Lavorare meglio

Innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e attenzione alle persone. Dalle start up alle imprese proiettate da sempre sul futuro. Ecco le buone pratiche da replicare / L’intervista a Marco Gisotti/ Tutta un’altra architettura di S. Polci / Robot e antidoti / Disuguaglianze da risolvere / Occupazione rinnovabile di S. Ferraris / Divisi dal carbone di S. Ferraris / Salvati dal riciclo di F. Panié

Green jobs

Innovazione, tecnologia e ambiente. Ecco la strada per il lavoro del futuro. Rinnovabile, sostenibile, a impatto zero. Quello in cui le competenze green s’intrecciano con la ricerca e lo sviluppo, generando benefici non solo per il singolo ma anche per la comunità. Un futuro già in atto in cui non mancano rischi e ombre, legate soprattutto agli impatti negativi della robotica sull’occupazione (vedi articolo a pag. 22), ma che allo stesso tempo ha fatto nascere “droni per l’ambiente” e community smart. Come dimostrano tante buone pratiche diffuse nel nostro Paese. Da replicare.

Cercatori di lavoro
Secondo il rapporto “GreenItaly” della Fondazione Symbola gli occupati nei green jobs in Italia sono quasi 3 milioni, pari al 13,1% dell’occupazione complessiva nazionale (vedi infografica). Un dato in crescita perché le imprese green investono di più in ricerca ma anche, più in generale, perché il 60% degli investimenti fatti dall’imprenditoria italiana in tema di innovazione è orientato verso la sostenibilità. E quest’ultima si intreccia fortemente con il futuro, a cominciare da quello del pianeta. Più di una conferma arriva anche dalla mappatura realizzata dall’associazione Next grazie al progetto “Cercatori di lavoro”, presentata alle “Settimane sociali” della Chiesa, che si sono svolte nell’ottobre dello scorso anno a Cagliari. «L’attenzione alla sostenibilità ambientale è il dato più in evidenza», spiega Luca Raffaele di Next. La ricerca ha coinvolto 213 ragazze e ragazzi di 82 diocesi italiane per raccogliere e analizzare aziende virtuose del territorio. Ne è scaturita una mappa con 400 buone pratiche di lavoro sostenibile. Tra queste ci sono 308 aziende, 40 scuole e 52 amministrazioni pubbliche: «Sono tutte realtà che realizzano un modo nuovo di fare economia, rispettando e valorizzando i lavoratori e proponendo beni e servizi ad alto valore aggiunto», spiega Raffaele.
Tantissime buone pratiche arrivano dalle aziende green. Come il consorzio di cooperative Goel in Calabria, a Gioiosa Ionica, che con il suo marchio Cangiari (letteralmente “cambiare”) di moda ecologica, tradizionale e etica, ha recuperato il sapere antico dei telai, e tenuto fuori dalla porta la mafia. O come Civitas Vitae a Padova, la prima infrastruttura di coesione sociale in Italia: una vera e propria città integrata di oltre 12 ettari, in un polmone verde in cui gli anziani sono una risorsa per realizzare progetti, all’interno di un laboratorio sociale intergenerazionale a disposizione del territorio, grazie al social housing. Qui c’è anche il talent-lab dove poter partecipare ai seminari sul 3d printing o ai Restart party per la riparazione di vecchi pc o elettrodomestici, fino ai seminari sulle mind-map. E ancora: Iris Bio, nata nel 1978, cooperativa di agricoltori biologici ad azionariato diffuso. L’ultima sua “espansione” è il pastificio in bioedilizia a Casteldidone, nella bassa cremonese. Qui il cemento è stato ridotto al minimo, i materiali usati sono legno, acciaio, vetro, canapa e formelle di argilla cotte in fornaci locali. L’intero stabilimento è alimentato da energia rinnovabile, il tetto è stato ricoperto da pannelli fotovoltaici, che insieme ai giardini pensili contribuiscono alla coibentazione. E si tratta di una proprietà collettiva, finanziata da tutti quei risparmiatori che condividono con Iris la crescita economica comunitaria, il biologico e la protezione dell’ambiente. «L’obiettivo di questa mappatura è rafforzare la rete, trasmettere le competenze e creare dei modelli replicabili per i giovani e anche una formazione ad hoc», racconta ancora Luca Raffaele. Lo sguardo dei “cercatori di lavoro” è sempre puntato verso la tecnologia e il mondo del lavoro 4.0, da quello agile allo smartworking. «La tecnologia può e deve essere un alleato per liberarci dal lavoro usurante» conclude con ottimismo Raffaele di Next.

