La lezione di Vaia

Il ciclone che un anno fa ha colpito le montagne del Triveneto ha svelato la fragilità della nostra filiera del legno: scollegata dall’offerta interna e dipendente dalle importazioni, anche a causa della delocalizzazione nell’Est Europa. Spuntano però segni di ripresa / A Roma il 2° Forum Bioeconomia delle foreste

Vaia
I turisti sono arrivati numerosi anche quest’anno, fra le montagne del Nordest, nonostante le ferite inferte dalla tempesta Vaia alla fine di ottobre 2018. «Siamo riusciti a far riaprire in tempo quasi tutti gli alberghi alluvionati, tranne uno», dice il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin. Il suo comune, nel Bellunese, è stato uno dei più danneggiati. «Sono certo che tanti visitatori sono venuti in vacanza qui per dimostrare vicinanza e solidarietà, per aiutarci a ripartire. È stato un bel segnale, anche perché noi siamo ancora molto scossi: ogni volta che piove un po’ e si alza il vento, o quando c’è un’allerta meteo, ci agitiamo più di prima», commenta il primo cittadino.

Molto è stato fatto nelle aree colpite dalla tempesta, ma serviranno ancora anni di lavoro per “ricucire” il territorio. Sono 8,7 milioni i metri cubi di legname schiantato, che in parte deve ancora essere recuperato, nelle province autonome di Trento e Bolzano, in Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Lombardia. «Vaia è stata il singolo evento, nella storia recente, che ha provocato i maggiori danni, non solo alle foreste, ma a tutto il patrimonio di risorse naturali italiane, anche per l’estensione dell’area interessata – afferma Davide Pettenella, professore di Economia forestale all’università di Padova – La valutazione monetaria del danno, quindi, è una stima per difetto, perché dovremmo quantificare anche le gravi perdite di capitale naturale, dalla chiusura dei sentieri alla diminuzione di biomassa capace di immagazzinare carbonio». I boschi, infatti, forniscono all’uomo vari servizi ecosistemici, cioè benefici che non hanno un prezzo, in termini di biodiversità, di paesaggio, di qualità delle acque e anche di svago. La Provincia autonoma di Trento ha stimato che più di 2.000 chilometri di percorsi escursionistici sono stati interrotti, con conseguenze negative per la fruibilità turistica. In Veneto e Friuli sono le sezioni regionali del Club alpino italiano a segnalare i sentieri interrotti. Eppure non sono stati pochi i casi di chi, non rispettando i divieti, si è perso fra gli alberi schiantati, rendendo necessario l’intervento del soccorso alpino.

‘Sono 8,7 i milioni di metri cubi di legname schiantato che in parte deve ancora essere recuperato: serviranno anni di lavoro per “ricucire” il territorio’

«Se guardiamo all’economia forestale in senso stretto, il fatto più grave è stato la destabilizzazione del sistema industriale del Nordest, che rappresenta l’eccellenza nella produzione di legname nella montagna italiana», continua Pettenella. In pochissimo tempo è stata abbattuta una quantità almeno sette volte maggiore a quella che viene lavorata in un anno in Italia. E questo ha portato a un crollo dei prezzi, passati in alcuni casi da 60-90 euro al metro cubo ad appena 10. È mancata una regia nazionale e soprattutto un piano per stoccare i tronchi e dilazionarne l’immissione sul mercato. Il comune di Grigno, in Trentino, è stato protagonista della più grande asta di legname mai verificatasi in Italia da un unico proprietario: l’amministrazione comunale ha venduto 276.500 metri cubi in una volta, pari a quello che il bosco può fornire, in condizioni normali, in cinquant’anni. Questo atto avrà conseguenze per la gestione forestale nei prossimi decenni. Si tratta di un caso limite, naturalmente, più spesso è accaduto che sia stata venduta una quantità di legname dieci volte la quantità programmata.

Lavori dopo VaiaEppure che un evento come Vaia potesse accadere anche in Italia non era così imprevedibile. Negli ultimi vent’anni altri Paesi europei sono stati interessati da uragani più gravi e hanno elaborato veri e propri protocolli per la gestione delle diverse fasi dell’emergenza. Si sarebbe potuto guardare alla loro esperienza, invece l’Italia è rimasta indifferente. Anche le ditte che stanno lavorando per raccogliere il legname in molti casi sono straniere, perché le nostre non hanno mezzi né la formazione adeguata. «Per la prima volta siamo diventati esportatori di legname all’estero, persino in Cina – riprende Pettenella – La conseguenza è una perdita indiretta, perché crolla la capacità di creare valore aggiunto dal capitale naturale. È ciò che accade ai Paesi tropicali, che non sanno trarre vantaggio dalla loro ricchezza e svendono materia prima perché non hanno la capacità di creare prodotti finiti di qualità». Vaia ha messo in luce la grande fragilità della nostra struttura industriale legata alla lavorazione del legno, che si è rivelata per lo più scollegata dall’offerta interna e troppo dipendente dalle importazioni dall’estero. Ciò è dovuto anche alla delocalizzazione in Paesi come Croazia e Romania. Negli ultimi trent’anni, nel Bellunese, si è passati da circa settanta segherie alle dieci attuali. Alcune si sono trasformate in rivenditori di prodotti semilavorati importati. In Trentino ha tenuto il settore degli imballaggi, mentre la Valtellina ha tratto vantaggio dalla presenza di segherie che lavorano legname dalla Svizzera.

‘È stato lanciato un nuovo marchio, quello della filiera solidale, che promuove un prezzo equo’

In questo quadro poco confortante, il mondo forestale italiano sta però mostrando segni di ripresa. Guardando alle ditte che arrivano dall’estero, i nostri operatori si stanno attivando e ammodernando per riuscire a cogliere le nuove opportunità legate alla gestione del bosco. Per esempio ci sono ditte attrezzate per il recupero delle ceppaie degli abeti rossi sradicati, per poi farne pannelli truciolari. Un altro effetto di Vaia è che non si è mai parlato così tanto di foreste come in questo periodo. E l’attenzione, a dodici mesi dall’evento, non è calata. È accaduto forse perché sono state toccate quelle gestite con più cura, in modo sostenibile, quasi tutte certificate Pefc, il Programma per il riconoscimento di schemi nazionali di certificazione forestale. «Per ridare valore a questo legname e sostenere i proprietari dei boschi, abbiamo lanciato un nuovo marchio, quello della filiera solidale, che promuove l’acquisto a un prezzo equo del materiale proveniente da schianti. È il proprietario che decide, al momento della vendita, se ci sono le condizioni per concedere l’uso del logo a chi acquista – spiega Maria Cristina D’Orlando, presidente di Pefc Italia – Vogliamo lanciare un segnale dell’importanza dell’uso di materiale a chilometro zero, proveniente dai nostri boschi e gestito secondo criteri di sostenibilità ecologica, economica e sociale».

PrecedenteFiumi di errori
SuccessivoAppalti verdi, a Ecomondo la formazione dell’Osservatorio nazionale
Avatar
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.