LA MOSEIDE

Viaggio nel tempo, fra i luoghi e con i protagonisti del gigantesco sistema di dighe mobili con cui si dovrebbe salvare Venezia dall’acqua alta. Alla ricerca del senso perduto / Alle radici del malaffare / “Grandi opere: un sistema corruttivo e predatorio”

Un'immagine dall'alto dei cantieri del Mose

Scrivere del Mose è un’impresa biblica. Un po’ come per un forestiero districarsi e orientarsi fra calli, campi, campielli, canali, rii e ponti della città che dovrebbe salvare. A metà marzo Nuova Ecologia è partita per Venezia con l’idea di aggiornarvi sullo stato dell’arte dei lavori che mancano per completare il “Modulo sperimentale elettromeccanico”, il Mose appunto, ovvero quel sistema di dighe mobili concepito nel lontano 1981 come protezione dall’acqua alta. L’idea era quella di raccontarvi, tanto per cambiare quando i soldi sono pubblici, che i costi crescono, i tempi si allungano e le magagne spuntano ovunque. E magari fare il punto sull’aspetto giudiziario dopo gli arresti del 2014 e le sentenze del processo di primo grado, con le motivazioni depositate lo scorso febbraio. Noi per primi avevamo però dimenticato che la discussa e discutibile grande opera è parte di una storia ancora più grande, che riguarda la salvaguardia della Laguna nel suo complesso. A ricordarcelo, pur nella differenza dei ruoli e delle opinioni espresse, sono state tutte le persone che abbiamo intervistato. Interviste che si sono trasformate in lunghe chiacchierate, impossibili da restituire in queste pagine nella loro completezza ma certamente utili a chi scrive per capire e provare a restituire la complessità della vicenda.

Cronistoria in pillole

Qualche informazione preliminare può essere utile. Il 4 novembre 1966, nelle stesse ore in cui a Firenze straripa l’Arno, un’eccezionale alta marea, l’aqua granda, rischia di inghiottire Venezia. Si apre così una fase di analisi e riflessione. Una visione sistemica dei problemi da risolvere e il richiamo ai tre comandamenti ereditati dalla Serenissima – gradualità, reversibilità, sperimentalità – portano alla legge speciale del 1973, che dà il via a una stagione trentennale in cui la Laguna resta al centro di studi, progetti, finanziamenti e azioni per il suo riequilibrio e la sua riqualificazione. Uno quadro che non viene messo sostanzialmente in discussione fino a quando, nel 2003, il ticket Berlusconi-Lunardi non inserisce le opere complementari al Mose nella Legge obiettivo. È un cambio di paradigma, che suona come un “liberi tutti”.

Nel 2006, nonostante l’opposizione del Comune e del ministero dell’Ambiente, la grande opera incassa il via libera dal governo Prodi. In pochi anni cassoni, cerniere, paratoie e tangenti assorbono ogni centesimo. L’attenzione per la Laguna va velocemente alla deriva, spariscono all’orizzonte piani paesaggistici e opere di compensazione. Nel 2014, quando il Mose è in ritardo di tre anni rispetto alla consegna prevista e i suoi costi sono già schizzati alle stelle, un’ondata di arresti scuote Venezia fino alle fondamenta, trascinando con sè i vertici del Consorzio Venezia nuova, il concessionario dell’opera costituito da imprese private, i controllori del Magistrato alle acque, molti politici locali e qualcuno nazionale. L’anno successivo il Consorzio viene commissariato e il Magistrato alle acque, retaggio dell’antica tradizione veneziana, derubricato da Renzi in una “filiale” del ministero per le Infrastrutture: il Provveditorato alle opere pubbliche.