Droni per l’ambiente

La pensa così anche Pietro Gorgazzini, ideatore e co-fondatore con Alan Torrisi e Giacomo Parlati di Primis Group, premiata Green Pride dell’innovazione 2017. L’idea della nuova impresa è nata l’estate scorsa, quando il Belpaese era dilaniato dagli incendi. Una soluzione semplice e ingegnosa al tempo stesso: usare i droni per monitorare attraverso sensori termografici evoluti le aree boschive a rischio, non solo quindi per intervenire contro gli incendi, ma per prevenirli e segnalarli tempestivamente. Dall’idea si è passati all’azione: «Quando ci siamo accorti che nessuno ci avrebbe investito, abbiamo investito noi» spiega Gorgazzini. L’obiettivo è rendere sostenibile una tecnologia altrimenti troppo complessa e costosa sia per le istituzioni che per le pmi, “ spalmando” gli ingenti costi dei droni e delle operazioni su numerosissimi servizi offerti alle industrie del territorio «Abbiamo messo in piedi un modello di business virtuoso, che genera un indotto attraverso i servizi alle imprese locali, coprendo i costi di una struttura che può quindi essere messa gratuitamente al servizio delle forze di intervento in occasione di scenari critici come incendi o dispersi. I droni, elettrici, diventano strumenti green a disposizione del territorio». Le possibilità sono infinite: monitorare le produzioni agricole per supportare gli agricoltori con dati che ottimizzano lo spreco idrico, ispezionare impianti fotovoltaici per individuare celle danneggiate, controllare con precisione assoluta le attività estrattive. Da un lato utili per le imprese che non vogliono “sforare” i limiti di scavo, dall’altro per chi deve svolgere azioni di verifica sugli abusi. Il dubbio che i droni finiscano per “distruggere” posti di lavoro, sempre secondo Gorgazzini, è infondato: «Le faccio un esempio: il mestiere del topografo. Con un drone si può acquisire un modello 3D da 50/60 milioni di punti in 15 minuti, semplicemente non è paragonabile ad un rilievo bidimensionale ottenuto battendo punti ogni 20m con una strumentazioni di terra. Ma questo significa che il topografo, invece di fare 40 trasferte, può comodamente esaminare modelli 3d acquisiti in 40 cave simultaneamente, sfruttando al massimo le sue competenze nell’interpretazione ed elaborazione dei dati». I droni, che Primis produce in Italia o, a seconda delle esigenze, acquista dal leader mondiale di fascia professionale, in potenza possono essere usati per il monitoraggio dell’inquinamento in mare e anche per verificare la salute delle piante in agricoltura. Tecnologie nate originariamente per finalità militari, diventano così uno strumento per il controllo del territorio, ambientale e ad emissione zero.

