La sostenibile crescita blu

Innovazione e sviluppo tecnologico a servizio del mare. Le opportunità per il nostro Paese della nuova strategia europea. A cominciare dal rilancio della ricerca di base, finalizzata alla protezione ambientale

foto di pesci

Il mare è “l’ultima frontiera”, barriera naturale oltre la quale è impossibile andare con le sole forze del nostro fisico di animali terrestri. Per lunghi tratti della storia umana ha significato isolamento tra popoli, fino a quando il nostro sviluppo tecnologico non ha reso permeabile il confine blu. E il mare è diventato perpetua sorgente di risorse, “territorio” per spostamenti e motore dei nostri scambi, materiali e non.

L’Europa è il continente che maggiormente si è avvalso del mare per il proprio sviluppo. Facciamo un paragone con terre abitate da civiltà caratterizzate da un’evoluzione culturale comparabile a quelle europee: mentre la Cina del Quattrocento dismetteva la produzione di navi adatte alla navigazione oceanica, seppure fosse all’apice di un breve ma intenso periodo di grandi esplorazioni marittime nell’Oceano Indiano, l’Europa partiva alla conquista degli oceani, imponendosi a livello globale come potenza marinara. Ciò ha permesso al nostro continente di consolidare un retroterra di conoscenze dal quale ha costantemente attinto l’economia. La proiezione nel nuovo millennio di questa condizione “favorevole” è riassumibile nell’ambizioso concetto di “crescita blu”. In pratica, anche se la Terra ha risorse naturali finite e rinnovabili a ritmi che non sono necessariamente funzionali alla perpetua crescita del profitto da esse tratto, scienziati ed economisti concordano sulla possibilità che una crescita “sostenibile”, sul piano energetico e materiale, possa derivare soprattutto dall’utilizzo consapevole e virtuoso della risorsa mare, nel senso più ampio possibile.

Nella corrente pianificazione integrata delle attività economiche, una strategia che prende il nome di “Europa 2020” e che mira a sviluppare una crescita “intelligente, sostenibile ed inclusiva”, la Commissione europea ha previsto una linea di finanziamento denominata “Blue growth”. L’assunto di partenza è che i settori legati al mare sono altamente propensi all’innovazione e allo sviluppo tecnologico e, pertanto, economico, che nel mondo moderno sono sempre più basati sull’originalità imprenditoriale. Tradotto in numeri, l’economia legata al mare già impiega circa 5 milioni di persone in Europa e frutta qualcosa come 500 miliardi di euro lordi annui.

La strategia “Blue growth” mira a potenziare cinque principali settori economici: l’acquacoltura, il turismo costiero, la biotecnologia marina, l’energia rinnovabile e l’attività estrattiva dal fondo del mare. Ma, come per ogni attività produttiva è sempre necessario commisurare i benefici a breve termine alle possibili perdite a lungo termine legate al peggioramento delle condizioni ecologiche derivanti dall’attività stessa. Per queste ragioni accanto ai finanziamenti alle applicazioni economiche delle conoscenze scientifiche legate al mare, la Commissione europea ha predisposto nella “Blue growth” un programma parallelo di sviluppo delle ricerche di base, con l’obiettivo di mettere in sicurezza, soprattutto sul piano del contenimento dei rischi ambientali e del ripascimento delle risorse, le attività marine e marittime.

Stando alla strategia europea, la ricerca di base, oltre ad agevolare l’accesso alle informazioni scientifiche sul mare (che sono la base per lo sviluppo di attività legate allo sfruttamento virtuoso di questo sistema naturale), deve anche e soprattutto integrarsi con la gestione e il controllo ambientale. Da una parte, la pianificazione territoriale delle attività produttive deve essere sempre posta in relazione alle caratteristiche e alle fragilità ecologiche specifiche a livello locale. Dall’altra, la sorveglianza marittima su queste attività deve essere “integrata”, ovvero avvalersi delle informazioni messe a disposizione dai ricercatori, di modo che le autorità locali possono mettere in atto misure basate sullo stato dell’arte delle conoscenze scientifiche. Questo, almeno in linea di principio.

Ma come può il nostro Paese avvalersi della strategia “Blue growth”, soprattutto nell’ottica di risollevare le sorti socio-economiche delle proprie regioni più depresse, che sono anche quelle specificamente peninsulari e insulari? Le potenzialità sono molteplici, ma andrebbero sortite all’interno dei settori più favorevoli ai nostri ambienti costieri. Senza contare che, in un mondo dalle risorse sempre più scarse e dominato dall’iniquità sociale, l’economia dovrebbe mirare all’opportuna condivisione delle risorse disponibili e all’inclusione del maggior numero di cittadini nella suddivisione dei profitti da essi derivanti.

Allo stato attuale, nella classifica europea dei profitti derivanti dai cinque settori “Blue growth”, il turismo costiero e marittimo è il più redditizio, con un numero di addetti di poco superiore a 1,6 milioni e un volume d’affari di circa 51 miliardi di euro lordi all’anno (circa venti volte superiore alla produzione di energia rinnovabile, che è seconda). La biotecnologia marina (come la scoperta di principi attivi estratti da organismi marini e utili a fini farmaceutici, nutraceutici e di cosmesi) si trova invece all’ultimo posto, con appena 185 impiegati e 9 milioni di euro lordi annui.

Se da una parte la biotecnologia appare come il settore con i maggiori margini di potenziamento grazie alla crescente esplorazione scientifica delle risorse biologiche derivanti dal mare, dall’altra il turismo costiero può avvalersi di un notevole capitale finanziario per lo più diffuso sul territorio. Per restare a quest’ultimo settore, le nostre coste vivono di un turismo fortemente stagionale e virtualmente “slegato” dai beni ambientali. Tuttavia, la presenza di ambienti costieri delle tipologie più disparate, nonché di una rete di aree marine protette, garantirebbe uno spazio d’azione per lo sviluppo di un turismo responsabile ed “esperienziale” esteso a gran parte dell’anno, con benefici sulle realtà locali.

Dobbiamo inoltre considerare che la ricerca marina si avvale sempre più frequentemente della cosiddetta “citizen science”, ovvero dell’impiego di cittadini scienziati che contribuiscono alla raccolta di campioni e/o dati nel corso delle loro attività turistico-ricreative, come ad esempio le attività subacquee o la navigazione a vela. La citizen science è utile tanto alla scienza di base (ad esempio ecologica) quanto a quella applicata (biotecnologica), perché coadiuva i ricercatori in un’epoca di scarse risorse temporali, finanziarie e di personale; se integrata al turismo costiero, potrebbe essere funzionale anche alla sorveglianza diffusa sugli ambienti marini e, fattore non trascurabile, dare un notevole impulso positivo alla trasmissione delle conoscenze scientifiche al pubblico attraverso lo sviluppo di una ricerca “partecipata”. 

Quest’ultimo aspetto rappresenterebbe un passo fondamentale per l’evoluzione culturale umana e sarebbe altresì propedeutico al definitivo avvio di una gestione futuribile dei beni ambientali in un pianeta blu dalle risorse tutt’altro che infinite.      

info: ec.europa.eu/maritimeaffairs/policy/blue_growth_en