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La scuola al centro: una lezione per tutti

Dal mensile di settembre – Il primo giorno di scuola ha un sapore speciale per circa dieci milioni di bambini e ragazzi, e per le loro famiglie, dopo un lungo periodo di didattica a distanza e di grandi incertezze. «Ricominciamo con speranza, con lo sguardo rivolto al futuro», è questo il messaggio che Loredana Poli, assessora all’Educazione del Comune di Bergamo, ha voluto affidare a studenti e insegnanti della sua città. «Ma allo stesso tempo facciamo tesoro del valore che la scuola ha saputo esprimere: la capacità di essere vicina, di offrire uno spazio di confronto e riflessione sulla realtà, su aspetti che in casa non sempre si riuscivano ad affrontare». Una finestra sul mondo. A Bergamo, uno dei luoghi più drammaticamente colpiti dalla pandemia, come nel resto del Paese, la scuola pubblica, a distanza e con molti limiti, ha dimostrato di essere nonostante tutto un presidio essenziale per la crescita dei bambini e dei ragazzi, oltre che per il passaggio di conoscenze, soprattutto per la possibilità di incontro e di condivisione con l’altro. Non si può nascondere però che, a pagare il prezzo più alto della didattica a distanza, sono state le fasce più deboli, e che si sono accentuate le situazioni di marginalità e povertà educativa.

Una tendenza da invertire
In Italia i dati sono allarmanti: nel 2019 un milione e 137mila minorenni ha vissuto in povertà assoluta, il 14,5% degli adolescenti ha abbandonato la scuola e il 10,5% dei giovani tra i quindici e i diciannove anni non è stato occupato né inserito in un percorso di formazione. La quota di Neet, giovani che non lavorano e non sono inseriti in percorsi formativi, è la più elevata tra i Paesi dell’Unione, di circa 10 punti superiore al valore medio Ue (12,5%). Questo è un momento cruciale, per evitare che i numeri dell’emergenza educativa peggiorino, per invertire la tendenza e porre le basi del futuro, non solo della scuola ma dell’Italia. Con questa convinzione, nove reti di organizzazioni impegnate nel campo dell’infanzia e dell’adolescenza, che comprendono centinaia di realtà del terzo settore, dell’associazionismo civile, professionale e del sindacato, tra cui Legambiente, si sono messe insieme per chiedere di ricominciare “dall’educazione e dai diritti delle nuove generazioni, con investimenti e politiche per consentire all’Italia di risollevarsi, perché senza attenzione ai diritti dei bambini e degli adolescenti non può avvenire una vera ripartenza”.  Il 6 luglio scorso i rappresentanti delle nove reti hanno incontrato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina, la ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti e il viceministro allo Sviluppo economico Stefano Buffagni. «Già la composizione della delegazione che ci ha accolto fa capire l’importanza che è stata data all’incontro», commenta Andrea Morniroli, socio e amministratore della cooperativa sociale Dedalus di Napoli. Morniroli fa parte anche del Forum Disuguaglianze Diversità, rete che riunisce il mondo della ricerca e quello della cittadinanza attiva nell’elaborazione di proposte per la giustizia sociale e ambientale. «Apprezzando la scelta di presentarci uniti, Conte ci ha sfidato, per usare le sue parole, a prendere parte alla progettazione sull’educazione che l’Italia deve consegnare all’Unione europea per il programma di investimenti comunitari Next Generation». Le nove reti hanno chiesto che, dopo decenni di tagli, il 15% dei fondi per la ripresa siano destinati all’educazione, nella cornice di un piano strategico nazionale sull’infanzia e l’adolescenza, con attenzione alle disuguaglianze territoriali. Tra i punti fermi di questa cornice c’è il presupposto che la scuola pubblica rimanga al centro e non possa essere sostituita da altri soggetti nella sua funzione educativa. Per Legambiente, il terzo settore e il mondo dell’associazionismo devono svolgere un ruolo di supporto, di ponte con il territorio e di rafforzamento dell’offerta formativa, ma solo in un quadro ben definito e senza prestarsi a intervenire per tamponare situazioni di emergenza, per esempio nei casi di carenza del personale docente. I patti educativi di comunità, di cui si parla nel Piano scuola del Ministero, quindi, vanno concordati tra istituti, enti locali e terzo settore, in un’ottica non della delega delle responsabilità o dell’abbassamento dei costi, ma della coprogettazione, a partire dai bisogni formativi degli alunni. A tutti, la scuola pubblica deve poter garantire livelli educativi essenziali.

