Le due facce del Coronavirus: Venezia al bivio

Svuotata dalla pandemia, la Serenissima appare fragile ma svela potenzialità oscurate dal turismo di massa. Per costruire un futuro diverso e invertire la curva dello spopolamento / Dal mensile di Giugno  / Venezia affonda

Venezia la limpidezza dei canali e piazza San Marco desolatamente vuota sono le due facce della pandemia da Coronavirus. La natura respira, come non faceva più da decenni, mentre la città si mostra in tutta la sua fragilità, totalmente dipendente dal turismo di massa. “Le città storiche sono insidiate dalla resa a una falsa modernità, dallo spopolamento, dall’oblio di sé. Di questa minaccia, e dei rimedi possibili, Venezia è supremo esempio. Dobbiamo ritrovarne l’anima, rivendicarne il diritto alla città”, scriveva l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis in un saggio pubblicato nel 2014, Se Venezia muore. Passeggiare fra le calli deserte intorno a San Marco, attraversare la piazza più famosa del mondo in questo particolare momento storico è un’esperienza surreale. Si notano dettagli che, nello sforzo di farsi largo fra la folla, fra insegne luminose, abiti di lusso e cianfrusaglie, prima sfuggivano. Ma nello stesso tempo si prova una sensazione inquietante di abbandono di un luogo prezioso, patrimonio dell’umanità. E non si può non pensare alle tante persone che perdono il lavoro, agli imprenditori che vedono crollare le proprie entrate. Secondo l’Enit, l’agenzia nazionale del turismo, per un possibile ritorno alla crescita bisognerà aspettare il 2023. A Venezia, nei primi tre mesi dell’anno, c’era già stato un calo del 36% nelle presenze, in seguito all’acqua alta straordinaria del 12 novembre. «Quello che salta agli occhi non è l’assenza dei turisti, ma dei residenti», dice Jane Da Mosto di We are here Venice, un’associazione che si dedica alla conservazione e alla valorizzazione di Venezia come città viva e vera. «Fino a quando la città storica attraeva frotte di turisti ogni giorno, non c’era bisogno di pensare al futuro. L’economia andava troppo bene, per alcune categorie, e sembrava che la città fosse una risorsa infinita di guadagno. In quella situazione era praticamente impossibile anche solo discutere di cambiare modello socioeconomico. Oggi invece è indispensabile trovare una strategia nuova. Serve un dialogo fra la società civile e l’amministrazione comunale, ci vuole una regia». Nella farmacia Morelli in campo San Bartolomeo, vicino a Rialto, è esposto un contatore con il numero di abitanti del centro storico, in costante declino dal 1951, quando la popolazione sfiorava le 175mila persone, fino alle attuali 52mila. «Io però non penso che Venezia sia andata oltre il limite – conclude Da Mosto – credo che con le giuste politiche si possa invertire questa tendenza, ricominciare ad attrarre residenti».

 Un modello nuovo
Lo Iuav ha proposto di cogliere il momento di arresto forzato per sperimentare una convenzione fra proprietari di case e Università, mettendo sul mercato, a prezzi sostenibili, un consistente numero di alloggi per gli studenti, almeno fino al prossimo febbraio. “Nel corso degli anni la città, apparentemente immutata all’esterno, è profondamente cambiata – si legge nella proposta – Trasformando le case per adeguarle a una pressione turistica senza precedenti, Venezia ha perso i residenti e allontanato quella comunità di studenti e lavoratori che per anni l’aveva abitata”. A leggere gli annunci sul web, in realtà, pare siano già molte le offerte di alloggi a prezzo ribassato per qualche mese, in attesa che riprenda il turismo. Intanto il sindaco, Luigi Brugnaro, continua a vedere la città come luogo deputato ai grandi eventi e ha già annunciato, per i prossimi mesi, concerti sull’acqua con musicisti come Zucchero. D’altra parte, è stato proprio il primo cittadino a dare il via libera alla costruzione di quattro nuovi hotel low cost nei pressi della stazione di Mestre. Né Brugnaro ha manifestato una qualche volontà di limitare il traffico delle imbarcazioni nei canali, dove il moto ondoso è una minaccia per le fondamenta della città. 

Canal Grande senza motori 
«Per ripartire bisogna pensare a una nuova mobilità – sostiene invece Paolo Franceschetti, presidente di Legambiente Venezia – In Laguna l’inquinamento atmosferico è elevatissimo e dipende dall’utilizzo di mezzi obsoleti. Mentre per i veicoli che circolano su strada ci sono limiti ben precisi, per le imbarcazioni non è così. Va inoltre reso percorribile e sicuro il collegamento ciclabile fra Venezia e Mestre, sul ponte della Libertà. E servono parcheggi per le biciclette». Su change.org è possibile firmare una petizione affinché, nei giorni festivi, il Canal Grande venga chiuso al traffico a motore, esclusi i vaporetti, e nel bacino di San Marco siano imposti limiti di velocità molto bassi. Sarebbe così possibile ammirare lo spettacolo delle acque calme nei canali anche dopo la pandemia e questo consentirebbe di praticare in città la voga e la vela al terzo, tipiche della tradizione veneziana. Anche questa potrebbe diventare un’attrazione turistica. 

