Le spire della ‘ndrangheta

L’inchiesta “Stige” rivela la capacità delle cosche mafiose di farsi istituzione. A cominciare dal controllo soffocane delle risorse naturali. Come quelle dei boschi nel Parco della Sila

Inchiesta Stige

Una terra ostaggio delle minacce e dei soprusi della ’ndrangheta, merce di scambio per gli affari sporchi di chi, tra politici e imprenditori, ha deciso di svendere il bene comune alle cosche mafiose. È questa l’inquietante immagine dell’altopiano silano che emerge dall’inchiesta “Stige”, condotta dalla Dda (Direzione distrettuale antimafia, ndr) di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri e che, a inizio gennaio, ha portato all’arresto di 169 tra affiliati e favoreggiatori della cosca Farao-Marincola di Cirò, in provincia di Crotone. In carcere sono finiti anche diversi amministratori locali, tra cui il sindaco di Cirò Marina e presidente della Provincia di Crotone Nicodemo Parrilla, adesso agli arresti domiciliari per l’accusa di associazione mafiosa.
È l’ultimo stadio, quello di una vera e propria “mutazione genetica” delle cosche secondo il presidente di Legambiente Calabria, Francesco Falcone. «L’inchiesta “Stige” – spiega – dimostra che la ’ndrangheta si è fatta istituzione. Mentre prima la politica cercava un contatto con i mafiosi per ottenere pacchetti di voti, adesso sono gli stessi sodali dei clan a far parte delle istituzioni. L’indagine della Dda di Catanzaro ha scoperchiato il vaso di Pandora».
Le 1.140 pagine dell’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro sbrogliano la fitta rete dei business illeciti che gli esponenti della cosca Farao-Marincola hanno coltivato indisturbati per anni, cannibalizzando ogni tipo di attività imprenditoriale presente nell’area che corrisponde al Parco nazionale della Sila, a cavallo tra le province di Crotone, Cosenza e Catanzaro. Dal monopolio delle aste boschive al controllo di ogni anello della filiera del legno (dai ceppi da ardere alla gestione delle centrali a biomassa), dalla vendita in Italia e all’estero di vino, prodotti caseari e salumi all’invio del pescato del mar Jonio ai mercati ittici di Roma.
Per far girare gli affari, il clan di Cirò si affidava a gente che conosceva ogni angolo dell’altopiano silano. Come i pastori fidati che, in passato, avevano condotto in rifugi sicuri diversi latitanti. A Vincenzo Santoro, detto “U monacu”, spettava il compito di far rispettare le regole dettate da quello che nell’ordinanza è stato definito un “cartello di controllo mafioso dei boschi”, i cui profitti finivano in parte nella “bacinella” della cosca e in parte al referente locale che partecipava all’affare.
Un sistema ben oliato, foraggiato dalle mazzette passate ad agenti del Corpo forestale e rafforzato dall’appoggio garantito da funzionari pubblici collusi. È così che la cosca riusciva a pilotare a proprio piacimento le gare d’appalto per le attività boschive, come ha raccontato il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio. “L’avvicinamento delle ditte alle varie ’ndrine – si legge sempre nell’ordinanza – ha comportato un abbattimento della concorrenza in quanto, essendo le ditte vicine alle organizzazioni criminali, si stringevano prima degli appalti degli accordi, concordando un minimo rialzo come sufficiente a determinare l’aggiudicazione dell’appalto”. Dove non arrivavano le bustarelle, i Farao-Marincola si facevano largo con intimidazioni ed estorsioni. Basta leggere una delle intercettazioni riportata nell’ordinanza, in cui un affiliato del clan sollecita la restituzione di un debito: “Domani mattina… noi siamo a Vibo… chiamate i carabinieri!… Chiamate l’ambulanza! Chiamate a chi volete… Se entro domani non gli date i soldi guardatevi sempre…”.
Gli artigli della cosca Farao-Marincola si spingevano ben oltre la Sila. Ai ristoratori di diverse località tedesche, in particolare nei lander dell’Assia e del Baden-Wurttemberg, veniva imposto l’acquisto di vino. Nel mirino erano finiti anche i porti di Cirò Marina e Cariati, dove il clan non si limitava “alle attività turistiche ed alle operazioni di assistenza ai natanti, in acqua ed in banchina” si legge sempre nell’ordinanza ma “anche al controllo dell’attività di rivendita del pescato, con il risultato di avere instaurato un sostanziale monopolio anche in quel settore”. E altri affari loschi ruotavano attorno al centro d’accoglienza per migranti “La Casa Sant’Antonio”.
Dall’inchiesta “Stige” affiora anche il sistematico deturpamento delle risorse naturalistiche del Parco della Sila: sfruttamento illegale dei boschi, pascoli abusivi, deforestazioni, colate di cemento, bracconaggio e uccisione di fauna selvatica protetta. L’elenco delle aggressioni subite da uno dei polmoni verdi della Calabria è lunghissimo. Fortunatamente qualcosa nella società calabrese si sta muovendo, arresti a parte, come dimostrano gli esempi coraggiosi del parroco di Papanice don Pasquale Aceto e del maresciallo dei Carabinieri forestali di Cotronei, Massimo Salerno, comandante della stazione “Parco Sila”, minacciato di morte per le sue inchieste. «A preoccuparci – conclude il presidente di Legambiente Calabria – è il silenzio delle istituzioni, della politica e di altre forze sociali che sono presenti in Calabria. È arrivato il momento di stringersi attorno al pool di magistrati guidati da Gratteri e fare della legalità un’azione quotidiana, non straordinaria». Serve, insomma, un’assunzione di responsabilità collettiva per restituire, davvero, ai calabresi le bellezze naturali della Calabria.