Legambiente contro l’olio di palma: oggi al ministero dell’Ambiente

Ogni nuova coltivazione ha sostituito ecosistemi ricchi di biodiversità, come foreste tropicali e torbiere. La petizione dell’associazione, appena lanciata ieri, è già a 500 firme: firma anche tu

oranghi

Si chiamano “sussidi ambientalmente dannosi” (in sigla Sad). Si tratta di esenzioni fiscali o forme di tassazione che incentivano l’uso di combustibili più inquinanti a discapito di quelli più puliti. L’esempio più clamoroso è il gasolio, che costa meno ma inquina quanto, se non più della benzina.

Oggi Legambiente ha partecipato all’incontro al ministero dell’Ambiente per sottoporre alla sua attenzione anche un altro Sad, sino ad ora non considerato: l’olio di palma immesso in piccole percentuali nel gasolio (in media 3% circa). Non è lo stato ad incentivarlo, ma sono le leggi italiane a obbligare l’uso di oli vegetali (anche alimentari) e regolare il mercato tra produttori e distributori di carburante per finanziare la miscelazione di olii “rinnovabili” con il gasolio fossile.

Perché l’olio di palma (e i relativi acidi grassi sottoprodotti dalla produzione) sono dannosi? A stabilirlo in modo incontrovertibile sono studi internazionali recepiti dall’Europa (il Report Globiom), il Regolamento delegato 2055/2019 del 13 marzo 2019 che modifica la stessa direttiva europea sulle rinnovabili e il recente Rapporto Ipcc.

Ogni nuova coltivazione di palme da olio ha sostituito ecosistemi ricchi di biodiversità, come foreste tropicali e torbiere nel 45% dei casi (nel 8% nel caso di olio di soia). A causa della distruzione di foreste millenarie la combustione di olio di palma triplica le emissioni, e dell’olio di soia, che duplica le emissioni CO2 rispetto all’equivalente gasolio fossile.

E dove sta il “sussidio”? Secondo l’ente statale deputato al controllo (il Gse) l’ammontare complessivo del costo (valore dei Cic scambiati moltiplicato per le tonnellate di biocarburante immesso al consumo) nel 2018 è stato di 600 milioni di euro. È sempre il Gse a spiegare chi paga questi 600 milioni: una famiglia che fa mille litri di pieno (benzina o gasolio) spende 16 euro.

Poiché la stima Gse l’olio di palma e gli acidi grassi derivanti dal trattamento dello stesso (tutto di importazione indonesiana) è quasi la metà del consumo complessivo di biocarburante, è ragionevole stimare il costo finale per il consumatore pari ad almeno 250 milioni di euro: questo il costo pagato dai consumatori per deforestare il Borneo. Questo è un “sussidio ambientalmente dannoso”, pagato per legge degli italiani, per giunto raccontandogli essere “green”, “bio” e “rinnovabile”. Non è solo Sad, è anche un inganno. Indignati e firma.