La salvezza del pianeta secondo Jared Diamond

È il fautore del “pensiero orizzontale”, aprirsi cioè all’integrazione fra ambiti scientifici apparentemente lontani. Dalle conversazioni con sua moglie, psicologa, l’intellettuale americano ha tratto ispirazione per il suo ultimo libro. Ce l’ha raccontato così

Intervista a Jared Diamond

Prendere coscienza dei problemi, identificarne le cause scatenanti e aggredirle proattivamente per ridurne gli effetti negativi. Farlo il prima possibile, senza indugiare attorno a false cause di ripiego. Capire in che misura la risoluzione dei problemi può essere supportata dall’azione individuale o deve essere coadiuvata da un aiuto esterno. Analizzare le crisi nazionali come se fossero l’analogo, su grande scala, delle crisi che si verificano nelle vite delle persone, attraverso un approccio mutuato dalla psicologia.

È questa l’attuale prospettiva di Jared Diamond, poliedrico intellettuale fautore del “pensiero orizzontale”, ovvero di quell’aprirsi senza timore all’integrazione concettuale fra ambiti apparentemente separati, come l’evoluzione delle società umane e lo studio della psiche. Dalle conversazioni con sua moglie, psicologa, Diamond ha tratto ispirazione per il suo ultimo libro Crisi. Come rinascono le nazioni (Einaudi). La Nuova Ecologia l’ha incontrato a margine della sua ultima visita a Roma, in occasione del “Festival delle scienze” organizzato da National Geographic lo scorso aprile.

«Studiando la storia dell’umanità, i casi del passato recente mostrano continuamente quanto la vita delle singole persone possa influenzare ciò che avviene globalmente. Per esempio, il 20 luglio 1944, se una bomba posta sotto la sua scrivania avesse ucciso Hitler, e non fosse scoppiata a soli 50 centimetri da lui, probabilmente ci sarebbe stata pace in Europa un anno prima della realtà. Un altro esempio recente è stata l’elezione, negli Stati Uniti, del presidente Trump, oppure quella del presidente Bush, negli anni 2000. Entrambi hanno perseguito una politica molto diversa da quella professata da Al Gore e da Hillary Clinton. Questi sono casi in cui la singola persona ha una grande influenza sul mondo, soprattutto quando la persona è a capo di governi potenti come quelli della Germania nazista o degli Stati Uniti odierni».

E nel futuro, secondo lei, sarà più importante il ruolo delle singole persone o quello della collettività?            

Un po’ e un po’. Ci sono molte cose che si fanno dal basso, come la politica ambientale operata dalle associazioni ambientaliste, che dipende largamente dalle azioni delle singole persone. Ma anche l’influenza delle azioni dall’alto è importantissima. Per esempio, i capi di Stato e di governo possono prendere decisioni importanti e hanno grande influenza. La salvezza del pianeta sarà determinata dall’azione combinata di azioni dal basso e dall’alto.

La sua maggiore specializzazione, probabilmente, è quella di evitare le specializzazioni. Mantenere prospettive ampie e quindi anche cambiare ambito verso il quale indirizzare il proprio intelletto. Ma lei è un’eccezione. Pensa che la scarsa integrazione fra le scienze della terra, del clima e quelle economiche e politiche possa essere causata proprio dalla tendenza alla super specializzazione propria della società moderna?

“Crisi”, l’ultimo libro di Jared Diamond (Einaudi)

Certo, e a questa scarsa integrazione contribuisce anche l’Accademia. So per esperienza diretta che non solo mancano scienziati che fanno ricerca in molti campi ma che c’è anche una forte resistenza da parte delle università verso chi fa ricerca in diversi campi, nei loro confronti c’è una gelosia diffusa se non addirittura un’opposizione. Se uno scienziato fa ricerca in due campi oppure scrive per un pubblico vasto, all’interno dei cerchi accademici si sospetta che lo faccia perché non ha più idee nel suo di campo e dunque fa il generalista. È un peccato, ma è un sentimento molto diffuso.

Fra i molti concetti presenti nei suoi libri c’è la “paranoia costruttiva”, che lei ha concettualizzato osservando le società tribali. Alla luce della constatazione dei principali problemi ambientali di oggi e dei possibili futuri disastri ambientali, pensa che potrebbe essere utile applicare questo concetto anche nelle società moderne?

