giovedì 21 Gennaio 2021

La vera Tunisia

la vera Tunisia
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Chi ha paura delle elezioni?”: nella piccola edicola dell’aeroporto di Tunisi, dove tutto sembra ordinato e tranquillo, uno dei titoli più in vista sui giornali ti trasmette un senso di inquietudine. La domanda è riferita alle amministrative, che si terranno il 6 maggio in 350 comuni, le prime per eleggere democraticamente i rappresentanti sul territorio. Al momento, infatti, le città sono ancora commissariate, dopo la caduta del regime di Ben Ali, sette anni fa.
Fuori dall’aeroporto, anche gli interrogativi si “perdono” nella confusione del traffico di auto impolverate e in una moltitudine di cartelli pubblicitari, fino alle porte di Tunisi. Dalla superstrada, lo sguardo vola su Avenue Bourguiba, luogo simbolo della rivoluzione dei gelsomini, ma prosegue tra gli ulivi, seguendo la linea della costa, fino alla prima tappa del viaggio: Sfax, la capitale economica del paese. L’associazione “Le Terre d’Artijané” di Giavera del Montello, in provincia di Treviso, da vent’anni accompagna gruppi di viaggiatori in Tunisia, per conoscere e sostenere piccole realtà locali, entrando in contatto con la società civile e cercando di comprendere le ragioni che spingono a emigrare da questa terra meravigliosa.
L’aria calda e umida del mare soffia su Sfax. Nella casa-biblioteca di Hatem Hakkari, insegnante di francese, i tavoli sono apparecchiati per tutto il gruppo: trenta persone a cena tra i libri. Una band di musica tradizionale suona all’ingresso, in segno di benvenuto. «Sono tornato a vivere in Tunisia negli anni ‘80, dopo essere cresciuto in Francia», racconta il padrone di casa. «È vero, adesso abbiamo la libertà. Prima del 2011, spesso la polizia veniva a controllare chi ospitavo nella mia biblioteca, ora non accade più. Ma per un cambiamento reale ci vuole ancora molto e serve soprattutto un impegno dal basso, non possiamo aspettare che arrivi dallo Stato. Dopo anni di dittatura, i tunisini faticano a mettersi in gioco».
Ci sta provando invece Dalinda Louati, una giovane artista impegnata nella difesa dell’ambiente che, due anni fa, ha fatto parlare di sé anche fuori dalla Tunisia. Prima che la fermassero, è riuscita a realizzare e fotografare il graffito di una pistola sul muro che circonda lo stabilimento chimico della Siape, la società statale per la lavorazione dei fosfati. Lo ha intitolato “La fabbrica della morte” e ha diffuso l’immagine sui social network, facendole fare il giro del Mediterraneo. Da tempo, gli abitanti di Sfax chiedono la chiusura della fabbrica, prevista già ai tempi di Ben Ali e annunciata anche dall’attuale governo. La Tunisia è al quinto posto al mondo per la produzione di fosfati, principale risorsa mineraria del paese. Eppure la regione del bacino minerario di Gafsa è tra le più povere del paese. Qui, nel 2008, è scoppiata una rivolta che ha posto le basi per le primavere arabe, tre anni dopo.

