“L’economia verde propone un modello di crescita qualitativa e selettiva”

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Edo Ronchi

Benefici ambientali, incremento della qualità della vita, crescita del valore della produzione di beni e servizi, del loro valore aggiunto e dell’occupazione: sono le ricadute positive legate all’adozione di misure a sostegno dell’economia verde, di cui gli Stati generali della green economy 2018 (Ecomondo 6-7 novembre, Riminifiera) analizzano e valutano le potenzialità, presentando anche le proposte elaborate dal Consiglio nazionale della green economy per l’agenda della legislatura in corso.

Come per le edizioni passate, la cabina di regia dell’evento è stata presidiata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, il cui presidente Edo Ronchi ha di recente dato alle stampe La transizione alla green economy (Edizioni Ambiente), un libro che anticipa molti temi sotto i riflettori degli Stati generali, scandito in capitoli che approfondiscono i settori chiave dell’economia verde: energia, agricoltura, manifattura, edilizia, rifiuti, trasporti, turismo.

Falliti sul piano ambientale e sociale sia il modello di sviluppo nella sua accezione novecentesca, sia la globalizzazione, per l’ex ministro all’Ambiente oggi più che mai le coordinate di «uno sviluppo umano capace di futuro coincidono con quelle dell’economia verde, che tiene conto dello spazio ecologico limitato disponibile sul pianeta e propone un modello di crescita qualitativa e selettiva». Vuol dire, spiega, che le produzioni ad alte emissioni climalteranti e insostenibile consumo di risorse devono sparire, altre convertirsi in senso ecologico, altre invece, innovative e di buona qualità ecologica, espandersi. La valenza climatico-ambientale non è affrontata nel libro come variabile indipendente, ma è associata a misure di inclusione sociale, non da ultimo perché «il degrado ambientale colpisce più duramente la parte più povera della popolazione».

Nel libro prende le distanze dalla decrescita e da atteggiamenti che definisce “ascetici o vernacolari”. Perché?
La critica alla decrescita non equivale a idolatrare la crescita, così come la critica al consumismo non coincide con l’assumere comportamenti ascetici. Ciò che propongo è l’adozione di una sobrietà che si traduca in un benessere di migliore qualità e più equamente distribuito. Sobrietà significa imparare a vivere meglio con meno. Ma tra gli obiettivi c’è anche il meglio, non solo il meno.

Passando alla crisi climatica, più volte richiamata con preoccupazione nel suo libro, quali fattori ostacolano il decollo degli accordi sul clima di Parigi?
Inadeguatezza della politica, troppo legata alla prospettiva del breve termine e alla tuttora prevalente economia brown; carenza di visioni innovative intessute di forti valori; inefficacia delle politiche pubbliche. A questo si aggiungono i fallimenti del mercato, che richiedono come correttivo l’introduzione di politiche fiscali adeguate, e i ritardi dell’eco-innovazione nell’affermarsi, nonostante le sue enormi potenzialità. In questo quadro, la exit strategy per battere la crisi climatica si conferma la transizione alla green economy, ovvero il cambiamento dei modelli di economia a favore delle tendenze positive già in atto verso la sostenibilità. Se, come ritengo, la leva decisiva resta l’economia, bisogna spianare la strada alla green economy. 

Tra gli strumenti della transizione, in materia di fiscalità verde lei propone un mix di carbon tax, border tax e riduzione compensativa di altre imposte per non aumentare il carico fiscale: da chi dipende avviare queste misure?
Dai governi nazionali, perché purtroppo nell’Unione Europea la fiscalità non è materia comunitaria. Alcuni governi si sono già mossi: quello francese, ad esempio, ha aumentato la taxe carbone, introdotta nel 2014 al costo di 7 euro la tonnellata di CO2, portandola dallo scorso gennaio a 44,6 euro contro i 30,5 del 2017. Bisognerebbe che l’Italia imboccasse la stessa strada, anche perché se si riducono o si eliminano in tariffa gli incentivi alle rinnovabili, non è equo non riconoscere al contempo il costo delle emissioni di CO2 considerati i danni che producono. In altre parole, se si azzerano gli incentivi alle rinnovabili mettendole tout-court in concorrenza con le fonti fossili, la competizione è falsata dal fatto che le esternalità delle fonti fossili, ovvero i costi del loro impatto sul clima, non si pagano in quanto non ne è stato fissato il prezzo. Analogamente, alla carbon tax andrebbe affiancata una border tax per eliminare il vantaggio economico a favore dei Paesi che esportano merci originate da produzioni ad alto tasso di emissioni di CO2 non tassate in Paesi che hanno introdotto la carbon tax. Servirebbe a non penalizzare le produzioni nazionali i cui prezzi introiettino il costo della CO2.

