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Letizia Battaglia: “La mia avventura non è ancora finita”

Dal mensile di marzo – La storia della fotografa palermitana è raccontata nel libro “Mi prendo il mondo ovunque sia”, scritto con la giornalista Sabrina Pisu, che ci spiega come e perché è nato

Come si può raccontare una vita? Da dove si inizia e finisce? La memoria poi, si sa, tira brutta scherzi: taglia, maneggia il tempo a piacimento seguendo, più che i ricordi, le emozioni  che si portano dietro. La memoria a volte si ferma, fa un passo indietro, si paralizza davanti al dolore. Se poi questa vita non è solo una faccenda privata ma pubblica come quella della grande fotografa e militante politica Letizia Battaglia, le domande che si aprono sono tante: personali, civili, politiche, etiche.

«Sì, ma la mia avventura non è ancora finita», mi ha detto quando le ho proposto di mettere insieme su carta il suo passato, il presente, di ripercorrere l’orrore della seconda guerra di mafia che negli anni Ottanta a Palermo ha fatto 700 morti e 300 “lupare bianche”, e che lei ha testimoniato e denunciato con la fotografia, mettendo i suoi piedi ogni giorno nel sangue. Il fumo della sigaretta intanto l’avvolgeva, ci avvolgeva, come compagna instancabile di vita che va aspirata ogni giorno, come se fosse l’ultima possibilità che ci è offerta di fare quello in cui crediamo.

Letizia era seduta di fronte a me, in un tavolino all’aperto in uno dei centri per la produzione culturale agli ex Cantieri industriali della Zisa. Succedeva un paio di anni fa, a Palermo, che è la sua casa, la sua passione diventata ossessione come succede in ogni “amore amaro”. Intanto il suo cellulare riprendeva a squillare, lei lo cercava dentro la borsa adagiata a terra, dove non si trova mai, perso tra mille altre cose.

Ha risposto concordando un’intervista, poi è arrivata un’altra chiamata, la sentivo parlare del Centro internazionale di fotografia che lei ha voluto, e che dirige, e che restava, ed è ancora, senza i fondi necessari per sopravvivere. Ha alzato la voce e poi il suo viso si è chiuso, cupo. Ho cercato allora il suo sguardo e un sorriso ha disteso improvvisamente le labbra mentre spegneva con forza sul posacenere una cicca di sigaretta dopo averla baciata avidamente un’ultima volta con il suo rossetto. I suoi pensieri erano già altrove, alla prossima battaglia. E al nostro libro.

«Sì, lo voglio fare – mi ha detto – proprio nei giorni scorsi ho pensato che è urgente per me mettere a posto le cose del presente e del futuro, ma non parliamo solo di fotografia e mafia, voglio parlare di vita, di bellezza, di donne, delle mie bambine, di amore». Ed è così che è nato il libro, frutto di tanti racconti, incontri, e confidenze, lunghe e brevi, a casa sua, al Centro internazionale di fotografia, al telefono durante l’esilio in casa in cui ci ha costretti tutti il Coronavirus, facendoci ripensare la libertà.

Non parliamo solo di fotografia e mafia. Voglio parlare di vita, di bellezza, di donne, delle mie bambine. D’amore
– Letizia Battaglia

«Sono emozionata e commossa», mi ha detto nei giorni scorsi, quasi con le lacrime agli occhi, quando le ho detto che il libro a due mesi dalla pubblicazione era esaurito e andava in ristampa. Erano per lei, e lo sono ancora, giorni difficili in cui combatte una forte polmonite, la terza che «la consuma», come dice lei. «I miei polmoni non ce la fanno più – mi ha detto qualche giorno fa con un filo di voce al telefono – ora cerco di fumare poche sigarette al giorno, ma è difficile ridurre così tanto, da sessanta che ne fumavo. E poi devo prendere molte medicine». Il fiato sta sparendo, la saluto, non ti stancare, le dico, ci scriviamo. Giorni in cui, anche se non si direbbe a guardarla, fa i conti con il rischio di avere un tumore. «Hanno visto una macchia nei polmoni, dove fare altri accertamenti ma non ci voglio pensare, non ho paura, alla mia età i medici hanno detto che va piano».

