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Le piante raccontano

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Telmo Pievani, docente di Filosofia delle scienze biologiche, Università di Padova

Una grande serra costruita secondo le più moderne tecnologie per la bioedilizia, che ospita migliaia di piante organizzate secondo i principali biomi della Terra, dalla foresta umida ai deserti. Tutto all’interno di un gioiello cinquecentesco, l’Orto botanico di Padova, riconosciuto come Patrimonio dell’umanità dall’Unesco in quanto più antico orto botanico universitario al mondo. È il luogo incantevole e allo stesso tempo istruttivo che riceverà il prossimo 17 ottobre nel Teatro degli Arrischianti di Sarteano (Si) il premio “Le terre e il cielo di Spineto” istituito dall’Abbazia di Spineto, un centro culturale immerso nel verde della Val d’Orcia (la diretta dell’evento su www.lanuovaecologia.tv). A ritirarlo sarà Telmo Pievani, professore di Filosofia delle scienze biologiche all’Università di Padova, per il progetto scientifico del Giardino della Biodiversità allestito all’interno di questo vero e proprio “science center” di nuova generazione. «I visitatori – spiega –fanno letteralmente il giro del mondo passando per diverse sezioni climatizzate, con umidità, luminosità, riciclo di aria e di acqua accuratamente controllati».

Ma si tratta soltanto di un super orto botanico o c’è qualcosa di più?
Gli ospiti percorrono lunghi corridoi allestiti da me e dai professionisti dell’Università di Padova secondo una narrazione innovativa, per la prima volta di tipo antropologico dentro un Orto Botanico. Attraverso video, animazioni, modelli, exhibit interattivi, reperti, testi, grafiche, approfondimenti 2.0 su tablet, viene raccontata la lunga e affascinante storia di coevoluzione tra le piante e le popolazioni umane: noi abbiamo addomesticato le piante attraverso la selezione artificiale, trasformandole per i nostri fini; le piante hanno usato noi per diffondersi in tutto il mondo, e soprattutto hanno plasmato la nostra nicchia ecologica, per cui oggi la nostra vita è garantita dalle piante. Esse ci danno ossigeno, ma anche da mangiare e da vestire, ci danno il legno, la carta e la gomma, ci danno medicinali e poi un’infinità di altre sostanze e materiali. Le piante insomma sono la nostra vita, anche se spesso non lo vediamo perché abbiamo una visione animalo-centrica. Nell’ultima sezione dell’esposizione raccontiamo poi gli utilizzi delle piante per un futuro più sostenibile: bio-plastiche, combustibili ottenuti dalle alghe, esperimenti vegetali in assenza di gravità, e così via. Dall’inizio alla fine il tema di fondo è la biodiversità come motore della vita.

La sua è la prima cattedra italiana di Filosofia delle scienze biologiche. In cosa consiste questa disciplina?
Consiste nell’analisi e nella discussione dei grandi temi teorici che emergono dalle scienze della vita: come definire la vita, le specie, la biodiversità; le relazioni tra la specie umana e l’ambiente; le nuove biotecnologie e le loro implicazioni, anche etiche; gli aggiornamenti della teoria dell’evoluzione; e poi questioni metodologiche e inter-disciplinari. Io insegno, da filosofo della scienza, in un Dipartimento di Biologia, per la prima volta in Italia. È una bellissima scommessa di dialogo fra scienziati e umanisti.

L’ambiente e l’ecologia sono molto presenti nel suo lavoro. E nella vita quotidiana?
In particolare, m’impegno affinché i temi ambientali tornino al centro dell’agenda politica, dopo anni di dimenticanza. I dati, per esempio, sul crollo sistemico della biodiversità globale sono allarmanti e nessuno ne parla. Stiamo spolpando il pianeta e impoverendo gli ecosistemi, al punto che presto i beni comuni saranno a rischio. Tutto ciò denota una tragica assenza di lungimiranza da parte delle classi politiche, ossessionate dai tempi brevi delle campagne elettorali e dal consenso facile. Oltre a ciò, credo che l’ambientalismo stesso debba fare una profonda riflessione sulle sue debolezze, diventando cultura diffusa, mostrandosi più inclusivo e costruttivo, e soprattutto abbandonando gli atteggiamenti irrazionali e antiscientifici che spesso lo caratterizzano ancora. Penso alle assurde e anacronistiche paure sulla tecnologia. Rifugiarsi nel mito del “naturale” è una posizione regressiva e conservatrice. L’ambientalismo del futuro deve invece fare affidamento proprio sull’innovazione tecnologica, inquadrandola in un nuovo modello di sviluppo centrato sulla giustizia sociale e sull’equa distribuzione delle risorse.

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