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L’Europa siamo noi

Marcia Anti 'brexit' a Londra

L’Unione Europea rischia di disgregarsi per la sua incapacità, come ci ricorda Claudio Magris, di andare oltre “quel piccolo futuro immediato, ansiogeno e paralizzante, presa soltanto dal rattoppo delle proprie falle”. Ma non è più il tempo del “rattoppo”. Per arrestare la marea montante dell’euroscetticismo e arginare i populismi serve ridare, per dirla sempre con Magris, la prospettiva di un “grande futuro” alla costruzione della casa comune europea.
È quello che chiedono a gran voce i tantissimi giovani scesi in piazza in molte città europee, seguendo l’esempio di Greta Thunberg, mobilitati per superare l’emergenza planetaria di questo secolo: l’emergenza climatica. Per vincere questa sfida – una sfida nello stesso tempo anche economica e sociale – bisogna essere capaci di disegnare “un grande futuro”, in grado di coniugare la visione di lungo periodo con l’azione concreta immediata. Serve ristrutturare da cima a fondo la casa comune europea per vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale. Una radicale inversione di rotta rispetto all’attuale politica del “rattoppo”. Possibile solo con un green new deal europeo.
I prossimi anni saranno cruciali. Abbiamo tempo sino al 2030 per non superare la soglia critica di 1,5°C e raggiungere zero emissioni nette entro il 2040 come contributo europeo alla decarbonizzazione del pianeta, secondo quanto raccomandato dal recente rapporto Ipcc.
Vincere la sfida climatica è possibile solo se si avvia subito una profonda trasformazione di tutti i settori dell’economia europea, da realizzare nei prossimi venti anni, con un forte impatto sociale che richiede un nuovo sistema di welfare europeo. Sfida ambiziosa che non può limitarsi a un programma di investimenti per l’azione climatica con risorse comunitarie e nazionali. Necessario ma non sufficiente. La decarbonizzazione dell’economia avrà successo solo se riusciamo a disegnare e praticare una visione, costruita attorno a nuove relazioni economiche e sociali, in grado di dimostrare concretamente che l’azione climatica è una grande opportunità per dare gambe a un sistema economico capace di migliorare la nostra qualità della vita, senza lasciare indietro nessuno. Questo è possibile solo con il pieno coinvolgimento dei cittadini europei, grazie a un nuovo contratto sociale, ovvero per l’appunto un green new deal, forza motrice della decarbonizzazione dell’economia europea, che tenga conto delle lezioni di questi anni.
Il green new deal è entrato nell’agenda dei principali leader politici internazionali nel pieno della “grande recessione”, quando l’Unep pubblicò nel 2009 un rapporto (“Rethinking the economic recovery: a global green new deal”) che chiedeva ai governi del G20 di investire almeno l’1% del loro Pil per stimolare la ripresa economica e nello stesso tempo accelerare la lotta contro i cambiamenti climatici, il degrado ambientale e la povertà. I governi del G20 per la ripresa economica misero in campo, nel periodo 2008-2010, un pacchetto di investimenti di 3.300 miliardi di dollari, di cui circa 520 milioni furono destinati alla “green economy”, in particolare in Cina (3% del Pil), Stati Uniti (0,9%) e Unione Europea (0,2%).
Investimenti che hanno sostenuto lo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica in questi Paesi, ma che non sono stati in grado di accelerare la decarbonizzazione delle loro economie al passo richiesto per superare la crisi climatica. Sia perché non sono state corrette tutte quelle distorsioni di mercato che continuano a favorire la brown economy, come i sussidi alle fonti fossili, sia perché non sono state messe in campo politiche economiche fiscali e sociali in grado di sostenere la transizione verso un’economia circolare e a zero emissioni.
Si tratta di una radicale inversione di rotta rispetto alle attuali politiche comunitarie e nazionali, impossibile da realizzare senza il contributo e l’impegno di tutti quei cittadini e di quelle organizzazioni che hanno a cuore il futuro dell’Europa. Dobbiamo rimboccarci le maniche e fare la nostra parte. Parafrasando John Kennedy, non possiamo più solo chiederci cosa l’Europa fa per noi, dobbiamo chiederci cosa noi possiamo fare per l’Europa: l’Europa siamo noi.
È giunto il momento di costruire dal basso una grande “Alleanza per il green new deal” tra tutte quelle forze ambientaliste, sociali e imprenditoriali disposte a lavorare insieme per vincere la triplice sfida climatica, economica e sociale e costruire una casa comune europea solidale, inclusiva, sostenibile e competitiva al tempo stesso. Solo in questo modo sarà possibile affrontare con determinazione l’emergenza climatica, accrescere la competitività della nostra economia, creare nuovi posti di lavoro e migliorare la qualità della vita dei cittadini. Sfide che i singoli governi nazionali – anche i più forti – non sono in grado di vincere da soli. Il green new deal va visto come una missione condivisa, un nuovo contratto sociale con i cittadini europei per ridare loro fiducia, speranza e un nuovo senso di comunità. Per costruire un grande futuro con un’Europa leader nella transizione verso un’economia globale libera da fonti fossili, circolare e a zero emissioni.

Mauro Albrizio
Mauro Albrizio è responsabile dell'ufficio europeo di Legambiente a Bruxelles

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