Le mani della ‘ndrangheta sui rifiuti

Affari milionari per i clan del Reggino. Le ingerenze sulla costruzione e la gestione del termovalorizzatore di Gioia Tauro

In Calabria il trasporto e lo smaltimento rifiuti sono cosa della ‘ndrangheta tutta. «L’ipotesi investigativa inquietante e straordinaria al centro di questa indagine – spiega al riguardo il procuratore aggiunto Gaetano Paci – è che sui rifiuti la ‘ndrangheta si muove in modo straordinariamente unitario. I clan, dalla Jonica alla Tirrenica, avevano creato un sofisticatissimo metodo per spartirsi i proventi dell’affare. Era stato creato un consorzio di trasportatori, in cui tutte le famiglie avevano il proprio rappresentante». E tutte, dunque, avevano diritto alla propria parte dell’affare. Un affare milionario. 

 «I numeri – informa Paci – ce li ha forniti uno dei più solidi collaboratori che la Dda abbia in questo momento, l’ingegnere Salvatore Aiello». Ex direttore operativo della Fata morgana, importante azienda del settore raccolta e smaltimento rifiuti attiva nel reggino, imparentato con i De Stefano, Aiello da anni parla con i magistrati. «L’ingegnere – riferisce il procuratore aggiunto – ci ha spiegato che per ogni singolo viaggio di un camion, da ogni punto di raccolta, i clan avevano diritto ad almeno 80 euro. Ogni giorno partivano almeno 40 camion e questo per 365 giorni all’anno. Questo dà un’idea dell’affare di cui stiamo parlando». 

Ma i clan non si limitavano a lucrare sul trasporto. I Piromalli sono riusciti a entrare anche dentro il termovalorizzatore di Gioia Tauro. «Per ordine dei Piromalli – spiega il comandante della Squadra Mobile, Francesco Rattà – i fratelli Pisano si sono inseriti nell’affare del termovalorizzatore, cambiando persino specializzazione alla propria impresa». Ex carpentieri, hanno finito per partecipare ai lavori di edilizia nella fase di costruzione dell’impianto, quindi si sono riciclati, pur in assenza dei necessari requisiti, nella gestione del ciclo dei rifiuti e del controllo dell’impianto.

Ma i Piromalli, pur di guadagnare, non hanno esitato a mettere rischio la salute pubblica. Sotto il regime dei clan, i fanghi di depurazione, provenienti da impianti di tipo biologico e industriale trattati dalla Iam si trasformavano, grazie ad una modificazione del codice Cer (la carta d’identità dei rifiuti) in materiale utilizzabile per la produzione del compost, uno dei fertilizzanti più utilizzati in agricoltura. Ad occuparsene erano ditte siciliane, che si occupavano anche della vendita del prodotto. «Non possiamo affermare che ci sia una diretta correlazione fra tali produzioni e l’incidenza di sindromi tumorali nella zona. Ma abbiamo nominato un team di esperti di fuori regione che non solo dovrà gestire l’impianto della Iam, ma anche accertare la qualità dei rifiuti trattati» chiarisce subito il procuratore aggiunto Paci. «Questo dimostra come il prezzo delle estorsioni – aggiunge – lo paga la comunità. Anche in termini di salute».