Ad oggi per il Mose sono stati spesi 5.496 milioni di euro, a fronte dei 1.600 previsti. I costi di gestione e di manutenzione, se e quando sarà in attività, ammonteranno invece a 80 milioni annui, il quadruplo delle previsioni. Cifra da moltiplicare per cento, come gli anni di vita ipotizzati per l’infrastruttura. Lette queste cifre, la domanda potrebbe sembrare folle: funzionerà? L’entrata in servizio è prevista per il 2022 – preceduta dal collaudo in programma a gennaio 2019, data destinata a slittare – ma già spuntano i guai: i cassoni subacquei sono intaccati da corrosione, muffe e dall’azione delle cozze; le paratoie già posate in mare a volte non si alzano del tutto o non si riposizionano correttamente sul fondale; quelle ancora da montare si stanno arrugginendo nonostante le costose vernici speciali utilizzate. Per non dire del rischio di cedimenti strutturali, paventato da una perizia commissionata dal Provveditorato lo scorso ottobre a un esperto di metallurgia: le cerniere che collegano le paratoie alla base in cemento –156 in tutto, ognuna da 36 tonnellate, un appalto da 250 milioni affidato senza gara al gruppo Mantovani, fra i principali azionisti del Consorzio – avrebbero dal 66 al 99% di probabilità di essere già inutilizzabili. E senza dimenticare gli errori riscontrati nel progetto della conca di navigazione a Malamocco e in quello della lunata del Lido. Errori che a febbraio hanno spinto i commissari straordinari del Consorzio Venezia nuova a inviare per la prima volta una diffida alle loro stesse imprese, chiedendo la restituzione di 35 milioni di euro. E la lista delle magagne potrebbe continuare.

Il coraggio della rinuncia

Per Armando Danella, ex dirigente del Comune di Venezia, per vent’anni responsabile della legge per la salvaguardia della Laguna, questi sono falsi problemi. Falsi nel senso che si potranno spendere più soldi, allungare ulteriormente i tempi, ma in un modo o nell’altro si supereranno. Per lui, oggi portavoce dell’associazione Ambiente Venezia, nonostante gli anni e i soldi spesi, la classe politica dovrebbe avere il coraggio di riconoscere l’errore e rinunciare al Mose. «La soluzione individuata si basa su un difetto di fondo: il non aver accettato il fatto che le sezioni delle tre bocche di porto dovevano essere ridotte per diminuire in modo permanente lo scambio mare-laguna». Danella era con l’allora sindaco Massimo Cacciari a Palazzo Chigi nel novembre 2006, momento chiave di questa storia, quando l’esecutivo di Romano Prodi decise unilateralmente di interrompere la discussione in corso del Comitato per la tutela della laguna, convocare il Consiglio dei ministri e autorizzare per alzata di mano la grande opera. Con buona pace della valutazione d’impatto ambientale negativa, dell’opposizione del Comune e del parere contrario dei ministri dell’Ambiente e della Ricerca scientifica, ai tempi Alfonso Pecoraro Scanio e Fabio Mussi.

«Cacciari aveva voluto imporre al governo una riflessione presentando una serie di soluzioni più efficaci, funzionali e meno costose – racconta Danella – e dimostrando che l’opera è sbagliata, con una concezione da tunnel stradale più che marittima. Elencando i difetti che stanno emergendo proprio oggi. I nostri progetti non prevedevano una struttura fissa ma un pontone sommergibile da mettere in acqua a novembre e rimettere in secca ad aprile». L’ambientalista ricorda che il Comune, prima di incassare il sì al Mose, aveva lanciato un bando per cercare soluzioni alternative per la salvaguardia della Laguna. «Fu fatto partecipare lo stesso Mose, che si classificò agli ultimi posti. Il progetto che prese il massimo del punteggio era così in anticipo sui tempi da prevedere già allora l’innalzamento dei fondali alle tre bocche, per evitare il passaggio delle grandi navi da crociera, e lo spostamento del porto fuori dalla Laguna. Oggi invece ci ritroviamo con 78 paratoie in acqua, per una lunghezza totale di 1.700 metri, che forse saranno in grado di proteggerci dalle maree sopra i 110 cm, ma nulla potranno contro le sempre più frequenti acque medio-alte, quelle che davvero tormentano noi veneziani».

