giovedì, Ottobre 29, 2020

Silenzio e zona rossa, dal sisma del 2009 L’Aquila vive un’eterna emergenza

Aquila post terremoto

di Enrico Stagnini, direttore Legambiente Abruzzo 

L’Aquila 2020. Sono passati 11 anni dal terremoto che ha devastato metà Abruzzo e oggi, nel silenzio in cui la città è immersa e con le attività congelate a causa dell’emergenza Coronavirus, la mente non può fare altro che ripiombare nel ricordo di quei mesi successivi al sisma, in cui era chiaro che nulla sarebbe stato più come prima. Lo stato di emergenza durò più di due anni, da aprile 2009 a giugno 2011 e tutta la città era (ed in parte è rimasta) zona rossa, allora impenetrabile, con i varchi presidiati dall’esercito. La popolazione era ormai divisa tra le 19 New Town(s), i villaggi provvisori e gli alberghi della costa. In quel periodo di ricostruzione si parlava solamente e solo nel 2012, con l’istituzione degli Uffici Speciali (USRA ed USRC), che tuttora sono gli organi preposti a guidare la ricostruzione pubblica e privata, iniziò il complesso processo di ricostruzione della città e del cratere.

Dai dati reperibili sui siti degli Uffici Speciali e sul portale opendatalaquila risulta evidente che la ricostruzione privata sia ad uno stato molto più avanzato rispetto a quella pubblica. Sono stati infatti presentati 10.800 progetti di ricostruzione privata di cui l’82% sono conclusi, il 9% in corso ed il 9% da avviare, per un importo finanziato di circa 7,72 miliardi di euro di cui erogati circa 4,97 miliardi. Per la ricostruzione pubblica si parla di un totale di 591 progetti presentati, di cui il 45% conclusi, il 32% in corso ed il 23% in pianificazione, per un importo finanziato di circa 1,87 miliardi di ero di cui erogati circa 1,2 miliardi. È importante specificare che gli interventi approvati, sia per la ricostruzione pubblica che privata, non corrispondono al totale degli edifici che necessitavano di interventi di ricostruzione, ma soltanto ai progetti di ricostruzione presentati, cioè in tale conteggio non rientrano gli edifici per i quali non ancora vengono presentati i progetti di ricostruzione e sono ancora molti. Per quanto riguarda la ricostruzione pubblica, ad esempio, nella città dell’Aquila nessuna scuola è stata ricostruita o è rientrata nella “sede storica”, ad eccezione di qualche scuola dell’infanzia, e un’intera generazione di studenti non ha mai visto una scuola vera, ma ha sempre frequentato i MUSP (Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio). Per quanto riguarda invece i numerosissimi immobili di proprietà di Enti pubblici (ASL, Regione, Provincia, Comune…), al di là di poche idee confuse e dichiarazioni che poi cadono nel vuoto e salvo rare eccezioni, non esiste o non è nota una programmazione ed una prospettiva futura. A questo enorme patrimonio immobiliare si aggiunge quello delle unità abitative, circa 550, che alcuni proprietari hanno ceduto al Comune dell’Aquila, in cambio di un’altra abitazione o di una somma in denaro pari al valore dell’immobile, che ora deve gestire e manutenere.

Se si osservassero questi undici anni con la sola chiave interpretativa della ricostruzione fisica, avremmo una visione incompleta della situazione, ma non si può prescindere dal fare altre considerazioni. Ciò che è mancata nel processo di ricostruzione è stata sicuramente una pianificazione, che consentisse di riconquistare gli spazi di socialità, come scuole, piazze, teatri, insieme alla riconquista degli spazi abitativi. È stata compiuta la scelta di procedere a macchia di leopardo anziché per porzioni o quartieri e ciò non ha consentito alle persone ed alle attività economiche di reinsediarsi. Non sono rari i casi, nei centri storici dell’Aquila e delle frazioni, di abitazioni perfettamente ricostruite, inserite in un contesto dove sono completamente assenti i servizi essenziali o circondate da cantieri, dove le giornate sono caratterizzate da polvere, rumore di camion, demolitori e ruspe. In definitiva tutti i vantaggi di ritornare a vivere nel centro storico, sono vanificati. È stata persa poi la grande occasione di indirizzare sin da subito lo sviluppo futuro della città verso l’ecosostenibilità e lo strumento urbanistico fondamentale, il piano regolatore, risale al 1974. Si assiste, quindi, all’utilizzo di strumenti di governo che approvano varianti al piano e che prevedono, ad esempio, cambi di destinazione d’uso in commerciale, quando le attività economiche fanno fatica, tra mille difficoltà a reinsediarsi in centro storico ed i centri commerciali accolgono principalmente le grandi catene del commercio diffuse in tutta Europa, replicando cloni in ogni città. Si continua a costruire, quando tra New Town, immobili pubblici e privati, si è di fronte ad un patrimonio abitativo per 140.000 abitanti a fronte di meno di 70.000 residenti.

Non si è pensato e non si sta pensando all’adattamento della città ai cambiamenti climatici, attraverso un più diffuso ed efficace adeguamento energetico degli edifici (per il quale non esiste un ente controllore), ad un sistema efficiente di recupero e razionalizzazione delle acque, di un sistema di “early warning” e “risk reduction and management” che, al di là dell’adeguamento sismico degli edifici, non sembra godere di quel bagaglio formativo ed esperienziale che il sisma avrebbe dovuto fornire. Si parla sicuramente meno, nei canali istituzionali, di impatto sociale della ricostruzione e non ricostruzione e di quanto sia importante affiancare all’opera fisica quella psicologica e sociale. Il decennale è stata una ricorrenza importante per la commemorazione, il ricordo ed i bilanci; l’undicesimo anno delinea anche delle certezze su ciò che non è stato fatto e su ciò che probabilmente non si potrà più fare.

Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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