L’Aquila aspetta

Scuole a rischio chiusura, mobilità urbana carente e aumento della disoccupazione. La qualità e la sostenibilità della vita dei cittadini è tutta da pensare. Nel capoluogo abruzzese, a dieci anni dal sisma, la ricostruzione sociale è ferma al palo / Una storia da ricordare

Un assemblea pubblica a L'Aquila

di Tino Colacillo

Quartieri senza servizi, scuole nelle frazioni a rischio chiusura, lavoro che manca, paesi che si spopolano. A dieci anni dal terremoto del 6 aprile 2009 la situazione sociale dell’Aquila e del suo comprensorio è ancora segnata dall’incertezza e dalla precarietà. La vita quotidiana degli aquilani risente in modo pesante della mancata ricostruzione sociale che sarebbe dovuta andare di pari passo con quella materiale e per certi versi guidarla.

«La ricostruzione oltre a essere in forte ritardo è priva di una visione di insieme e di una cultura della qualità urbana – spiega Marco Morante, architetto e cofondatore del Collettivo 99/giovani tecnici aquilani – L’aspetto dell’Aquila è stato fortemente ridisegnato dalle scelte fatte durante l’emergenza e solo in minima parte da quelle degli ultimi anni».

Dopo il terremoto la città ha subìto un vero e proprio stravolgimento urbanistico. I luoghi di vita sono frammentati e spesso distanti fra loro anche diversi chilometri. Interi quartieri, o aree come quelle dei progetti “Case” (Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili), dove vivono ancora migliaia di persone, sono privi di servizi essenziali.

La vita in una città in continua trasformazione non è facile. «La ricostruzione sociale è ferma al palo – spiega Francesca Aloisi, direttrice di Legambiente Abruzzo – Non c’è attenzione alla qualità e alla sostenibilità della vita dei cittadini». La mobilità urbana, che già prima del terremoto era carente, oggi è uno degli aspetti più critici. «In questi dieci anni il trasporto pubblico non è stato una priorità. Per spostarsi l’uso dell’auto privata è indispensabile, con tutto quello che significa in termini di traffico – continua Aloisi – Ci sono delle piste ciclabili ma non portano da nessuna parte. C’era stata l’idea di utilizzare il tratto di ferrovia che attraversa la città come una sorta di metropolitana di superficie, anche di questo non c’è traccia».

L’influenza della frammentazione urbana sulla qualità della vita è visibile anche nelle ricerche condotte dal laboratorio di geografia Cartolab e dall’area pedagogica del dipartimento di Scienze umane dell’università dell’Aquila a partire dal 2010. «Il nesso tra benessere psicofisico e sociale e i luoghi di vita è un dato acquisito», spiega Lina Calandra, docente di Geografia e responsabile del Cartolab. Chiusura nel privato, sedentarietà, mancanza di fiducia nel futuro, non riconoscimento del territorio e vandalismo sono le principali forme di disagio socioterritoriale riscontrate. «In alcuni luoghi come i progetti “Case” – continua la docente – le manifestazioni di disagio sono più evidenti. Nei piccoli paesi e nelle frazioni a rischio spopolamento è forte il senso di abbandono da parte delle istituzioni». I giovani sono i più vulnerabili. Dalle ricerche emerge, infatti, una visione tendenzialmente negativa sul futuro della città e una forte propensione a trasferirsi altrove. Anche la rappresentazione del territorio è cambiata. I ricercatori hanno chiesto ai bambini della scuola primaria e secondaria di primo grado di disegnare la loro città durante i laboratori di geomappatura. «In molti disegni c’è una visione del territorio che si sfalda ed è fatta di localizzazioni e non di luoghi con un significato – commenta Calandra – In alcuni casi la città e il territorio sono disegnati solo come un insieme di punti. Certo, i ragazzi hanno ricominciato a frequentare il centro storico, ma oggi è difficile dire che sia vissuto come un luogo che ti dà un senso e un’identità».