Arsenale a rischio

Se associazioni come Ambiente Venezia hanno scelto una linea dura, altre in questi anni hanno tentato la via del dialogo con i commissari e il provveditore alle opere pubbliche. Ma con l’esposto presentato all’Ufficio comunale per il controllo del territorio lo scorso 13 marzo, quelle stesse associazioni hanno deciso di rompere la tregua. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il via libera al capannone, lungo 135 metri, e ad altri edifici minori da realizzare all’Arsenale per effettuare la manutenzione delle paratoie. A loro dire la scelta è in contrasto con il buon senso e con la destinazione urbanistica: il piano regolatore prevede in quell’area la cantieristica e questo secondo le associazioni significa che si possono realizzare soltanto navi.

Regista dell’operazione è Stefano Boato, professore alla Iuav oggi in pensione e storico oppositore del Mose. «L’Ufficio controllo del territorio ha una responsabilità giuridica, se segnali qualcosa di illegittimo hanno il dovere di verificare – spiega – I lavori che stanno per cominciare sono illegittimi anche perché mancano le comparazioni con le “ragionevoli alternative”, come prescrive il codice degli appalti. Chiediamo poi se ottempera quanto previsto dalla Valutazione di impatto ambientale».

Per Boato «quello dell’Arsenale è lo scandalo più grande scoppiato a Venezia dopo il Mose, rischiamo di perdere i tre bacini nautici più belli del Mediterraneo. I cantieri potevano benissimo essere spostati a Marghera, dove dopo due anni di lavoro noi stessi abbiamo trovato un’area pubblica già bonificata. Sono stato assessore all’Urbanistica, non improvviso mica, so come si fanno queste cose». Alla domanda se ha senso fermarsi ora, Boato risponde dicendo che non si fermeranno, «a meno che non intervenga la magistratura o siano costretti ad ammettere di fronte a un organo dello Stato che bisogna fare delle verifiche perché il progetto è a rischio». Gli unici che davvero potrebbero fermare il Mose, sostiene, sono il Comitato tecnico di magistratura di Venezia e il Consiglio superiore dei lavori pubblici a Roma. Racconta a questo proposito di aver preso visione di alcuni documenti firmati da tre ingegneri della Tecnomare – «i più bravi in assoluto, gente che lavora in tutto il mondo» – protocollati da un mese, che il provveditore Robero Linetti avrebbe già letto. «Non capisco perché non sia ancora esploso un casino, se solo quelle carte finissero nelle mani di un giudice…».

Anche Stefano Boato era a Roma, nella “squadra” del ministero dell’Ambiente, in quei giorni del 2006 in cui la battaglia contro il Mose fu definitivamente persa. Come c’era un altro personaggio chiave di questa storia, il professore emerito di Idraulica dell’università di Padova, Luigi D’Alpaos. Era lui l’uomo scelto da Massimo Cacciari per vincere il “duello” con i tecnici del Consorzio Venezia nuova che siedevano dall’altra parte del tavolo. Armando Danella ricorda come «D’Alpaos dimostrò, prove alla mano, che il Mose non salvaguardava affatto la Laguna e che la soluzione migliore era ridurre le sezioni delle tre bocche di porto da cui entra l’acqua marina. Di fronte alle evidenze scientifiche presentate in quell’occasione è stato assolutamente irragionevole non optare per soluzioni alternative. Otto anni dopo, la cronaca giudiziaria ci ha fatto capire che le ragioni forse erano altre».