27/07/2020 Roma, Le scuole riorganizzano le aule nel rispetto del distanziamento sociale in vista della riapertura a settembre. Nella foto il liceo Newton

Gioco di squadra
«Come abbiamo fatto in questi anni, dobbiamo lavorare assieme ai docenti, in copresenza, per favorire il riavvicinamento all’istituzione dei ragazzi in difficoltà. Rifiutiamo le ipotesi, che a volte spuntano, di separare gli elementi più problematici dal resto della classe e farli gestire dal terzo settore», chiarisce Andrea Morniroli, che per la cooperativa Dedalus lavora da otto anni con l’assessorato alla Scuola del Comune di Napoli. «I percorsi individuali fuori dall’aula non vanno intesi come sostituzione: gli educatori agiscono d’accordo con gli insegnanti, vanno in aggiunta e riescono ad arrivare dove la scuola non può, nei contesi informali. Durante l’estate, per esempio, abbiamo fatto il doposcuola porta a porta, andando a cercare gli studenti di cui si erano perse le tracce, i più fragili, dialogando con i docenti e definendo insieme a loro ciò su cui era necessario puntare». Il Comune di Napoli, prima della pandemia, aveva aperto un tavolo con le scuole e, appunto, con il terzo settore, per l’adeguamento degli edifici scolastici di sua competenza, dai nidi alla secondaria inferiore (gli istituti superiori fanno capo a Province e Regioni), ma anche con l’idea di favorire l’insegnamento diffuso e contrastare la povertà educativa a monte. Alla base, c’è la convinzione, condivisa da Annamaria Palmieri, assessora alla Scuola di Napoli, e Andrea Morniroli, che, «lasciate a se stesse, le disuguaglianze in campo educativo e formativo tra aree deboli e aree forti del Paese e tra scuole, classi e bambini, oggi minano la coesione sociale e territoriale e lo sviluppo». L’adeguamento e la messa in sicurezza degli edifici scolastici non sono certo un’emergenza nuova per l’Italia: in base al rapporto Ecosistema scuola di Legambiente, quasi il 40% delle strutture ha bisogno di interventi di manutenzione straordinaria urgente. Tra nord e sud, tra centri, periferie e aree interne, il diritto allo studio non è uguale per tutti e le risorse messe in campo ora dallo Stato per i piccoli interventi finalizzati al distanziamento non colmeranno queste disuguaglianze.

Un cuore per le città
A Milano, il Comune ha stanziato quattordici milioni di euro derivanti dalla vendita, lo scorso dicembre, del Palazzo delle Scintille, per interventi sulle coperture e sui tetti degli edifici scolastici, e ha destinato circa due milioni e ottocentomila euro all’acquisto di strutture temporanee leggere per rispondere alle esigenze degli istituti che non hanno spazi adeguati per il distanziamento. «La scuola deve ridiventare il cuore pulsante dei quartieri e delle città», afferma Paolo Limonta, assessore all’Edilizia scolastica del Comune di Milano e orgogliosamente maestro elementare, che prosegue: «La ripresa non sarà normale, perché dovrà saper risarcire gli alunni di quello che è stato loro tolto da fine febbraio a oggi. Era giusto applicare misure drastiche per contenere la pandemia, ma non possiamo dimenticare che bambini e ragazzi sono stati costretti a rinunciare alla scuola, al luogo che per loro è la comunità principale, un luogo di relazioni, di contatto, di scambi di emozioni». La necessità di avere un numero di studenti per classe tale da poter rispettare il distanziamento fa sì che ci sia bisogno di personale, volendo salvaguardare l’orario scolastico: è prevista infatti l’assunzione di 78mila docenti, che però potrebbero non bastare. A Milano si parla per lo più di tempo pieno. «Gli educatori delle cooperative fanno già parte del patrimonio delle nostre scuole, ne rafforzano e migliorano il servizio, ma non sostituiscono il personale insegnante né possono essere relegati al ruolo di guardiani nell’orario della mensa. Non deve accadere né qui né in nessuna scuola», conclude Limonta.

Nessuno resti indietro
I dirigenti scolastici sono le figure che, senza troppa visibilità, si trovano a prendere le decisioni più importanti e delicate, oggi più di prima. Oriana Carella è a capo dell’Istituto comprensivo “Giampaolo Gamerra” di Pisa, una scuola di frontiera, che accoglie il numero più elevato di alunni e studenti rom della città. «Da tempo abbiamo dovuto aprirci al territorio, per riuscire ad avvicinare i bambini, i ragazzi e le loro famiglie – dice – Da noi, con la riapertura, partirà anche Lavori in corso, un progetto elaborato con Legambiente, che rivaluta la scuola come luogo di aggregazione e punto di riferimento in un con – testo sociale difficile». A Pisa, così, la comunità viene coinvolta in un patto educativo per la crescita dei più giovani, dove la scuola pubblica è al centro. È un esempio di ciò che chiede la società civile per la ripartenza del Paese, una soluzione pensata prima della pandemia, per rispondere alle esigenze formative delle fasce più deboli. Perché nessuno rimanga indietro.

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Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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