Le parole nuove dell’ambiente

Come le tematiche legate all’ambiente (scandali, battaglie, nuove sensibilità) entrano nella lingua e raccontano il nostro tempo

Giornali

“La lingua si muove come una corrente” ha scritto Tullio De Mauro. Immerse in questa corrente possiamo ritrovare le tracce della storia politica e sociale, dei progressi tecnologici e scientifici di un paese e del mondo intero. Queste tracce sono i neologismi, le “parole non ancora registrate nei dizionari – ancora De Mauro – ma meritevoli di entrarvi per la diffusione del loro uso”. Anche l’ambiente (gli scandali e le battaglie ambientali, i problemi e i progressi, la coscienza ambientale) lascia ovviamente tracce nella lingua. Abbiamo provato a cercare queste tracce in uno dei dizionari di neologismi più accreditati: Neologismi. Parole nuove dai giornali (2008-2018), edito da Treccani con la direzione scientifica di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, che raccoglie appunto i neologismi apparsi nel decennio dal 2008 al 2018.

Cominciamo facendoci spiegare come nasce un dizionario di neologismi: “Prima si lavorava solo sui giornali cartacei, ora anche sui loro archivi elettronici per verificare la presenza e la diffusione delle parole”, racconta Della Valle. I quotidiani passati sotto la lente della redazione del Treccani sono 76: “da quelli di maggior diffusione a quelli che documentano le principali realtà regionali italiane o le più rappresentative tendenze politiche e sociali”. Tutto il lavoro, prosegue, “è basato sulla documentazione completa di ogni forma: in quale giornale, in che data, a che pagina, con quale firma. In modo che, a distanza di anni, tutto sia verificabile e certificabile. Quello che conta non sono le apparizioni occasionali: noi raduniamo un numero infinito di attestazioni ed esempi, su numerose testate, nei giornali del nord, del sud, nelle gazzette di provincia. Questo testimonia che una parola ha cominciato davvero a circolare e ad essere usata”. Non tutte le parole nuove diventano neologismi: “Alcune appaiono, effimere, e poi scompaiono, perché legate a un fenomeno passeggero o a una moda temporanea. Altre invece, ma questo non lo si può mai sapere al momento della rilevazione, sono destinate a durare: solo il tempo ce lo dirà”. Della Valle fa un esempio lampante: “Quando nel ‘92 apparve per la prima volta tangentopoli, molti dissero che da lì a un mese sarebbe scomparsa. Così evidentemente non è stato”. Per ogni termine raccolto, aggiunge, “risaliamo alla prima attestazione: la prima volta che quel termine compare. A volte sembra che sia una parola nuova, e invece negli archivi scopriamo che qualcuno l’aveva già usata, anche se poi è rimasta in ombra. Ricorda il clamore intorno a petaloso? Quando abbiamo fatto ricerche abbiamo scoperto che lo aveva usato tanti anni prima Michele Serra, e ancora prima addirittura uno scrittore del ‘600. Per noi è interessante mostrare tutto questo”, conclude.

E veniamo agli ultimi dieci anni e alle tracce lasciate nella lingua e nel Treccani dalle questioni ambientali. Scorrendo i termini che hanno relazioni più strette con le questioni ambientali (sono una novantina su un totale di oltre tremila neologismi) e seguendo un ordine grosso modo alfabetico e incontriamo ambientalizzare, che ci parla di contaminazione e poi di contromisure: “predisporre opere di risanamento ambientale per contenere o ridurre le conseguenze dell’inquinamento” (prima attestazione sul Corriere della Sera del 24 settembre 1992). C’è la costellazione di parole e fenomeni legati alla bicicletta: i composti di bici (biciclettaro, bicipolitana o il calco dall’inglese bikefriendly), e ciclo (ciclostazione, ciclovia). Insieme alle locuzioni mobilità condivisa, mobilità dolce, mobilità elettrica (prima attestazione: La Repubblica, 29 ottobre 2000) o ancora mobilità gentile (“Razionalizzazione del traffico veicolare, programmazione e incentivazione dell’uso dei mezzi pubblici di trasporto, per un’efficace salvaguardia delle condizioni atmosferiche e ambientali, soprattutto nei centri urbani”), sono il segno che quando ci si muove e quando si parla di come ci si muove si fa sempre più attenzione all’impatto ambientale. Ci sono poi i composti di bio, come biometano, bioplastica o bioshopper (di cui si è discusso anche animatamente e non senza pregiudizi). E poi, segno del clima che cambia, la locuzione bomba d’acqua: “violento temporale, precipitazione piovosa improvvisa e molto intensa” (La Repubblica, 25 luglio 1983) . Si parla ancora di clima con decarbonizzazione, per indicare la riduzione dell’inquinamento da ossidi di carbonio e delle sue cause (La Stampa, 19 luglio 1974).