Il professor D’Alpaos accoglie Nuova Ecologia nel suo ufficio, dove continua a lavorare nonostante anche lui sia in pensione. L’occhio cade immediatamente su un cartello posto in alto, proprio di fronte all’entrata: “La Laguna è Venezia”. Del passato non ha così voglia di parlare, è ancora deluso dalla mancanza di dignità dei suoi colleghi, racconta di averne visti troppi «passare nell’esercito degli altri», alla faccia di scienza e coscienza. Secondo lui ora non ha senso fermarsi. «Sono contrario al Mose, ma mi auguro che funzionerà. Nella peggiore delle ipotesi, abbandoneremo fra tre anni, dopo la fase di collaudo». Il professore spiega che la gran parte dei problemi è legata a una progettazione che non è andata in fondo. «Quest’opera nasce sulla base di un progetto definitivo, poi hanno proceduto per stralci esecutivi, mentre la legge e il buon senso dicono che prima si predispone un progetto esecutivo dell’intera opera, poi si procede per stralci». Insomma, si sono trovati di fronte problemi che andavano affrontati prima.

Maree in difetto

Due gli aspetti di carattere generale non considerati o considerati male. Uno è l’incremento del livello medio del mare: il progetto dà come valore cautelativo un innalzamento a fine secolo di 22 centimetri, oggi si parla con ragionevole certezza di 50. «Si potrebbe pensare – puntualizza D’Alpaos – che questa conoscenza sia arrivata dopo. Non è così: già negli anni ’90 le simulazioni dell’Ipcc davano valori dello stesso ordine di grandezza. E questo doveva mettere i progettisti sull’avviso che si trattava di un valore ottimistico, non certo cautelativo. Ci risposero che la struttura avrebbe retto, ma non era questo il punto. L’obiezione era che se tu alzi le maree di 22 centimetri è un conto, se le alzi di 50 il conto è diverso: il numero delle operazioni da fare alle bocche di porto diventa spaventosamente più alto. Il Mose è stato sbandierato come la soluzione per difendere i centri storici dall’acqua alta e garantire la portualità. Ecco, questo certamente non avverrà».

L’altro errore cruciale per D’Alpaos è stata la sottovalutazione di un fenomeno, noto, come i sovralzi sui colmi di marea generati dal vento. In Laguna quando spira bora o scirocco ci sono forti differenze da una parte all’altra, anche di 60 cm. «Con la chiusura delle bocche questi dislivelli saranno esaltati – riprende – Oggi c’è un effetto moderatore perché l’acqua trova modo di uscire da una delle bocche, con la loro chiusura questa possibilità non esisterà più». Per il professore, i due effetti combinati insieme saranno mortali per la funzionalità del Mose, che al 2050 non sarà più in grado di garantire sia la difesa dalle acque alte che la portualità. E bisognerà scegliere: «È questo il fallimento dell’idea iniziale».

La conversazione con il professor D’Alpaos continua a lungo e non è possibile elencare in queste righe tutti gli argomenti affrontati. Gli scappa una parolaccia ogni tanto, sbatte i pugni, si scusa per «lo sfogo». Sostiene che la possibilità di sollevare Venezia per difenderla dall’innalzamento del mare causato dai cambiamenti climatici, su cui anche il dipartimento di Geologia della sua università sta lavorando, è una strada che «in scienza e coscienza deve essere studiata seriamente». Non risparmia critiche a Berlusconi, che non conosce la differenza «fra il fare e il fare bene», al ministro Lunardi che «purtroppo si è laureato qui», a Di Pietro, ministro ai Lavori pubblici nel 2006, «il moralizzatore che ha consentito di finanziare un’opera priva di un progetto esecutivo come prevede la legge Merloni». Prodi non bisogna neanche nominarglielo. Ci congeda raccontando un aneddoto su Cacciari. «Sa cosa mi ha detto il giorno in cui a Roma abbiamo saputo che era stato annullato il terzo incontro? “Abbiamo combattuto una buona battaglia, abbiamo perso, ho fatto quello che potevo: ora basta. Quando inaugureranno l’opera, porrò agli Alberoni (piccola località all’estremità meridionale del Lido di Venezia, nda) una lapide in cui farò scrivere: ‘Queste opere sono state fatte dal presidente del Consiglio Romano Prodi e dal presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva contro la volontà del sindaco di Venezia’. Devo solo decidere se farla scrivere in italiano o in latino”. È questo l’epitaffio che ha messo sulla vicenda, ho provato a dirgli che potevamo ancora lottare ma per lui non c’era più nulla da fare. Aveva ragione».

