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Marco Omizzolo: “Le agromafie saranno le prime a ripartire dopo il Covid-19”

caporalato

Stipati nei furgoni per raggiungere i campi dove per 12 ore al giorno, e a 4 euro l’ora, erano obbligati a raccogliere frutta e ortaggi senza mascherine né guanti. C’erano indiani, bangladesi, africani e anche italiani tra i braccianti schiavizzati da due società agricole di Latina, i cui titolari sono stati arrestati lo scorso 23 aprile. A dimostrazione del fatto che l’emergenza Covid-19 non ha affatto fermato lo sfruttamento nelle terre del caporalato. Aprendo, anzi, nuovi corridoi di illegalità per le organizzazioni criminali che muovono affari da decine di milioni di euro nell’agroalimentare italiano. Il sociologo Marco Omizzolo, che da anni denuncia le condizioni in cui nell’agro-pontino sono costretti a lavorare gli indiani della comunità Sikh, conosce bene queste dinamiche.

Perché l’emergenza sta esponendo a uno sfruttamento maggiore i braccianti?
In tutta Italia stiamo assistendo a un fenomeno di diffusione dello sfruttamento lavorativo dei braccianti, soprattutto stranieri, legato a diverse ragioni. In primis perché la filiera dell’agroalimentare è sempre rimasta attiva in questi mesi di lockdown. In secondo luogo perché c’è una sostanziale sospensione delle attività di controllo nelle campagne, il che
consente ai caporali di muoversi con maggiore libertà.

Che situazione si registra nell’agro-pontino?
Dall’inizio dell’emergenza in quest’area c’è stato un sensibile aumento dell’attività di reclutamento da parte di caporali, per lo più indiani o bangladesi che rispondo ai padroni italiani. I braccianti sono costretti a lavorare in condizioni ancora più dure rispetto al solito. I padroni tendono a massimizzare i profitti e, di conseguenza, fanno lavorare i braccianti più ore senza tener conto di alcun tipo di regola di prevenzione contro il contagio. Moltissimi braccianti sono costretti ad acquistare di tasca propria mascherine e guanti. Oltre che essere sbagliato, per loro è una spesa in più che va ad alleggerire ulteriormente stipendi medi che non superano i 600-700 euro. Con i braccianti costretti inizialmente a restare a casa, è aumentata la ricerca degli irregolari. È gente più ricattabile e meno propensa a denunciare. Un segnale dell’attivismo del caporalato è il via vai di furgoni che prelevano i lavoratori e li portano nelle campagne. Da queste parti non si vedevano da anni.

Le agromafie come stanno approfittando di questa situazione?
Nel Pontino c’è un problema legato soprattutto al mercato ortofrutticolo di Fondi, uno dei più grandi d’Europa e sul quale è certo il condizionamento delle mafie. In quest’area gravitano i casalesi, la ’ndrina Tripodo di Reggio Calabria, i corleonesi. Hanno acquistato terreni, fatto investimenti nelle attività agricole attraverso prestanome; investito pesantemente nella logistica e nei trasporti dei prodotti ortofrutticoli. Il sospetto che sta emergendo è che queste organizzazioni saranno le prime a ripartire dopo l’emergenza
Coronavirus perché dispongono di enormi capitali illeciti e in questo settore, con la richiesta di rifornimenti in crescita da parte di mercati e supermercati, non solo non si sono mai
fermate ma si sono anzi rafforzate. Il loro business annuale in Italia si aggira attorno ai 25 miliardi di euro. Il prossimo anno questo fatturato aumenterà ancora. Il rischio è che vengano infettate anche quelle realtà che finora hanno operato nella legalità ma che, andando in difficoltà a causa di questa crisi, potrebbero adesso far ricorso all’“aiuto” delle agromafie per non fallire.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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