La via degli accumulatori

Terna, che gestisce le reti elettriche in Italia, sperimenta diversi tipi di batterie. L’obiettivo è rendere disponibile con continuità l’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici ed eolici

ICONA documenti Speciale Corso Laura Conti "Terre di resilienza"

foto di un impianto di Terna

di Tino Colacillo

Visti da lontano sembrano dei normali container o delle classiche centraline che portano l’elettricità nelle nostre case. In realtà sono grandi batterie per l’accumulo di energia che Terna, la società che gestisce le reti di trasmissione in Italia, sta sperimentando in diversi siti fra Sardegna, Campania e Sicilia. Il loro scopo è rendere stabile la rete elettrica messa a dura prova dall’aumento delle energie rinnovabili. Nel 2017, infatti, il 34% dei nostri consumi elettrici è stato “coperto” dal solare, l’eolico, le biomasse e l’idroelettrico. Ma la transizione dalle fonti fossili a quelle pulite non è semplice. Alle difficoltà politiche e alle lobby del petrolio si aggiungono anche ostacoli tecnologici.

La rete elettrica è un sistema molto complesso, che ha bisogno di un flusso costante di energia per bilanciare domanda e offerta. In ogni passaggio, dai grandi elettrodotti fino ai cavi che arrivano nelle nostre case, l’elettricità prodotta deve essere uguale a quella consumata. Una stabilità che non tutte le rinnovabili possono garantire. Mentre la produzione di energia idroelettrica e da biogas si può programmare, quella generata dal sole e dal vento è intermittente. Se l’energia prodotta è poca, quando manca il vento si corre il rischio blackout. Se è troppa, si rischia un sovraccarico della rete quando i consumi sono bassi.

Qui entrano in gioco gli accumulatori del progetto di Terna “Large scale energy storage”, installati lungo la dorsale appenninica, vicino ai grandi impianti eolici in Campania. 

Si tratta – spiegano i tecnici di Terna a Nuova Ecologia – di sistemi energy intensive, pensati per accumulare grandi quantità di energia e studiare la possibilità di decongestionare quei tratti di rete che non riescono a trasportare tutta l’energia prodotta nei momenti di forte ventosità. 

L’accumulo, inoltre, si può fare anche con il “pompaggio idroelettrico”.  In questo caso l’acqua, pompata in bacini d’altura con l’elettricità in eccesso, viene poi sfruttata per produrre energia elettrica quando serve. È una tecnologia disponibile in diversi impianti, ma sottoutilizzata per ragioni economiche e di distribuzione geografica delle centrali.

Insomma, il ruolo che i sistemi di accumulo di energia possono svolgere nella diffusione delle rinnovabili è rilevante. «I pompaggi e gli accumuli – spiega Luigi Michi, responsabile sviluppo e dispacciamento di Terna – sono un elemento fondamentale per conseguire i target sulle fonti rinnovabili». Lo sviluppo e l’utilizzo di queste tecnologie, però, non è ancora sufficiente, soprattutto nel Sud, dove la presenza di impianti eolici e solari è importante ma scarseggiano quelli di pompaggio.

«La decarbonizzazione si può fare – precisa Michi – è a portata di mano e si può ottenere con la programmazione, le risorse e una pluralità di tecnologie. Quello che serve è uno sforzo, dei gestori, dei fornitori e della politica».

La varietà delle tecnologie a sostegno delle rinnovabili sembra essere la strada più utile, non solo nella produzione e accumulo dell’energia, ma anche nella distruzione e nel consumo. «La non programmabilità delle fonti pulite è un problema – dice Marco Pigni, Ceo di Pila sas, azienda di consulenza energetica – ma si può risolvere anche con la gestione intelligente della rete elettrica, la programmazione dei consumi e il metodo domand response».

L’impiego su larga scala degli accumulatori resta comunque un punto critico e, precisa Michi, «molto dipenderà dall’esito delle sperimentazioni in corso perché la maturità tecnologica di alcune soluzioni non è ancora completa».

La produzione e la distribuzione di energia elettrica da grandi impianti, tuttavia, non è l’unico settore di applicazione degli accumulatori. «Si deve procedere – conclude Pigni – dall’alto, aumentando gli investimenti sulle infrastrutture di alta e media tensione, e dal basso favorendo modelli di autoproduzione rinnovabile aggregata o di piccola taglia».

Air Jordan Sneaker