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L’altra Venezia: il turismo dolce

altra Venezia

C’è un’altra Venezia, che si può scoprire solo lentamente, a piedi fra le calli meno conosciute, in bicicletta nelle isole minori, in canoa, kayak, con la barca a vela, a bordo di imbarcazioni che rispettano i ritmi della laguna, la zona umida più importante d’Italia per l’avifauna selvatica. Sono esperienze non solo per turisti, ma anche per gli stessi veneziani, che ritrovano una dimensione dimenticata. E non si tratta di semplici curiosità: il futuro della laguna dipende anche dalla sua fruizione e gestione sostenibile.
Domenico Rossi è uno degli ultimi pescatori di moeche, i granchi prossimi alla muta, cioè il momento in cui abbandonano il vecchio carapace per formarne uno più grande. Sono un prodotto tipico molto pregiato nella cucina veneziana e Rossi fa parte della cooperativa di pescatori più antica d’Italia, la San Marco di Burano. «È una vita dura, siamo rimasti solo in venti, ridotti a un quinto rispetto a quando ho iniziato io, 35 anni fa – racconta – Di recente, con un amico ho cominciato a fare pescaturismo, accompagnando persone da tutto il mondo, ma anche veneziani, a conoscere il mestiere dei moecanti e lo straordinario universo di bassi fondali che ancora sopravvive nella laguna nord». Ciò che più di tutto mette a rischio la pesca è lo stravolgimento della morfologia lagunare e del suo ecosistema. A questo si aggiungono gli eventi climatici estremi sempre più frequenti, come la tempesta Vaia dello scorso ottobre, quando la forte mareggiata ha portato via moltissime reti.
La tutela della laguna non è solo una questione ecologica, ma anche economica. Da oltre un anno un gruppo di operatori si è costituito nell’associazione Ots, acronimo di Operatori del turismo sostenibile. Ristoratori, guide, albergatori e tour operator stanno provando, insieme, a sviluppare proposte alternative e credibili al turismo di massa. L’iniziativa ha avuto origine con il progetto europeo “Life Vimine”, con cui si è cercato di definire e applicare un approccio integrato alla gestione del territorio, basato sulla protezione dall’erosione delle barene.
Per osservare da vicino il tipico ambiente della laguna si può anche raggiungere con il vaporetto, da Venezia, l’isola del Lazzaretto Nuovo. Qui, lungo il sentiero delle barene, inaugurato la scorsa primavera, è possibile percorrere a piedi il perimetro dell’isola, fra arbusti e boschetti selvaggi, entrando a stretto contatto appunto con il particolare ambiente delle barene, sempre più minacciato dall’erosione. L’isola, di proprietà demaniale, è stata data in concessione all’associazione di volontariato Ekos club e dal 1987, in collaborazione con l’Archeclub, è sede di campi archeologici estivi. Questo ha attratto nel tempo studenti e ricercatori da tutto il mondo e ha consentito la conservazione del patrimonio storico-naturalistico dell’isola, altrimenti destinato all’abbandono. «C’è ancora moltissimo da scoprire continuando a scavare. Ci sono testimonianze della presenza umana fin dall’Età del bronzo – dice Gerolamo Fazzini dell’Archeoclub – Nel Medioevo l’isola fu proprietà dei monaci benedettini, in seguito la Serenissima la trasformò in un Lazzaretto, per questo ritroviamo gli scheletri dei morti di peste. Dal Settecento fu usata per scopi militari, fino alla dismissione nel 1975. Oggi è diventata un bene comune».

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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