“La memoria collettiva di una nazione è essenziale”

Queste le parole del presidente del Senato Pietro Grasso nell’intervista a Nuova Ecologia sul suo ultimo libro “Storie di sangue, amici e fantasmi. Ricordi di mafia”, dedicato ai ragazzi nati dopo il ’92. Il volume è stato presentato domenica 17 settembre a Festambiente Mediterraneo a Palermo

Pietro Grasso presidente del Senato

Domenica 17 settembre il presidente del Senato Pietro Grasso è stato a Festambiente Mediterraneo presso i Cantieri alla Zisa a Palermo. L’occasione è stata la prima presentazione palermitana del suo libro Storie di sangue, amici e fantasmi. Ricordi di mafia. Proprio prendendo spunto dall’uscita del suo ultimo libro lo abbiamo intervistato per Nuova Ecologia.

Il volume si apre con una lettera a Giovanni Falcone e si chiude con un’altra a Paolo Borsellino. È un libro quasi intimo, che intreccia memorie personali a un pezzo di storia del paese. Un affresco pubblico e privato, dedicato a suo nipote e a tutti i ragazzi nati dopo il 1992, l’anno degli omicidi di Capaci e di via D’Amelio, affinché conoscano i fatti di “un secolo di mafia e di antimafia”, ma soprattutto lo spirito di molti protagonisti di quelle vicende, a cominciare dal loro senso dello Stato.  La memoria, dunque, sembra avere un futuro, per dirla con parole di Sciascia, cui lei dedica un capitolo. È così?

Il passato contiene in sé i semi, le premesse del futuro: la memoria collettiva di una nazione è essenziale per disegnarne l’orizzonte. Se dimentichiamo ciò che siamo stati, se non sappiamo apprendere fino in fondo la lezione che deriva dalla conoscenza della nostra storia siamo inevitabilmente destinati a commettere nuovamente gli stessi errori.  Lo dico spesso, un popolo che teme il proprio passato mette a rischio il proprio domani. Forse è anche per questa ragione che ho voluto dedicare il mio ultimo libro ai ragazzi che – fortunatamente – non hanno vissuto l’orrore del 1992. Però devono sapere e, mi auguro, fare tesoro dell’esempio di grandi uomini come Falcone e Borsellino.

Nel ricordo dedicato a Padre Puglisi scrive: “Giorno dopo giorno ha educato migliaia di ragazzi, li ha resi consapevoli, desiderosi di rompere le catene che imprigionavano la Sicilia attraverso la cultura della legalità e della conoscenza. Nella mia esperienza di magistrato e di ex procuratore nazionale antimafia non posso che concordare pienamente con questa visione”. A che punto è oggi, in Italia e in Sicilia, “la cultura della legalità e della conoscenza”?

Abbiamo fatto passi da gigante rispetto a quegli anni, risultati che troppo spesso sono sottaciuti o sottovalutati. L’antimafia della repressione si confronta con una nuova dimensione del fenomeno mafioso, oggi più insidioso di prima. D’altro canto l’esempio di uomini come don Pino Puglisi ha dato frutti straordinari: penso alle migliaia di ragazzi che ogni giorno seguono i percorsi di legalità; a chi si impegna in associazioni antiracket; a chi lavora i campi confiscati alle mafie; a quanti scelgono di denunciare e di non tacere davanti ai soprusi e alle ingiustizie; ai tanti che si mettono in gioco in prima persona dopo aver conosciuto le storie di magistrati, poliziotti, giornalisti, parroci, politici, imprenditori che hanno perso la vita per testimoniare il loro “no” a quel connubio di potere, economia e criminalità. Possiamo fare di più e meglio, anche e soprattutto rispetto alla coscienza collettiva della pericolosità delle mafie e dei danni che producono nel tessuto socio-economico del Paese. Vedendo però le molte energie che in questi anni si sono messe in moto guardo al futuro con speranza, convinto che, prima o poi, la mafia avrà una fine.

Alla fine del libro, scrive a Borsellino che la Sicilia, pur non essendo ancora un’isola libera, “non è più la terra degli infedeli”. La mafia, però, è cambiata, “ha imparato a mimetizzarsi ancora meglio (…) Molte indagini, non solo in Sicilia ma in tutto il Paese, hanno svelato complesse reti di relazioni tra mafiosi, politici, imprenditori, professionisti e amministratori pubblici, inizialmente caratterizzate da intimidazione e violenza, alle quali poi si aggiungono collusione e corruzione, fino a diventare coincidenze di interessi”. La mafia, insomma, si è spostata in tutta l’Italia?