Ricerca per il lavoro
 Per Shaul Bassi, professore associato di Letteratura inglese all’Università Ca’ Foscari, «una città non può essere ridotta a luogo di consumo, ma deve essere uno spazio di comunità. Già ora, con la Biennale, è la capitale dell’arte. La produzione culturale crea posti di lavoro, non è solo un vezzo. E poi c’è la ricerca, in particolare quella legata al cambiamento climatico, in uno degli avamposti più significativi della lotta al riscaldamento globale». Bassi è il coordinatore della prima laurea magistrale in Environmental humanities in Italia. L’obiettivo è approfondire il ruolo che le discipline umanistiche sono chiamate a svolgere nella crisi ambientale planetaria e nella creazione di una consapevolezza ecologica. In questa sfida, Venezia non può dimenticare la sua Laguna, una delle zone umide più importanti del mondo. «È tempo di ripensarci ed è una necessità che non nasce dall’attuale crisi, ma dall’esigenza di ricucire legami di comunità e ripartire dalla cura del territorio. Come operatori culturali e ambientali abbiamo deciso di dedicare i prossimi mesi alla manutenzione, alla formazione e all’innovazione. Intanto ci teniamo in contatto con chi è vicino e chi è distante attraverso le reti sociali», afferma Giorgia Fazzini di Ekos Club e Archeclub, associazioni che grazie al coinvolgimento di volontari e studiosi di tutto il mondo in trent’anni hanno salvato dall’abbandono l’isola del Lazzaretto Nuovo. Poco lontano, a Sant’Erasmo, isola un tempo orto dei dogi, c’è una storia in controtendenza. Alcuni anni fa, Ilaria Abrami e suo marito hanno avviato un’azienda agricola biologica, la i&s farm, aprendo un punto vendita a Cannaregio. «Fin dall’inizio ci siamo rivolti ai residenti. Quando si poteva, accompagnavamo le persone a visitare i nostri orti, dove applichiamo i principi dell’agroecologia, con siepi e zone boscate per favorire la biodiversità – racconta Ilaria – Volevamo dare il nostro contributo alla città e ora questa scelta ci sta ricompensando: le vendite sono aumentate, c’è molta attenzione alla salute e una ricerca di cibo di qualità». Domenico Rossi, della cooperativa di pescatori più antica d’Italia, la San Marco di Burano, osserva che l’emergenza «ci ha insegnato che il superfluo sparisce e si riduce tutto al necessario. Noi abbiamo lavorato, anche se i prezzi sono crollati. Il nostro reddito è più che dimezzato, ma è doveroso accontentarci, nella speranza di una ripresa più lenta e sostenibile». 

La voragine del Mose

«Dal 30 giugno saremo in grado di alzare tutte le barriere in emergenza. Sono state eseguite molte prove di sollevamento e i problemi emersi sono stati risolti». Sono parole di Elisabetta Spitz, nominata lo scorso dicembre commissaria straordinaria per il Mose. Saranno comunque necessari ulteriori interventi per il completamento della grande opera, oggi previsto per la fine del 2021. Ai 5 miliardi e 93 milioni di euro già spesi bisognerà inoltre aggiungere ancora un miliardo, a quanto si legge in un documento dei commissari del Consorzio Venezia Nuova, il cartello di imprese che sta realizzando l’opera, nominati dopo la maxi retata per tangenti del 2014. Per Luigi D’Alpaos, professore emerito di Idraulica all’Università di Padova, la struttura è mal pensata. D’altra parte, l’unica valutazione di impatto ambientale del Mose è stata negativa ma il governo Berlusconi, con la legge Obiettivo, lo fece comunque partire. «Se a novembre le paratoie fossero state chiuse, non ci sarebbero stati gli allagamenti di Venezia, Chioggia e Pellestrina – spiega D’Alpaos – La struttura, però, è stata progettata tenendo conto di un innalzamento del livello del mare inferiore a quello indicato dai climatologi». Oggi, nello scenario business as usual, l’Ipcc prevede un aumento fino a un metro del livello del mare al 2100. Venezia è insomma uno dei luoghi più a rischio a causa del riscaldamento globale ed è sempre più chiaro che per difenderla non basterà il Mose. Anche per questo si sta discutendo di una nuova legge speciale. La prima, del 1973, era nata dopo l’alluvione del ’66, quando la città si era svelata in tutta la sua fragilità, anche in seguito agli scavi per il Canale dei Petroli e la sua trasformazione sempre più in un braccio di mare (ne abbiamo parlato nel numero di settembre 2019 di Nuova Ecologia). Ci sono state poi altre leggi speciali, ma gradualmente i fondi sono stati tutti assorbiti dal Mose, dimenticando interventi importanti per la salvaguardia della città.

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