La questione maschile

Ripubblichiamo qui uno storico articolo di Luciana Castellina per La Nuova Ecologia. Il suo intervento è di marzo 2010, durante il governo Berlusconi e il cosiddetto “scandalo escort”. Nonostante siamo passati ormai quasi dieci anni, il suo commento continua ad essere di attualità, ai tempi del “metoo” e della quotidiana violenza di genere. Sono 106 i femminicidi nel 2018, uno ogni 72 ore

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Luciana Castellina

Ripubblichiamo qui uno storico articolo di Luciana Castellina scritto per il mensile La Nuova Ecologia. Il suo intervento è di marzo 2010, durante il governo Berlusconi e il cosiddetto “scandalo escort”. Nonostante siamo passati ormai quasi dieci anni, il suo commento continua ad essere di attualità, ai tempi del “metoo” e e della quotidiana violenza di genere. Sono 106 i femminicidi solo nel 2018, uno ogni 72 ore

“Non mi pare ci sia un silenzio delle donne. Parlano tutte,comprese le escort. Il silenzio, piuttosto, è dei maschi. Assordante. Non una voce di protesta per il modello
maschile che viene presentato, che è francamente assai peggiore del peggior modello femminile. In Italia c’è, mi pare, una grande “questione maschile”, un disagio degli
uomini che indica come nell’era post-patriarcale non si siano ancora ripresi dallo choc del femminismo. Speriamo facciano uno sforzo.
Quanto alle donne, non dico che non abbiano di che preoccuparsi, naturalmente. Ma in un modo nuovo. Negli ultimi decenni sono entrate massicciamente nel mercato del lavoro (negli Stati Uniti sono ormai più della metà delle forze lavoro) e ovunque la percentuale è significativamente cresciuta. E sono ai livelli superiori: sono maggioranza nella scuola, nell’università, nella medicina, numerose nella magistratura e persino fra i manager. C’è però un’altra cifra molto significativa: i manager maschi al 95% hanno prole, le manager donne, pur numerose, per il 70% non ne hanno.
Vale a dire che sono riuscite a diventare quello che sono solo mascherandosi da
uomini, sacrificando la loro differenza. Vuol dire che l’emancipazione ha vinto – le donne sono state accettate, bontà loro, nel mondo maschile – ma non ha
vinto chi puntava a molto di più e di diverso: a cambiare la società in modo che assumesse come valore e fattore portante anche la differenza di genere.
Con tutte le implicazioni che questo comporta. Non è cosa di poco conto.
Quanto al rapporto con l’ambiente il discorso si fa difficile e ambiguo.
Non credo si possa dire che le donne in quanto tali siano più attente all’ambiente perché più vicine alla natura. E però non c’è dubbio che è soprattutto maschile l’atteggiamento prometeico che induce a pensare che l’uomo possa tutto, compreso fare quel che vuole della natura. Per le donne è più facile acquisire coscienza del limite, perché vivono un’esperienza particolarissima e irripetibile che è quella della
procreazione. Non è un dato esterno, sociale e meno naturale, come lo è per l’uomo. Non fosse altro in ragione dei tempi diversi: per l’uomo sono sufficienti i pochi minuti dell’atto sessuale, per la donna servono nove mesi. In questo senso la donna è certamente più “natura”. Si tratta di un punto di partenza importante per assumere coscienza del limite, per capire che la natura è certo fattore produttivo, ma assolutamente anomalo, come del resto la forza lavoro. In questo senso le donne sono, potenzialmente, più ecologhe. E del resto lo dimostrano perché tendono
ad esserlo tutti i giorni, nel loro fare.
* Giornalista, storica esponente de “Il Manifesto“”