontà di una minoranza di arricchirsi. Da lì possiamo cercare un punto di incontro con l’altro, dialogare e cercare una strada comune, più giusta. È importante saper ascoltare chi subisce il razzismo, così come le donne che subiscono il sessismo. I bianchi, che per secoli sono stati abituati a pensare di essere superiori e di dover educare gli altri, faticano a mettersi in discussione: sono convinti della loro verità e non sempre hanno l’umiltà di mettersi nei panni dell’altro. In Sudafrica il regime dell’apartheid è rimasto in vigore fino agli anni Novanta! La colonizzazione è finita negli anni Sessanta, ma il sistema di sfruttamento dei Paesi ricchi nei confronti di quelli più poveri continua. Questa è la nostra storia, è ciò che portiamo dentro di noi. La lotta per l’uguaglianza è per me la sfida più grande, bella e nobile.

È interessante il parallelo che fa con lo sport: un grande campione, per migliorare, si mette continuamente in discussione. È così?

Se vuoi crescere, in qualsiasi ambito, devi per forza metterti in gioco, avere dubbi. Se invece sei convinto che tutto quello che fai va già bene, non andrai alla ricerca di altro, di qualcosa che potrebbe aiutarti a diventare più grande. C’è chi ha questa idea di sé e non ascolta nessuno, purtroppo. Per crescere, come società, dobbiamo invece avere il coraggio di dialogare, di affrontare i problemi con la parola. Ognuno di noi ha pregiudizi e non per questo siamo cattive persone. Il nostro punto di vista dipende da tanti fattori: la famiglia, la scuola, i libri che abbiamo letto, i film che abbiamo visto, dove e quando siamo nati. Tutto questo ci influenza e ci porta ad avere pregiudizi. L’importante è avere la disponibilità ad ascoltare e a cambiare. Quando scrivo o parlo in pubblico ho sempre l’idea che davanti a me ci siano persone intelligenti, con cui provare insieme a riflettere su razzismo, sessismo, omofobia e su come uscire da un certo modo di pensare che ci divide. È vero, il pensiero razzista basato sul colore della pelle ha una lunga storia, ma è una costruzione, un tempo non c’era. Si può decostruire. Non importa se siamo italiani, francesi, albanesi, neri, bianchi… Siamo prima di tutto esseri umani, abbiamo bisogno di capire questo.

Nel suo libro mette in relazione la lotta per l’uguaglianza con il rispetto dell’ambiente. Qual è il legame?

Tanti amici a cui ho fatto leggere il libro all’inizio non vedevano il collegamento, ma per me è abbastanza evidente. Chi ha costruito l’idea di una gerarchia tra gli uomini per trarne vantaggio, inevitabilmente si pensa anche superiore alla natura. È convinto che le risorse naturali siano a disposizione degli uomini senza limiti, ma questo è pericoloso e ora ce ne stiamo accorgendo. Nessun animale distrugge l’ecosistema in cui abita perché sa che ne ha bisogno. Noi esseri umani siamo gli unici capaci di rovinare l’ambiente in cui viviamo e arriviamo a dire che un giorno andremo a vivere su un altro pianeta: una follia e una possibilità riservata solo ai ricchi.

Spesso si sente dire che gli italiani non sono razzisti. Com’è stata la sua esperienza nel nostro Paese?

Sono arrivato in Italia a 24 anni e avevo ben chiare le radici del razzismo. È una questione storica, dunque non ha senso dire che in Italia, in Francia o in un altro Paese non ci sia razzismo. Capisco però perché lo si afferma: la psicologia sociale insegna che facendo parte di un gruppo si desidera averne un’immagine positiva, lo si difende, e questo porta ad avere una visione distorta della realtà. Inoltre, se qualcuno all’interno di un gruppo si permette di criticarlo solitamente viene emarginato. Mi ha colpito l’atteggiamento dei giocatori della Nazionale italiana che agli Europei quest’anno si sono rifiutati di mettersi in ginocchio per dare un segnale contro il razzismo, cercando scuse per non farlo. Credo che il ragionamento di fondo, anche se non espresso, sia che il problema non li riguarda perché non sono neri e non si riconoscono in questa causa. Ma si trattava di denunciare un’ingiustizia che tocca le persone nere!

Ancora una volta quello che conta è il punto di vista da cui si guardano le cose.

Già, all’inizio del libro ho voluto inserire una mappa del mondo rovesciata. Guardandola ci si sente spiazzati perché siamo abituati a vederla con il Nord in alto, ma non è sbagliata, perché la terra è rotonda. Questo per dire che è molto difficile cambiare il proprio punto di vista. Devi farti delle domande e rivedere tante cose, ma alle persone piace restare come sono, con le loro verità: è questo il problema. Ecco perché è fondamentale insegnare ai bambini, sin da piccoli, che ci sono tanti punti di vista, tanti modi per guardare il mondo. Così sarà più facile per loro capire la complessità della vita e saranno persone più aperte e libere.

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Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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