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Letture selvatiche

Dal mensile. Da Jack London a Gary Snider, tanti scrittori hanno reso giustizia alla natura non “cattiva” dei grandi carnivori. Un impegno mai abbandonatodai naturalisti

Nessuno come lupi e orsi imprigiona il nostro immaginario ancestrale in un terrore senza spiegazioni. Forse solo i serpenti possono tanto. La prova è nelle tante fiabe o racconti popolari associati ai lupi. Per noi convinti animalisti, la versione amata di questa tradizione timorosa è quella di Pierino e il lupo di Prokovief, con il lieto fine, piuttosto che le versioni di Perrault e la rivisitazione dei Grimm di Cappuccetto rosso o le inglesi dei Tre porcellini, con il finale del lupo in pentola, salvo varianti del quadrupede in fuga.
Eppure, negli anni si è fatta spazio una visione dei lupi meno terrorifica. La voce dei naturalisti è diventata il contrappunto di questo sguardo in cui all’animale segue per forza l’aggettivo “cattivo”. Una delle più recenti uscite è Italia selvatica. Storie di orsi, lupi, gatti selvatici, cinghiali, lontre, sciacalli dorati, linci e un castoro (Utet) del naturalista Daniele Zovi. Ma ci sono tanti libri da leggere sul tema. Non potranno sfuggire, intanto, Zanna Bianca e Il richiamo della foresta di Jack London, pur dedicati a una versione “addomesticata” del lupo. Un libro per tutti aiuterà a farci passare dalla visione ancestrale a quella storica: Storie di lupi famosi e di altri animali di Ernest Thompson Seton, uscito nel 2017 per la piccola casa editrice Tarka. Scrive l’autore inglese, morto nel 1946 e depositario di tanti racconti veri di lupi “non cattivi” ma “raffinati come dei cerbiatti. E ne conobbi altri la cui caratteristica principale era una vera e propria saggezza. […] Ne vidi io stesso, bruciati da un’appassionata dedizione al loro diletto compagno; e udii parlare di altri che strinsero con animali assolutamente diversi da loro dei patti di fratellanza. Ma conobbi un lupo che nutrì durante tutta la sua vita una devozione profonda per la sua vecchia madre, cieca e indifesa”. Insomma, fuori dal primitivo terrore, il racconto “dal vero” ci dice cose meno cliché.
Sdoganata la versione “ruba merende” e anche quella in cui, grande e grosso, subisce le sordide angherie di una bambina, racconto rinverdito da un cartoon, l’orso è spesso raccontato come portatore dell’incontrollata distruzione delle arnie, e dei tardivi rimborsi ai produttori. Anche qui il lavoro di tanti naturalisti molto ha potuto per abbattere muri ideologici. Nell’immaginario si saldano anche il libro The Grizzly King di James Oliver Curwood, con la versione cinematografica firmata da Annaud. Su Amazon Prime è disponibile la prima stagione di una serie, The Terror, che mostra come l’orso polare possa diventare, trasmutato, lo spirito dell’inaccessibilità dei luoghi e della ritorsione della natura contro la hubris umana.
A ben vedere, il tema dei temi rimane sempre il rapporto con il selvatico, con la wilderness. Molto di quello che ci fa soffrire si scioglie davanti alla scoperta dell’inutilità del bisogno di controllarlo e addomesticarlo. La nostra dovrebbe essere la sfida del saperci convivere. Una liturgia efficace la troviamo nelle parole di un grandissimo poeta e saggista americano, Gary Snider, che per salutare questa difficile relazione avrebbe detto: “Mi piacerebbe poter dire / Il coyote sarà per sempre / Dentro di voi / Ma non è vero”. Tutto il nostro lavoro è salvare il coyote – e l’orso e il lupo come in una barzelletta logica – e quello che rappresenta dentro di noi. Una sfida ancestrale, umana e spirituale, non soltanto naturalistica.

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Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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