La nuova, scivolosa Via della Seta

Si parla ovunque della Belt & Road, una partnership internazionale che unisce 68 Paesi compresi tra il gigante asiatico e l’Europa. Ma una ong di Bruxelles denuncia: “La B&R serve soprattutto alle aziende cinesi della filiera del carbone e dell’acciaio per trovare uno sbocco di mercato”. La terza puntata del blog

Belt & Road, 16+, Nuova via della seta. Sono tante le sigle che lastricano la strada del ritorno in grande stile della Cina nello scenario geopolitico europeo.

In Italia la cosa pare lasciarci alquanto indifferenti, per ora. Per distrazione e, purtroppo, anche per marginalità del nostro Paese rispetto agli interessi e alle strategie cinesi, ma qui a Pechino si parla ovunque e sempre di Belt & Road Initiative, ovvero della Nuova Via della Seta.

Si tratta dell’ultima nata (2013) tra le strategie bilaterali che la Cina di Xi Jing Ping (che si avvia ad essere riconfermato a capo del Pcc la settimana prossima nel 19° congresso) sta intessendo in chiave anti-americana.

All’inizio ci fu la Sio (Shanghai international cooperation), poi la famosa Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) poi la Asean (comunità economica degli stati del pacifico) e l’Apec (con l’Australia). Buon ultima è arrivata la Belt and road, che unisce 68 paesi compresi tra Cina ed Europa. E se per caso ve lo state domandando noi no, non ci siamo.

Come le altre partnership internazionali, anche questa nasce affiancata ad uno strumento finanziario destinato allo sviluppo di infrastrutture nei paesi partner. Ma quali infrastrutture? In Europa si è parlato molto del treno ad alta velocità cinese in corso di costruzione tra Pechino la Polonia, che porterà i tempi di trasporto dagli attuali 15 giorni (che sono comunque metà del mese che ci vuole per trasportare i beni cinesi via mare oggi) a 3-5 giorni. Ma si parla anche di Green Belt and Road, perché nella pletora di motivazioni culturali e commerciali che accompagnano l’accordo c’è anche l’idea di promuovere uno sviluppo che sia sostenibile, approfittando del fatto che i paesi tra Ue e Cina non sono particolarmente sviluppati e quindi sarebbero in tempo per impostare la loro economia fin da subito in maniera sostenibile, grazie alle tecnologie cinesi, ovviamente.

Ecco quindi che al vertice annuale sull’energia sostenibile in Cina, tenutosi in un lussuoso e iconico hotel della zona finanziaria di Pechino, i riferimenti alla B&R Initiative erano continui. Sul palco si sono susseguite una serie di personalità del mondo della produzione tecnologica ed energetica ed alcuni rappresentanti istituzionali e perfino un generale dell’esercito (“…l’esercito popolare cinese deve difendere gli investimenti energetici cinesi”). Particolarmente seguito è stato l’intervento di un giovane imprenditore che ha spiegato all’assemblea come la blockchain, una tecnologia informatica nota per essere alla base del sistema BitCoin, possa già oggi potenzialmente essere usata per tracciare i kWh verdi dal punto di produzione esatto all’utente finale, garantendo una maggiore trasparenza nella gestione dei contratti energetici green.

Tutto bene, dunque? Mica tanto, secondo Arianna Americo, ricercatrice ambientale che studia il tema per conto di una ong belga che si occupa di cambiamenti climatici, anche lei partecipante allo scambio. “La B&R serve soprattutto alle aziende cinesi della filiera del carbone e dell’acciaio per trovare uno sbocco di mercato, dopo le normative “verdi” che la Cina ha dovuto dotarsi per fare fronte all’inquinamento – dice Arianna – in questi mesi in cui la Cina si sta affermando nel mondo come leader delle politiche ambientali, abbiamo fatto il conto delle centrali a carbone vendute nei paesi coinvolti nel progetto. Ce ne sono 264. Come si concilia questo con gli impegni climatici lo sapranno solo loro, ma di sicuro agli europei non tornano i conti”.

Ma quando glielo si fa notare, sottolinea sempre Arianna, ti rispondono sempre con la stessa musica: “ti dicono che sono paesi sottosviluppati, che non gli si può impedire di inquinare un po’ anche a loro, e che in fondo noi europei lo abbiamo fatto per anni. Pare non abbiano capito che la misura è colma e che le emissioni non hanno nomi o padroni, fanno tutte male a tutti. Senza parlare del fatto che queste tecnologie, come il nucleare, sono ormai fuori mercato e costano più delle rinnovabili”.

Ma ciò che preoccupa di più le stanze dei bottoni a Bruxelles, non è questo. Nel 2014 la Cina ha fatto un’ulteriore passo, formando una nuova partnership con i Paesi europei dell’ex blocco socialista. Si tratta della alleanza 16+. E con l’ondata antieuropeista che sta colpendo Polonia e Ungheria, che si aspettavano più fondi dall’UE e faticano ad accettarne le norme sui diritti civili ed ambientali, l’iniziativa ha creato molto interesse in tutti questi Paesi, che attendono come manna dal cielo i famosi investimenti miliardari cinesi. Se arriveranno veramente, lo si vedrà presto. Di certo c’è che, parafrasando il famoso slogan, la Cina è sempre più vicina.