venerdì, Ottobre 23, 2020

L’effetto farfalla sulla nostra vita

Coronavirus effetto farfalla

Non nascondiamoci dietro a una mascherina: la propagazione pressoché inarrestabile del Coronavirus che tiene in scacco la popolazione mondiale è una cosa del tutto naturale. È un processo ecologico, e per comprendere a pieno il perché tale evento si sia verificato dobbiamo analizzarlo da una prospettiva ispirata alla scienza che studia le relazioni fra gli esseri viventi e fra questi e l’ambiente. Un’analisi ecologica della diffusione globale di Sars-CoV-2 ci spinge a comprendere tanto le cause prossime, quelle più evidenti, che rendono noti i meccanismi attraverso cui si attua la crisi in atto, quanto quelle remote, meno visibili, che sono il motivo principale della crisi. Scorriamole insieme.

Causa prossima numero uno. Siamo in tanti e interagiamo. Siamo quasi 8 miliardi, quindi siamo ospiti d’elezione per i patogeni, che passano da uomo a uomo continuamente. Per esempio, in una città di un milione di persone possono avvenire circa 500 miliardi semplici strette di mano. Se anche si realizzasse l’1 per mille di quelle strette di mano, cioè 500.000, in un periodo di tempo nemmeno troppo limitato, diciamo un mese, ossia due cicli di incubazione di Sars-CoV-2, avremmo metà della popolazione contagiata e ce ne accorgeremmo solo a cose fatte. In una parola: epidemia. Una dinamica che segue il cosiddetto Effetto farfalla, secondo cui un battito d’ali in Amazzonia contribuisce a spostare particelle d’aria che a loro volta spostano altra aria, innescando una reazione a catena che dà vita a un uragano in Florida, ossia a un fenomeno che ha una dimensione ben maggiore del singolo evento che l’ha innescato. Una metafora che si applica alla perfezione a ogni insieme di elementi interagenti, come una città e i suoi abitanti.

Causa prossima numero due. Siamo in tanti e interagiamo globalmente. Ma oltre all’effetto farfalla, nella propagazione dei patogeni nelle società umane moderne gioca anche un altro fattore: l’iper-prossimità. Lo spostamento massivo di persone lungo il globo accresce in maniera drammatica la propagazione di epidemie, perché abbatte le distanze fra le persone contagiate. Gli esseri umani sono allo stesso tempo lontani e vicini, ed è come se il numero di strette di mano che si realizzano a livello locale fosse uguale a quelle che si realizzano fra persone che vivono in continenti diversi. La sola città di Milano, per esempio, ha ricevuto nel 2018 circa 8 milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo, per un periodo medio di circa tre giorni di soggiorno (dati Istat). Si tratta di numeri spaventosamente in linea con il trend globale. Da qui l’estrema facilità con cui un’epi-demia diventa pan-demia.

Causa prossima numero tre. Siamo in tanti e interagiamo con la natura. L’iper-prossimità non è limitata alle sole interazioni fra gli esseri umani, ma anche fra questi e la natura selvaggia o quel poco che ne resta. Ormai lo sappiamo tutti, perché lo stiamo pagando sulla nostra pelle: un pipistrello in una remota caverna del continente asiatico può venire in contatto con un essere umano trasmettendogli un virus, che per un caso altrettanto fortuito si adatta al nuovo ospite (l’essere umano, appunto), riproducendosi al suo interno (il famoso effetto spillover descritto da David Quammen); e l’essere umano infettato può facilmente, per i motivi spiegati, venire in contatto con altri esseri umani, innescando una rete di contagio globale che può arrivare fino a voi che leggete questo articolo dal chiuso della vostra “celletta”, in confinamento domestico forzato, come altre decine di milioni di italiani.

Fin qui le cause prossime, ma quali sono quelle remote? Da una prospettiva prettamente ecologica, esiste una sola causa remota: noi stessi. Ci stiamo “ammassando” spaventosamente. Al momento esistono nel mondo 47 megacity con una popolazione fra i 10 e i 38 milioni di abitanti. Queste sottraggono spazio alla natura, impedendole di rigenerare le risorse naturali, spingendo così allo sfruttamento della natura più selvaggia e inasprendo l’interazione negativa uomo-natura di cui sopra. In cambio di risorse naturali, conferiamo nella natura una quantità immensa di rifiuti, che la natura non può riciclare. Il caso limite è quello dei rifiuti gassosi, poiché con essi stiamo modificando le regioni climatiche, creando corridoi latitudinali con livelli di temperatura e umidità ai quali è più facile la diffusione degli stessi patogeni. Parafrasando la virologa Ilaria Capua, per curare l’uomo è davvero arrivato il momento di prenderci cura della natura. E dobbiamo farlo seriamente: la medicina non basta più.

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Domenico D'Alelio
Ecologo acquatico, ricercatore alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e vice presidente dell'Associazione italiana di oceanologia e limnologia

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