Pensare al futuro di una città equivale a pensare ai suoi giovani, ai loro studi e dunque alle scuole.  Qui il ritardo e l’assenza di prospettiva è grave e inspiegabile. «Dopo dieci anni la quasi totalità delle scuole è ancora situata nei Musp, i moduli a uso scolastico provvisorio – racconta Miriam Del Biondo, insegnante e segretaria della Flc-Cgil dell’Aquila – Ci sono bambini che frequentano l’ultimo anno della scuola primaria e non sono mai entrati in una scuola vera. L’unica realtà che conoscono è ancora quella dell’emergenza». Nei paesi del cratere e nelle frazioni la presenza della scuola è un segno di speranza della comunità. Speranza che rischia di svanire a causa dello spopolamento. «Nel novembre 2018 – spiega Del Biondo – il Comune ha deliberato il piano per la ricostruzione delle scuole, che però in molti casi rischiano di essere contenitori vuoti. In molte frazioni, infatti, a causa dello spopolamento la scuola rischia di chiudere. Quella di Preturo è stata chiusa due anni fa. Per una piccola comunità è la morte sociale».

La possibilità di restare a vivere in un territorio fragile come quello aquilano dipende anche dal lavoro. Su questo aspetto si sta consumando una delle più grandi contraddizioni del dopo sisma. «L’Aquila è uno dei cantieri più grandi d’Europa, ma in città e in provincia il tasso di disoccupazione è molto alto – racconta Francesco Marrelli, segretario generale Cgil della provincia dell’Aquila – Fra il 2017 e il 2018 le maestranze edilizie sono calate del 20%. Un paradosso». Su questo dato pesano i ritardi nella ricostruzione privata e soprattutto il sostanziale blocco di quella pubblica. Ma anche altri settori sono in affanno. La scuola fatica a mantenere gli organici mentre nella Asl L’Aquila-Avezzano-Sulmona, che copre una parte importante del cratere in termini di servizi, mancano all’attivo quasi 700 lavoratori. In tutta la provincia le ore di cassa integrazione salgono del 53%. «Senza lavoro il tessuto sociale collassa – conclude Marrelli – Servono interventi urgenti per utilizzare il 4% dei fondi per la ricostruzione da destinare alle attività produttive e quindi all’occupazione».

Negli ultimi anni il divario sociale è cresciuto e pesa sempre di più sulla qualità della vita. «Solo una piccola parte della popolazione ha beneficiato dell’enorme flusso di risorse della ricostruzione» spiega Mattia Fonzi, giornalista e attivista del comitato 3e32/Casematte. Giovani, disoccupati e migranti sono le fasce della popolazione più esposte ed è a loro che si rivolgono le attività di Casematte, come la sala prove per band giovanili, con la possibilità di connettersi a internet oltre alle attività culturali e di sensibilizzazione sociale.  «Nel 2013 – continua Fonzi – proponemmo di destinare una percentuale dei fondi della ricostruzione per creare lavoro rivolto alle fasce deboli della popolazione, ma ci fu una levata di scudi da parte degli ordini professionali di ingegneri e architetti che non hanno voluto cedere nemmeno una piccola parte di risorse. Nonostante questo continuiamo a lottare per una città più giusta».

La ricostruzione materiale e sociale, dunque, passa anche per una società civile attiva e propositiva che all’Aquila è sempre stata presente e che si è mossa fin dai primi momenti dell’emergenza. A ottobre 2018 in città si è tenuta la terza edizione del “Festival della partecipazione” promosso da Action Aid in collaborazione con Cittadinanzattiva e Slow food. Il festival, che ha registrato cinquemila presenze, ha lanciato un decalogo di priorità economiche, sociali e culturali per il territorio. «Il ruolo dell’associazionismo e della partecipazione nel processo di ricostruzione è fondamentale – spiega Ilaria Grappasonno, presidente di Mètis Community solutions, partner del Festival della partecipazione – Durante l’ultima edizione della kermesse, tuttavia, abbiamo riflettuto sul bisogno che l’attivismo incida sulle politiche pubbliche, anche collaborando con le istituzioni. In questo modo pensiamo che si possano valorizzare sia le competenze dei cittadini sia quanto di buono è stato fatto fino ad oggi in città». A distanza di dieci anni la ricostruzione sociale è tanto in ritardo quanto necessaria per salvaguardare quel patrimonio, di cui parla Italo Calvino ne Le città invisibili, fatto di “memoria”, “segni d’un linguaggio” e “scambi di parole, di desideri e di ricordi”. Un patrimonio di cui L’Aquila da secoli è custode.

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