Neologismo che segna il progresso dell’economia verso paradigmi più sostenibili e innovativi è l’inglese circular economy. Altro anglismo è sharing economy (le parole provenienti da altre lingue, soprattutto inglese, sono il 20% dei neologismi registrati da Adamo e Della Valle tra il 2008 e il 2018; erano il 10% nell’edizione del 2008). Parliamo ancora di progressi culturali compiuti in questi anni con cruelty-free, ad indicare pratiche, prodotti e consumi più attenti al rispetto degli animali.

La sostenibilità contamina le parole attraverso i numerosi composti col prefisso eco: ecoauto, ecobike, ecobonus, eco-chef, ecoconversione, ecodistretto, ecoedilizia, ecoenergia, eco-friendly, eco-hotel, ecolavoro, ecomamma, ecomobilità (o, con connotati negativi, ecocriminale). Lo fa anche attraverso parole o locuzioni che incorporano la parola verde (economia verde, turismo verde) o, ancora più diffuse, quelle con l’inglese green: green economy (prima attestazione rilevata sulla Repubblica del 9 gennaio 2007), green job, greening, green mobility, green oriented.

Ci parlano di drammi ecoprofugo (L’Unità, 30 giugno 1989) o profugo ambientale, eco-rifugiato, rifugiato ambientale (Stampa sera, 10 aprile 1989) o ancora rifugiato climatico (Corriere della Sera, 11 dicembre 2000).

L’ambiente viene indicato spesso come la motivazione di molti movimenti di protesta: nascono così no-nuke, no-Tap (“contro il gasdotto per il trasporto di gas  dalla regione del Mar Caspio in Europa”: Trans Adriatic Pipeline), no-triv (“chi o che si oppone al perseguimento delle trivellazioni in mare entro le 12 miglia dalla costa”, prima attestazione sull’Unità del 17 dicembre 2006). Quando il no viene ritenuto lontano da ragioni oggettive si parla comunemente di sindrome Nimby (prima attestazione sulla Stampa dal 2 luglio 1988).

Ci racconta di inquinamento glifosato (“prodotto chimico usato come erbicida, diventato di libera produzione nel 2001, dal 2015 dichiarato dall’Agenzia nazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms potenziale cancerogeno per l’uomo”). Di ingiustizie uranio depleto (o uranio impoverito, sottoprodotto del procedimento di arricchimento dell’uranio usato in alcune armi da guerra, impiegate in particolare nella ex Jugoslavia). Di nuovi stili di vita i calchi veganesimo o veganismo, di nuove risorse parco solare, di vecchie dipendenze fracking o petrolio-centrico.

Ci sono poi le parole nate dalla famiglia Legambiente, a dimostrazione del ruolo che l’associazione ha avuto nel Paese. Come riciclone, coniato appunto con la campagna Comuni ricicloni di Legambiente e poi diffuso ad indicare chi eccelle nella raccolta differenziata (prima attestazione sulla Stampa del 21 giugno 1995; la prima edizione di Comuni ricicloni è del 1994). O come soft economy: “economia dolce e immateriale, basata sulla conoscenza, sulla valorizzazione dell’identità delle comunità e dei territori, sul rispetto dall’ambiente”, dal titolo dell’omonimo libro di Antonio Cianciullo e Ermete Realacci che racconta appunto di un’economia più attenta all’uomo, alla società, all’ambiente, e per questo più competitiva e resiliente.