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“La letteratura ha il potere di restituirci uno sguardo acceso sull’ambiente”

Niccolò Scaffai

Niccolò Scaffai autore di “Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa” (Carocci), dal 2010 insegna Letteratura contemporanea e comparata all’Università di Losanna (Svizzera), dove attualmente dirige il Centre interdisciplinaire d’étude des littératures ma si è formato alla Scuola Normale superiore di Pisa.

Lei scrive nel suo saggio una considerazione d’apertura: “l’essere umano è in grado di cambiare il proprio habitat materiale e spaziale più facilmente di altre specie”. Nel bene e nel male tutto discende da qui. In fondo anche scrivere è cambiare un habitat del pensiero?

Sì, trovo che sia un’immagine efficace. La propensione all’adattamento, che rende l’uomo capace di cambiare habitat più facilmente di altre specie (o di modificarlo a proprio vantaggio o a proprio danno), è anche ciò che rende possibile la nostra rapida assuefazione alle trasformazioni di cui siamo responsabili. La letteratura ha il potere di restituirci uno sguardo acceso sull’ambiente, sulle nostre abitudini, sulle condizioni in base alle quali entriamo in contatto con l’altro. In questo senso, è vero che la letteratura sposta le nostre coordinate. L’effetto di straniamento, a cui spesso la letteratura a sfondo ecologico (e non solo quella) fa ricorso, consiste proprio in questo positivo cambiamento di prospettiva.

Volevo in particolare ragionare con lei su una nuova riattualizzazione del memoir di esperienza in wilderness alla Thoreau, per capirci, che sta trovando molti epigoni e riverberi qui da noi, in traduzione e non. E molti editori attenti. A cosa dobbiamo questo ritorno?

Credo che il successo delle narrazioni più o meno direttamente ispirate alla wilderness, all’esperienza e al bisogno del contatto diretto (o che pretende di essere tale) con la natura, sia uno dei riflessi più illuminanti della nostra epoca, delle sue attese e dei suoi rimpianti. In certi casi, mi pare che questa tendenza sia alimentata da un desiderio di fuga, di uscita regressiva da un presente che, come dicevo, appare ed è sempre più ‘fuori controllo’. È un’utopia non meno individualistica di quanto non lo sia la società, il sistema da cui vorrebbe prendere le distanze. Uno scrittore come Franzen, consapevole dell’importanza della tradizione thoreauviana ma anche della sua inattualità, è stato capace di mettere in tensione le opposte istanze – controllo e desiderio – che governano il rapporto con la natura.

Letteratura e ecologia

Il vecchio tema delle due culture – scientifica e umanistica – da cui sembrano discendere i vari tentativi di sintesi della letteratura ecologica apre molte finestre. Come esemplificherebbe questi tentativi di classificazione partendo dai capitoli del suo saggio?

La considerazione del testo letterario dal punto di vista dell’ecologia può contribuire a mettere in contatto e far dialogare “le due culture” (dal titolo dello storico saggio di Charles P. Snow) – quella umanistica e quella scientifica – a cui il concetto di ambiente è più strettamente legato. Due fattori suggeriscono di rilanciare oggi il confronto: da un lato, l’evoluzione di una scienza sempre più attenta all’interazione e ai reciproci condizionamenti tra uomo e ambiente; dall’altro, la maturazione di una coscienza ecologica da parte degli intellettuali e la collocazione di temi connessi all’ecologia al centro dell’immaginario contemporaneo.

Lei gli dedica un capitolo (e un autore illuminante sulla modernità, Don DeLillo) e non c’è dubbio che, al fianco del balzo in avanti della tecnologia, qualsiasi narrazione del e sul futuro non può non partire dal necessario balzo indietro dei rifiuti, di quel che resta e che ci sopravviverà.

I rifiuti sono la manifestazione concreta di una rimozione, non solo materiale, ma anche simbolica. In questo senso, hanno valore perché dicono di noi ciò che non vogliamo o sappiamo esprimere, riconoscere, far sapere; sono tracce, indizi da scoprire e ordinare. Nella letteratura infatti i rifiuti sono spesso strumenti di una rivelazione, sugli individui ma soprattutto sulle società che li hanno prodotti: questo vale sia per la letteratura realistica (penso, ad esempio, alla ‘rivelazione’ dei traffici criminali della camorra, dello stoccaggio illegale di rifiuti tossici, descritti da Saviano) sia per quella distopica: i rifiuti incontrati dai protagonisti di “La strada” di McCarthy sono altrettanti relitti di una civiltà scomparsa – la nostra.

Mi piace immaginare un mondo futuro in cui stratigraficamente, come in una prova al carbonio, si disotterreranno romanzi oucronici, distopici, anticipatori e romanzi idillici, ambientati nel presente o nel passato. Sarà difficile ricomporre una timeline in cui tutto ritrova il suo posto. Come immagina la letteratura ecologica del futuro?

È possibile che, almeno in un futuro non remotissimo, la dialettica di fondo che ispira il nostro immaginario ecologico resti in sostanza orientata sui due poli della tensione al rinnovamento e del rimpianto di un mondo perduto. Cambieranno, certo, le rappresentazioni oggettive, le immagini associabili al concetto di rinnovamento e a quello di rimpianto. Forse anche il nostro mondo, inquinato e fuori controllo, potrà apparire una sorta di eden, uno ‘stato di natura’ irrecuperabile.

 

Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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