Magie e contraddizioni
Lasciando la costa, scendendo verso Sud, si vede aumentare la povertà e crescono i rifiuti a bordo strada. Proprio la gestione dell’immondizia sarà una delle sfide al centro delle prossime elezioni amministrative. Cumuli di plastica ti accolgono anche all’ingresso del palmeto di Tozeur, un giardino attorno alle affascinanti strade strette tra i palazzi ocra della medina. Ovunque ci sono bancarelle di morbidi datteri appena raccolti. Nell’oasi di Chebika, in montagna, la magia dell’acqua che nasce dalla terra crea cascate paradisiache e tutto attorno fiorisce la vita. E, accanto a Mides, villaggio abbandonato, seguiamo il percorso di un canyon scavato da un antico fiume, verso il confine con l’Algeria.
Ci spostiamo a Naftah per la cena, nel cortile interno di una casa del Seicento, illuminata con torce e candele. Musicisti vestiti di tuniche bianche suonano ritmi ripetitivi, capaci di condurre alla trance chi è disposto a lasciarsi andare. Un uomo con un cappuccio che nasconde il viso danza sui carboni ardenti. Vicino, in cima a un canyon dove sono state girate scene di Guerre stellari, c’è il marabutto di Sidi Bouhlel, luogo sacro di un islam mistico, non ortodosso, che sopravvive nonostante tutto.
Un clima magico e ricco di contraddizioni, con cui deve misurarsi un inedito governo di larghe intese, tra gli islamisti di Ennahda e i modernisti di Nidaa Tounès, partito fondato dal presidente novantunenne Béji Caïd Essebsi. Essebsi rappresenta il legame con il passato, visto che ha partecipato alla lotta per l’Indipendenza nel 1956 al fianco del padre della patria, Bourguiba. Per il quotidiano francese Le Monde, l’alleanza tra modernisti e islamisti ha il merito di aver salvato il paese dal caos, ma la logica su cui si fonda è quella del mantenimento delle elite, sia di quella consolidata, sia di quella emergente, proprio qui sembra essersi arenata la promessa di una transizione democratica del paese.

Speranza di pace
L’orizzonte si allarga, piatto e infinito, sullo Chott el Jerid, un grande lago salato di 5.000 km², sempre più minacciato dall’avanzare del deserto, per cui c’è chi progetta di scavare un canale e far entrare l’acqua dal Mediterraneo. Una strada asfaltata sopraelevata attraversa il lago e collega le oasi di Tozeur a Douz, alle porte del Sahara. Alloggiamo in un villaggio turistico di lusso, ricordo dei tempi d’oro in cui il turismo in Tunisia era un’industria fiorente. La novità è che oggi a muoversi sono molti tunisini, ma di stranieri se ne vedono pochi, soprattutto dopo l’attentato al Museo del Bardo di Tunisi nel 2016.
Nel villaggio berbero di Toujane, sperduto tra le montagne, qualche anno fa una famiglia ha aperto un bed & breakfast con due stanze, dove si può provare davvero un’esperienza di vita a contatto con la popolazione locale, ma ultimamente sono in pochi i coraggiosi a spingersi fino a qui. I bambini giocano lungo i vicoli tra le case, mentre capre e galline girano tra muretti a secco crollati. Seduti su materassi e cuscini stesi a terra in sala da pranzo, mangiamo un cous cous speciale, preparato in casa, e gustiamo un dolcissimo tè alla menta. Oltre Tataouine, verso il confine con la Libia, si moltiplicano i posti di blocco. Li superiamo uno dopo l’altro, per andare a visitare una cooperativa rurale di donne tenaci, nata anche grazie a un finanziamento della Cooperazione italiana allo sviluppo. Producono cibi a base di datteri, legumi, menta, rucola. Cucinano divinamente. Le salutiamo ai margini del deserto, sotto la luna piena, con la speranza che questo angolo di mondo, un giorno, torni a essere sicuro.
Non ci si può spingere oltre. Risaliamo verso Nord lungo il mare, le sue spiagge costellate di immondizia, le strutture turistiche semiabbandonate. Tunisi è l’ultima tappa del viaggio. Lungo l’Avenue Bourguiba c’è un tendone di libri, tra una transenna e l’altra. Un gruppo di disoccupati chiede lavoro e protesta per l’aumento del costo della vita. Attorno c’è la polizia. Dalla rivoluzione a oggi, periodicamente, scoppiano disordini più o meno gravi nel paese che, con fatica, cerca la sua strada verso la democrazia.
Dalla terrazza di un caffè guardiamo il minareto della grande moschea di Kairouan, una delle più antiche e importanti del mondo arabo. Ai tavoli, intorno a noi, sono tutti giovani, ragazzi e ragazze, con velo e senza velo. Tutti con lo smartphone. E tutti a immaginare una nuova Tunisia.l

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste. con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006. collaborando con Vita non profit. La Nuova Ecologia. Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti". edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa. nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”. da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita). sugli immigrati africani in Europa. presso la New York University.

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