In relazione alle politiche pubbliche, lei sostiene che è un problema ancorarle rigidamente al vincolo della riduzione del deficit di bilancio. Vale anche per la riduzione del debito pubblico?
Certamente. Ogni fase di transizione richiede politiche di investimento a medio-lungo termine, per cui, se si punta al pareggio di bilancio a breve, si frenano gli investimenti e quindi si frena la conversione. È un assunto di macro economia, più volte sottolineato, ad esempio, da Jean-Paul Fitoussi. In questi termini si applica anche alla riduzione del debito pubblico.

cover Libro RonchiPer far emergere i costi ambientali e addossarli a chi li genera, lei suggerisce di abolire i sussidi ai fossili, di modificare l’Emission trading system e di introdurre gradualmente nuove ecotasse. Riforma dell’Ets a parte,  regolata a livello internazionale, da dove comincerebbe in Italia?
Dalla riallocazione dei sussidi ambientalmente dannosi e alle fonti fossili, sia pur lanciando dei segnali graduali e selettivi al mercato per evitare impraticabili scossoni. Ma, come indica l’Ocse, è un lavoro da fare, preliminare alla riforma fiscale ecologica. All’interno del meccanismo dell’Ets la CO2 oggi è valutata mediamente sotto i 10 euro a tonnellata, per cui portarla a 20 euro non genererebbe alcuno shock. Analogamente, l’introduzione di nuove ecotasse dovrebbe riguardare carbone, petrolio e suoi derivati e gas metano in maniera proporzionale al tasso di emissioni. Bisogna far capire al mercato che nei prossimi venti anni la CO2 diventerà cara.

Che conseguenze ha avuto in Italia il ritardo della politica nel sostenere la transizione alla green economy?
Che il potenziale che avevamo, e abbiamo, è stato sottovalutato e tuttora è sottoutilizzato. Il caso più eclatante è quello delle rinnovabili. Ma anche con la mobilità elettrica siamo partiti tardi e altri ritardi li abbiamo accumulati con l’end-of-waste (la cessazione dello status di rifiuti, ndr). Con la raccolta differenziata e il riciclo in molte regioni abbiamo raggiunto buoni livelli, ma in altre siamo spaventosamente in ritardo a causa delle amministrazioni locali.

Nel contratto M5S-Lega vede novità in materia di politiche adeguate a sostenere la green economy?
Qualche cenno c’è. Ma l’esperienza insegna che, al di là dei documenti, contano le priorità che si fissano concretamente nelle politiche. Finora non ne abbiamo viste, tranne il positivo appoggio che il governo ha dato a Bruxelles all’incremento, dal 27 al 32%, dell’obiettivo europeo della produzione di energia da fonti rinnovabili. Quindi resto prudente.

Venendo all’Europa, lei sottolinea la necessità di un nuovo progetto europeo di sviluppo, del quale la transizione alla green economy potrebbe rappresentare l’anima innovativa. Ci sono segnali che inducano a ben sperare?
La strategia a favore dell’economia circolare e il nuovo pacchetto di direttive rappresentano un risultato apprezzabile, dal momento che l’economia circolare non è un elemento settoriale bensì una delle chiavi fondamentali della green economy. Qualche spiraglio quindi c’è, ma travolto dal resto: manca una coerente idea europea di sviluppo nel segno della sostenibilità, che invece sarebbe importante per il rilancio dell’Europa e per le sue ricadute sul piano sociale, occupazionale, ambientale e dell’innovazione tecnologica.

Il libro si chiude con il richiamo alla fiducia nel futuro, oggi sempre più rarefatta, come risorsa decisiva per promuovere i progressi dell’umanità. Ai giovani che si dibattono sfiduciati tra percentuali record di disoccupazione e lavoretti precari, che aiuto può arrivare dalla green economy?
Partirei dai dati statistici molto interessanti sull’occupazione verde che abbiamo elaborato in vista degli Stati Generali della Green Economy 2018. Questi dati spaziano da rinnovabili a riciclo, mobilità sostenibile, eco-tecnologie e start-up a matrice ambientale. Nell’insieme evidenziano l’incremento dell’occupazione in generale e di quella giovanile in particolare. Senza dimenticare le potenzialità di ulteriore sviluppo di altri settori, come l’agricoltura biologica e di qualità e l’agriturismo, che stanno attirando molti giovani. Sono segnali che confermano la natura della green economy quale economia giovane per i giovani. In questa prospettiva le città verdi possono offrire grandi opportunità. Quale altro progetto urbano ha una portata paragonabile alla green city per varietà di attività, contenuti innovativi, capacità di creare al contempo nuova e buona occupazione e benessere ambientale?