Ho provato a tenerle compagnia raccontandole per iscritto dei tanti messaggi che mi erano arrivati, di ringraziamento, di lettori, tanti giovani, che mi hanno detto che questo libro rappresenta una storia di coraggio, di ispirazione, di ribellione alla banalità del male, a quella rassegnazione della coscienza che genera mostri. Sperando che quell’affetto potesse darle forza mentre si sentiva debole, e minacciata. «Che emozione, allora siamo state brave», mi ha risposto. «Sono felice. Sai, è stato proprio emozionate ripercorrere con te la mia vita, in questo libro c’è tutto il mio mondo, è stato come fare un viaggio dentro me stessa, ho scoperto tante cose, ho scoperto che la mia vita è stata tanto complicata».

È vero, abbiamo scoperto tante cose insieme. La prima, e forse la più importante, è che la memoria, anche quella personale, è sempre un fatto collettivo. Quello che noi non ricordiamo più, o male, ce lo ricorda chi ha condiviso con noi un pezzo di strada. Nel caso di Letizia Battaglia questo vale ancora di più, perché la sua è una storia italiana.

La sua vita racconta in maniera unica ed esemplare il Novecento italiano, il coraggio di una donna che si è battuta per diventare se stessa, sapendo che sarebbe stata isolata, incompresa nella sfera privata come in quella sociale. A spingerla è stata la necessità di essere autonoma, rispettata nei suoi sogni e di dare il suo contributo per costruire una società più giusta.

Ha riscritto una storia tutta sua, lo ha fatto con perseveranza e ostinazione rare, non ha accettato il ruolo della comparsa, eterna subalterna, in una società a dominazione maschile che voleva la donna incapace di una sua indipendenza, anche culturale e morale, obbediente e fedele, che subiva in silenzio. La fotografia, come ho scritto nel libro, è la scintilla che fa brillare la stella nel suo cielo, dentro la macchina scorre la pellicola di libertà con cui rivoluzionerà il significato della fotografia nel racconto di cronaca e, innanzitutto, la sua vita.

cover di "Mi prendo il mondo ovunque sia"

L’anno di svolta è il 1974, quando Letizia Battaglia diventa la prima donna in Italia a dirigere il servizio fotografico di un giornale. È “L’Ora” di Palermo, dove resterà fino al 1991. Lì si spinge in un territorio da nessuno mai battuto a Palermo, quello di una fotografia partigiana, come resistenza civile. Negli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, la narrativa della mafia folklore veniva reiterata anche dalle fotografie, un’immagine che finiva, senza volerlo, per perpetuare il potere mafioso. Letizia Battaglia raccoglie il grido di Palermo, non riesce ad essere una semplice riproduttrice del dramma, ma di questo dramma si fa carico, se ne prende la responsabilità. E lo fa fino in fondo, al punto di rottura di ogni confine tra fotografia e realtà, le sue immagini non raccontano solo la storia di Palermo ma anche la sua. Con Letizia Battaglia non c’è più distinzione tra la storia che si compie e chi la racconta, il connubio è totale e lacerante. Fotografo e morto ammazzato sono dentro la stessa inquadratura, fanno parte della stessa realtà perché sono parte della stessa società. Come scrive Susan Sontag: “Non spetta a una fotografia il compito di rimediare alla nostra ignoranza della storia e delle cause della sofferenza che essa individua e inquadra. Tali immagini non possono essere che un invito a prestare attenzione, a riflettere, ad apprendere, ad analizzare le ragioni con cui le autorità costituite giustificano le sofferenze di massa. Chi ha provocato ciò che l’immagine mostra? Chi ne è responsabile?”. Le sue fotografie, ieri, oggi e domani, continueranno a fare incessantemente queste domande.

Il nostro libro vuole essere un piccolo ma solido tassello nel terreno scivoloso della costruzione di una memoria collettiva. Pagine per non dimenticare l’esemplare impegno civile di tutti coloro che hanno pagato con la vita l’ideale di una società migliore, libera dalla violenza della mafia, come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pagine che sono un dono, come può esserlo soltanto la testimonianza sincera di chi ha saputo trasformare il dolore in un inno alla vita.

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