Le colpe dell’uomo negli incendi in Amazzonia

Secondo l’Ispra a pesare sulla nuova ondata di roghi è l’operato delle grandi imprese zootecniche e agro-industriali, le cui azioni sono aggravate dai cambiamenti climatici

Amazzonia

Non si arrestano gli incendi nella foresta amazzonica. Nel tentativo di porre un argine all’emergenza il G7 Biarritz ha deciso il 26 agosto di sbloccare aiuti urgenti per l’invio di aerei antincendio Canadair nelle aree devastate dai roghi.

Difficile credere che questi interventi, da soli, saranno sufficienti per impedire l’avanzata delle fiamme. Gli incendi in Amazzonia, d’altronde, non rappresentano affatto un evento nuovo. Nel corso del 2019 nella foresta pluviale amazzonica si sono registrati circa 75mila eventi incendiari, quasi il doppio rispetto al numero d’incendi nello stesso periodo del 2018. Anche se nel luglio scorso, come evidenziato dall’Istituto nazionale per la ricerca spaziale (Inpe), sono stati bruciati 225mila ettari di foresta pluviale amazzonica, il triplo rispetto a quelli del luglio 2018.

A provare a dare una risposta sulla causa di quest’ultima ondata di roghi è l’Ispra. Per l’Istituto superiore per la protezione ambientale, a spartirsi le ‘colpe’ sarebbero in primis le grandi imprese zootecniche e agro-industriali, le cui azioni sono aggravate dai cambiamenti climatici.

Gli agricoltori e le grandi imprese zootecniche e agro-industriali usano infatti il metodo ‘taglia e brucia’. Come spiega Ispra, gli alberi vengono tagliati tra luglio e agosto, lasciati in campo per perdere umidità, poi bruciati. Successivamente, quando ritorna la stagione delle piogge, l’umidità del terreno denudato favorisce lo sviluppo di vegetazione nuova per il bestiame il cui allevamento è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella foresta pluviale amazzonica. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne in scatola in Europa, proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica.

“Questo degrado e ‘consumo’ di suolo – spiega Lorenzo Ciccarese, capo del dipartimento che studia i cambiamenti della flora per l’Ispra – stiamo pericolosamente rinunciando a un’opzione importante per raggiungere il livello net zero emissions entro il 2050, il target che lo Special Report 1.5 dell’Ipcc pubblicato lo scorso anno indica ai decisori politici se vogliamo contenere il riscaldamento globale a meno di 1,5°C”.