L’ottimismo del commissario

Tornati a Roma abbiamo intervistato uno dei due commissari del Consorzio Venezia nuova: Giuseppe Fiengo, avvocato dello Stato. Divide il ruolo, e le firme nelle decisioni da prendere, con l’ingegnere Francesco Ossola. C’era anche un terzo commissario in realtà – Luigi Magistro, colonnello della Guardia di Finanza, fra i protagonisti di “Mani pulite” – ma si è dimesso per “motivi personali” a marzo 2017, senza essere sostituito. Anche con Fiengo la conversazione è stata lunga. Ha spiegato a Nuova Ecologia che l’opera non potrà dirsi completa se non c’è un “inserimento” paesaggistico. «Dopo tanti anni, finalmente sono stati messi a disposizione i 221 milioni che mancavano, addirittura con una previsione fino al 2024. Nel frattempo, proprio per andare incontro a esigenze locali, molti soldi del Mose sono stati destinati a opere di compensazione. Ora utilizzeremo i soldi che arrivano per le opere di compensazione per integrare i soldi che abbiamo anticipato… come vede, è un meccanismo molto confuso sul piano dei finanziamenti».

Il commissario racconta che appena insediato ha cominciato a interessarsi dei sedimenti in Laguna, mentre gli altri lo invitavano a pensare solo al Mose. «Quando durante un test le paratoie non si richiudevano proprio a causa dei sedimenti, si sono resi conto che l’interazione Laguna-Mose è fondamentale, che questa non è un’opera pubblica come le altre». Sostiene che c’è da fare ancora tantissimo proprio perché era stata abbandonata l’idea della continuità fra Laguna e Mose, «prima, tutto doveva stare in una sola mano». Ammette che trasformare il Magistrato alle Acque in Provveditorato sia stata una pessima idea: «Non può essere un organo solo statale, ci devono essere in mezzo anche la Regione e la Città metropolitana. Deve essere complesso a livello di decisione, unitario per ciò che riguarda l’operatività». Il commissario difende, invece, la scelta dell’Arsenale, argomento caldo in queste settimane a Venezia. Per Fiengo la manutenzione delle paratoie è cantieristica a tutti gli effetti, ne parla come fossero navi sott’acqua. «La funzione è quella giusta», ribadisce, poi aggiunge che c’era un progetto faraonico, da loro ridotto, che prevedeva due capannoni, non uno soltanto. Spiega che non possono spostarsi dall’Arsenale «perché lo Stato ci ha già buttato oltre 150 milioni, poi in astratto le posso anche dire che forse un’area diversa sarebbe stata più consona».

Rispetto alla proposta di Stefano Boato su Marghera risponde che «non è escluso, visto che l’Arsenale non si può intasare di troppa roba, che useremo dei depositi per le lavorazioni secondarie in altre aree». Non nasconde la difficoltà del lavoro da svolgere. «È una situazione difficile, soprattutto perché le imprese ci hanno abbandonato. La triste logica è quella di “prendi i soldi e scappa”, vogliono soltanto chiudere». Ma il commissario, lo sottolinea, è un ottimista e non si dice pentito di aver accettato l’incarico. «Non è vero che le cose non si possono fare e non credo che i costi aumenteranno. Mi danno del pazzo ma non lo sono. È normale che se si allungano i tempi crescono anche i costi ma si creano anche vantaggi: prima l’opera era finanziata attraverso dei mutui, con tassi di interesse a doppia cifra, oggi è nel bilancio dello Stato, con interessi minimi. Così abbiamo risparmiato 590 milioni, che oggi possono essere attualizzati a 420: soldi con cui si potrebbe fare una Laguna intera, e che stanno là. È chiaro che serve un forte indirizzo politico che dica che cosa fare, come si fa invece ora lo decidiamo noi». Per quanto ancora è tutto da scoprire.