giovedì 21 Gennaio 2021

Lana rigeneratrice

immagine di una visita al Lanificio Paoletti

Il lanificio è in paese, a Follina, vicino alla piazza e a pochi minuti a piedi dall’Abbazia di Santa Maria, con le Prealpi trevigiane sullo sfondo. Entrando in fabbrica, ti accoglie un’esposizione di lane da tutto il mondo. Si possono toccare e sentirne la differenza a seconda del luogo di origine: soffice la merinos dall’Australia, ruvida quella delle pecore che pascolano nel vicino Alpago, sulle Dolomiti bellunesi. Il Lanificio Paoletti, con oltre due secoli di storia, ha resistito a molte crisi. All’ultima ha risposto aprendosi all’esterno, con progetti che hanno al centro la cultura, la rigenerazione degli spazi e l’economia circolare.

«Se sul mercato l’unica variabile che conta è il prezzo, delocalizzare dove la manodopera è a costo zero è la scelta più ovvia e infatti negli ultimi vent’anni abbiamo perso molti clienti» dice Paolo Paoletti, titolare, con il padre e il fratello, del Lanificio. «Ma noi non molliamo. Per sopravvivere abbiamo scelto una strada diversa, quella di costruire un rapporto empatico con chi ci viene a trovare, raccontiamo la fabbrica, la sua storia e il suo valore per il territorio, contro la logica di mercato. È una strada in salita, per mantenere il livello di produzione e di occupazione attuali, ma è anche un’esperienza che ci arricchisce umanamente».

Dalla crisi è iniziato un percorso di scavo nella memoria aziendale e di famiglia. È venuto alla luce un archivio dimenticato, una miniera ancora in buona parte inesplorata di informazioni sulla storia locale del tessile, sull’evoluzione della moda, dei commerci. Al lavoro per lo studio e l’organizzazione dell’archivio c’è una giovane laureata in Arti visive e moda dell’università Iuav di Venezia. Nel suo lavoro di ricerca avanza di decennio in decennio, seleziona documenti e materiali da esporre, li raccoglie mettendo insieme i frammenti per la narrazione di microstorie. È la memoria delle generazioni di lavoratori che si sono succedute. Capita a volte che passi qualche ex operaio e, di fronte all’archivio, il racconto si materializza nelle parole. «Ecco perché, per noi, incontrare un cliente in fabbrica fa la differenza – continua Paoletti – mentre in fiera sei uno dei tanti, qui racconti le tue origini: in questo senso l’archivio diventa uno strumento di marketing».

A Follina, da secoli, si lavora la lana. Il nome stesso del paese deriva dal “follo”, l’impianto mosso dalla forza dell’acqua, dove venivano battuti, infeltriti e compattati i panni di lana. È con la rivoluzione industriale, nel XVIII secolo, che arrivano le fabbriche: il Lanificio Paoletti, fondato nel 1795, è il più giovane dei tredici presenti a Follina. Ed è anche l’unico a vedere il Novecento perché innova, introducendo le caldaie a vapore e riducendo la dipendenza dall’idroelettrico. La prima crisi del settore, infatti, arriva a metà Ottocento, quando la scarsità d’acqua toglie la forza motrice alle macchine. Nel secondo dopoguerra il tessile italiano vive un grande sviluppo, fino alla metà degli anni Settanta, con l’avvento delle fibre sintetiche, che sempre più sostituiscono i materiali naturali.

Negli anni Ottanta il Lanificio Paoletti va comunque avanti, ma passa da 250 addetti a 35. Si rivolge all’alta moda, punta sulla creatività, con la prima disegnatrice donna nella storia dell’azienda. Sopravvive anche all’ingresso della merce cinese, ma la crisi iniziata nel 2008 obbliga a un ulteriore ridimensionamento. Restano 25 dipendenti e inizia la nuova fase. La fabbrica non è più solo luogo di produzione ma anche di ricerca, di incontro, di conoscenza. Si apre alle scuole, alle università, alla comunità di Follina, che qui può ritrovare le sue radici.

«È stato proprio dieci anni fa che abbiamo ricominciato a usare la lana delle pecore dell’Alpago – racconta Paoletti – In quel momento c’era poca disponibilità di materia prima dall’estero a causa dell’altissima richiesta dalle fabbriche cinesi, così ci siamo messi a cercarla in Italia e abbiamo incontrato gli allevatori della cooperativa Fardjma». Mentre la carne d’agnello dell’Alpago è stata riconosciuta come presidio Slowfood, la lana di questa pecora autoctona, che rischiava l’estinzione, è invece considerata rifiuto speciale. Per i pastori, quindi, trovare un lanificio a cui fornirla invece di doverla buttare via, è stato un vantaggio.

Dalla lavorazione si ottiene un panno particolarmente grezzo e ruvido, che il Lanificio Paoletti produce sin dall’Ottocento, per tessuti e coperte in melange naturali, apprezzati nei Paesi del Nord Europa e in Giappone. Il colore scaturisce dal dosaggio sapiente della lana delle varie parti del corpo della pecora, con le sue diverse sfumature. Anche questo progetto avanza tra mille difficoltà, per ultima la crisi che ha colpito un piccolo lavaggio lane nel Bergamasco. Così da Follina, per usare la lana dell’Alpago, è necessario rivolgersi a lavaggi in Sardegna, in Puglia o all’estero, in Austria o Svizzera.

Anche gli spazi del Lanificio si trasformano: magazzini abbandonati, che avevano perso da anni la loro funzione, diventano spazi per esposizioni, conferenze, coworking. All’interno si incontrano designer e giovani artisti, ispirati dalla storia e dai materiali di scarto della fabbrica, che riutilizzano per le loro opere. Si aprono le porte a nuove collaborazioni, come quella con “Dolomiti contemporanee”, un progetto che si occupa di rigenerare, con l’arte contemporanea, grandi siti, produttivi o civili, nell’area delle Dolomiti, patrimonio dell’Unesco. Come le vecchie scuole di Casso sopravvissute al Vajont, un’ex fabbrica di occhiali a Taibon agordino, nel Bellunese, e l’ex villaggio Eni di Borca di Cadore, voluto da Enrico Mattei per le vacanze in montagna dei dipendenti Eni, realizzato da Edoardo Gellner e Carlo Scarpa. Oggi queste storie di rigenerazione si incrociano come fili di lana. Negli spazi della fabbrica di Follina si vedono esposte le opere dell’artista Anna Poletti, che collabora con “Dolomiti contemporanee”: i capi realizzati usando le vecchie coperte con il famoso cane a sei zampe, abbandonate da cinquant’anni, che oggi acquistano una seconda vita e un nuovo significato.

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste. con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006. collaborando con Vita non profit. La Nuova Ecologia. Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti". edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa. nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”. da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita). sugli immigrati africani in Europa. presso la New York University.

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