In effetti, la paranoia costruttiva è un po’ il cuore della mia filosofia personale. Sono sempre stato dell’avviso che sia utile visualizzare preventivamente tutte le possibilità e, nel caso di possibilità negative, di provvedere ad agire contro di esse per prevenirne le conseguenze. La maggioranza dei miei amici americani, mia moglie, mi guardano come se fossi un po’ pazzo (ride). I miei figli, quando devo andare all’aeroporto per prendere un aereo mi dicono: “Daddy, il volo parte domani, perché non sei già all’aeroporto?” (ride ancora). Ma attraverso l’applicazione della paranoia costruttiva ho imparato a evitare i danni maggiori, la utilizzo con validità ma con moderazione, non in maniera esagerata, anche se i miei figli direbbero il contrario. Credo che la paranoia costruttiva possa essere utile a livello sociale e politico. Un esempio: il governo della Finlandia ha un comitato che si incontra ogni mese per immaginare i problemi più seri che potrebbero accadere in Finlandia, come il crollo della rete elettrica. Probabilmente la rete elettrica non crollerà mai in Finlandia, ma meglio escogitare come reagire qualora ciò accada.

All’interno della sua produzione scientifico-letteraria, lei effettua spessissimo una comparazione fra osservazioni, soprattutto locali, relativamente distanti, anche concettualmente. Ciò le serve a ricavare leggi generali, di respiro globale. Alla luce delle sue osservazioni, l’umanità oggi ragiona e agisce più come un insieme di piccoli gruppi sociali isolati, oppure prevale la tendenza verso una coscienza globale?

Una coscienza globale è pressoché assente. Non c’è accordo su molte questioni. Il nostro pianeta consiste ancora di diverse società, di diversi Paesi, al momento dovrebbero essere 216. Tuttavia, con la globalizzazione, con i legami sempre più forti attorno al mondo grazie ai trasporti e ai dispositivi elettronici di comunicazione, credo stia sorgendo sempre più un senso globale, se non una coscienza propriamente detta.

Bisogna capire però quanto positivo potrà essere l’effetto di questo scambio di informazioni anche in base alla dinamica di crescita della popolazione globale, sia nel tempo che nello spazio. Perché le informazioni viaggiano sì a livello globale ma tendono a polarizzarsi, non si diffondono in maniera omogenea geograficamente e possono anche diffondersi in maniera travisata, generando effetti collaterali.

Gli effetti della globalizzazione “informatica” sono tanto positivi quanto negativi. Si è detto delle conoscenze diffuse globalmente. Ciò può risultare in un incremento dell’identità internazionale, e ciò è positivo, ma può risultare allo stesso modo nella diffusione fra i Paesi poveri di un’idea specifica delle condizioni di vita, di benessere, presenti all’interno dei Paesi ricchi e ciò può risultare a sua volta nel desiderio di migrare, alla ricerca di condizioni di vita migliori.

Cosa che comporta una reazione da parte dei Paesi ricchi, non necessariamente votati all’accoglienza…

E a sua volta questo può determinare una conseguente reazione da parte dei Paesi poveri, come la volontà di sostenere il terrorismo a causa dell’invidia provata verso i Paesi ricchi.

Una questione complicata, forse è il caso di continuare ad accrescere il livello di connessione intellettuale fra Paesi ricchi e poveri proprio per permettere un’integrazione sociale pacifica.

Sì, con un po’ di ottimismo, questa può essere una soluzione.     

Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma, sosteneva che “se il problema è l’uomo, la soluzione è nell’uomo stesso, e si chiama qualità umana”. Secondo lei, oggi, qual è la qualità umana più importante?

La risposta è molto semplice: non si può definire in qualche frase un’enciclopedia. La qualità umana è un concetto troppo ampio per poterlo rinchiudere in una definizione. Si può riassumere in una sola frase la musica di J.S. Bach? La qualità umana è quindi la conoscenza, nulla di più, nulla di meno.

In Italia, ma anche negli Stati Uniti, c’è una drastica riduzione dei fondi pubblici destinati alla ricerca, che viene compensata da capitali privati. Questo è positivo perché gli scienziati hanno la possibilità di condurre il proprio lavoro ma allo stesso tempo negativo perché li rende meno indipendenti. Crede sia necessaria una maggior governance pubblica della ricerca?

Io sono grato per ogni sostegno alla ricerca ambientale, sia dai fondi governativi, sia dai fondi privati, sia dal diavolo in persona!

Intervista pubblica su Nuova Ecologia – settembre 2019