Abbiamo sconfitto la “cosa nostra” stragista e sanguinaria, non possiamo dire lo stesso di quella capace di sparire, inabissarsi e ricomparire sotto altre forme. Certamente oggi, ma non è una novità, la criminalità organizzata permea tutto il territorio nazionale e non si limita alle regioni del sud. Abbiamo assistito a una rapida evoluzione, le mafie sono passate sempre più dalle intimidazioni alla corruzione e hanno imparato a infiltrarsi a tutti i livelli nella società, nell’economia, nella politica locale e nazionale, nella pubblica amministrazione. L’Italia ha, complessivamente, un’ottima legislazione sia sotto il profilo della prevenzione che sotto quello della repressione dei reati ma potremmo migliorarne alcuni aspetti.

Lei riprende e condivide le parole di Falcone “la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine”. La sua trasformazione non significa, però, che la sua fine è ancora più distante?

Assolutamente no! Le mafie cambiano pelle ma anche noi abbiamo imparato ad adattarci ai nuovi scenari: il mondo intero invidia la nostra capacità di comprendere l’evoluzione della criminalità organizzata, sempre più fenomeno transnazionale e globale. Guardandomi intorno vedo poi maggiore consapevolezza e un desiderio diffuso e condiviso da parte dei cittadini di eradicare questo male che troppo a lungo ha tarpato le ali al nostro Paese. Non sarà facile e ci vorrà ancora del tempo ma sono certo che vinceremo questa battaglia.

“Per una politica che non si sa rinnovare non c’è futuro” scrive, riportando parole di Gerardo Chiaromonte sulla presenza di candidati corrotti o collusi alle elezioni amministrative del 1991. Poi aggiunge: “Un insegnamento al quale, ancora oggi, in un quadro radicalmente diverso, ma non meno complesso e delicato dobbiamo fare riferimento”. Come vede il futuro della nostra politica?

L’Italia, il mondo, affrontano sfide epocali dalle quali dipenderà il futuro dell’umanità intera. La politica deve ritrovare la propria dimensione più importante, quella che la lega al futuro. Il suo più alto compito, infatti, è quello di disegnare il domani della collettività e definire le condizioni indispensabili dello stare insieme, dell’essere comunità, non tentare di guadagnare a tutti i costi la prima pagina dei quotidiani o la classifica dei trending topic su Twitter. Se la classe politica – vecchia, nuova o nuovissima – saprà recuperare questo rapporto, tornerà anche a essere credibile e a ricevere il supporto dei cittadini. Credo sia questa la più grande sfida dei prossimi anni.

Parlando dei collaboratori di giustizia scrive: “C’è da dire, però, che quando le dichiarazioni si spostano dai crimini dell’ala militare alle collusioni con il potere politico, all’inestricabile intreccio di affari e interessi tra boss, imprenditori, professionisti, amministratori, burocrati e politici, i collaboratori che prima andavano bene a tutti, inspiegabilmente diventano oggetto di attacchi, di campagne di denigrazione”. I pentiti, oggi, sono diventati scomodi?

Non credo che il tema sia questo. Penso piuttosto che i collaboratori di giustizia abbiano svolto un ruolo essenziale per “entrare” dentro la rete prima impenetrabile di “cosa nostra”: del resto, senza le dichiarazioni di Buscetta sarebbe stato molto più difficile, se non impossibile, capire i riti, le regole e la struttura della Cupola. Per giungere alla verità su alcuni grandi misteri che avvolgono i fatti di mafia credo servirebbero altri collaboratori, interni o esterni alla mafia: naturalmente – così come ha sempre sostenuto Giovanni Falcone – le loro dichiarazioni devono essere oggetto di scrupolosi e oggettivi riscontri da parte della magistratura.

Il senso dello Stato è il segno che unisce molti degli amici che lei ricorda, il valore che dà la forza di andare avanti sempre. Questo ideale, secondo lei, per i ragazzi di oggi può avere lo stesso significato di allora?

Quando mi chiedono quale fosse la più grande qualità di Falcone rispondo sempre che era quella di saper resistere alle delusioni, alle sconfitte, alle battute d’arresto: lui andava avanti perseguendo instancabilmente i propri obiettivi. Ne discende una idea di fedeltà a certi principi e a una precisa idea dello Stato che neanche gli esplosivi di Capaci hanno scalfito. Credo che il suo sia un esempio assolutamente valido per i ragazzi di oggi. Falcone, così come Borsellino e tanti altri, ci ha mostrato come non occorra essere supereroi per affrontare le sfide che la vita ci pone e che, se si crede in qualcosa, non si deve smettere mai di perseguire l’obiettivo. Ciò vale per le piccole come per le grandi cose.