50 anni e non sentirli
L’innovazione e la sostenibilità non sono solo appannaggio delle imprese giovani. Nel 2018 si festeggeranno i “prossimi 50 anni di attività” perché fin dalla nascita, nel 1968, sono proiettati verso il futuro, che è la cifra del gruppo Loccioni a Rosora, tra Fabriano e Ancona, e del suo fondatore Enrico Loccioni e di sua moglie Graziella Rebichini. Partito da un motorino sopra un pozzo per portare l’acqua in casa, fino ad arrivare a sistemi complessi e avanzati di misurazione, usati dalla Formula 1 all’avionica. «Loccioni non ha prodotti ma soluzioni tecnologiche complesse, sviluppate ascoltando le necessità e le esigenze del cliente e del mercato – spiega Sonia Cucchi, responsabile Relazioni esterne del Loccioni Group – La Ricerca e Innovazione sviluppa le nuove competenze a 10 anni; competenze che verranno poi declinate nei vari settori di applicazione del gruppo. Come ad esempio, per quanto riguarda il mercato Train&Trasport, Felix il robot che misura la qualità dei deviatoi ferroviari. Dove non c’è questo robot le misurazioni vengono acquisite manualmente con maggiore rischio anche per gli operatori. Oppure sugli aerei: nelle ali ci sono tantissimi rivetti che vengono normalmente montati a mano. Abbiamo realizzato un sistema che va a controllare di qualità di montaggio del rivetto. O ancora nella Sanità, attraverso un sistema, Apoteca chemo, che prepara automaticamente le chemioterapie, mettendo maggiormente in sicurezza il paziente». Anche per Sonia Cucchi la tecnologia non sostituirà i lavoratori “umani”, che comunque manterranno una funzione di ideazione, controllo e interpretazione dei dati. Su questa linea che mette sempre al centro il “rispetto della persona” è nata anche la Leaf Community, la prima comunità ecosostenibile tutta interna all’impresa in cui si cerca di dimostrare che vivere in linea con la natura mantenendo il comfort è possibile. «Qui si può vivere in una casa a zero emissioni, ci si può muovere con mezzi ecosostenibili, c’è una scuola a energia solare e si lavora in edifici alimentati da fonti rinnovabili». Nel 2014, con il progetto “2Km di futuro” la Leaf Community è diventata anche una smart grid, perché oltre alle 4 centrali idroelettriche, i 6 edifici industriali con pannelli solari e geotermia si è aggiunto anche un sistema di accumulo per la gestione e la redistribuzione dell’energia. E la community è diventata un piccolo prototipo di smart city. «Abbiamo anche adottato e ripulito, riportandoli al loro letto originario, i due chilometri del fiume Esino vicini ai nostri edifici, che erano abbandonati a loro stessi da decenni. Un’operazione che ha visto collaborare privato e pubblico, con ben 16 enti coinvolti – conclude Cucchi  – motivati anche dal fatto che nel 1990 un’alluvione aveva causato seri danni al nostro lavoro». Un’attività di “rigenerazione” a cui hanno lavorato una settantina di imprese locali, moltiplicando così il valore aggiunto per il territorio e per la creazione di lavoro.

Un anno diverso
L’intreccio tra green economy e innovazione sociale è, invece, alla base del progetto “Un anno diverso”, nato cinque anni fa a Roma. Si tratta di un percorso di formazione sui green jobs rivolto a utenti in cura nei dipartimenti di salute mentale, grazie alla collaborazione tra i promotori dell’iniziativa, il circolo Legambiente “Mondi possibili” e l’associazione Tavola rotonda, l’Asl e il Servizio salute mentale.
«L’obiettivo primario – spiega Alessio Di Addezio di Legambiente – è stato, da subito, la riappropriazione dello spazio sociale da parte di persone con svantaggio, per riconquistare attraverso la cittadinanza attiva l’opportunità di intercettare e cogliere occasioni lavorative». La formazione, strutturata attraverso moduli di 40 ore, ha riguardato approfondimenti su riuso e upcycling, mobility management di comunità, rigenerazione informatica, orti urbani e sociali, autoproduzione e ciclomeccanica. Sei percorsi per raccontare un’idea diversa di professioni verde. «Uno dei successi – racconta Di Addezio – ha riguardato una ragazza che, partecipando alla formazione sull’upcycling, l’arte di trasformare un potenziale rifiuto in un oggetto riutilizzabile, ha superato la paura dello “sporco” che l’affliggeva da anni. Poi ha cominciato a organizzare eventi di promozione culturale usando materiali di recupero per gli allestimenti». Un mix talmente riuscito da farli diventare alcuni degli appuntamenti più seguiti della scorsa estate romana.

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