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La lezione di Slow food

A trenta anni dal manifesto dello Slow food, pubblicato sul Gambero Rosso allora editato da il manifesto, considero l’università degli studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo fondata da Carlo Petrini uno dei tanti punti da cui l’Italia parla al mondo. Ero anche tra i 13 firmatari (un numero che in quel caso ha portato fortuna), insieme a personaggi molto più importanti di me, alcuni dei quali purtroppo scomparsi. Ha fatto premio in quell’occasione, oltre all’amicizia con Carlin, l’affinità del percorso che portava Legambiente e il nascente Slow food a proporre un’altra maniera di guardare il Paese. L’attenzione non solo ai tanti problemi aperti – nel marzo 1986 ci fu lo scandalo del metanolo e ad aprile l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl – ma anche alle persone, alle comunità, ai territori. Un’attenzione che segna oggi anche la “mia” legge sui piccoli comuni, ispirata non a caso alla campagna Voler bene all’Italia di Legambiente. La convinzione che solo un’economia più a misura d’uomo – si parli di cibo, di agricoltura, di made in Italy, di cultura o di hi-tech – può aiutare un futuro migliore. In fondo un messaggio coerente, ante litteram, con l’enciclica LaudatoSi’, di cui Carlo Petrini è stato lo straordinario e atipico prefattore. Un messaggio che con coraggio visionario Slow food international ha portato nel mondo con iniziative come “Terra mater”. E che facendolo ha reso un servizio all’Italia. Sono da tempo convinto, infatti, che lo spazio dell’Europa, e dell’Italia in particolare, sia quello del soft power: un potere che si basa sulla capacità di influenzare, convincere, affascinare, più che sulla forza della quantità, e magari delle armi. E questo vale anche in economia: non a caso ho chiamato Soft economy il primo libro, scritto con Antonio Cianciullo, in cui ho provato a descrivere e raccontare quest’idea di un’Italia che fa l’Italia. Ecco, penso che non si possa comprendere pienamente l’importanza dell’intuizione e del lavoro di Carlo Petrini, e di quel gruppo di sognatori attenti alla concretezza nati in quel di Bra, se non li si considera anche sotto questo aspetto: un’eccezionale espressione del soft power del nostro Paese. Un messaggio destinato a durare.

Ermete Realacci
Presidente onorario di Legambiente

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