La guerra di Bolsonaro

In Brasile la lobby dell’agroindustria, della destra evangelica e delle forze armate minaccia le aree protette e le popolazioni che le abitano come ai tempi della dittatura. Ma c’è ancora chi lotta per il sogno di Chico Mendes

festeggiamenti Per La Vittoria Di Bolsonaro

Jair Bolsonaro, il nuovo presidente brasiliano, non ha perso tempo. Le minacce ripetute durante la campagna elettorale – “liberare il Brasile dall’ambientalismo che lo soffoca” e “aprire le riserve indigene allo sfruttamento commerciale” – si sono trasformate subito in decreti. Non appena entrato in carica, lo scorso primo gennaio, ha esautorato la Fondazione nazionale dell’Indio (Funai) dal suo compito principale: l’identificazione e la demarcazione delle terre indigene. Il giorno successivo gli ha revocato il potere di bloccare le grandi opere – impianti idroelettrici, autostrade e così via – che mettono a rischio le popolazioni indigene. D’ora in poi a occuparsi di questo sarà il ministero dell’Agricoltura. In particolare, la Segreteria speciale per le questioni fondiarie guidata da Nabhan Garcia, presidente dell’Unione democratica ruralista (Udr), l’associazione di estrema destra fondata negli anni Ottanta per armare il contrasto al movimento dei Sem Terra e alle altre organizzazioni che si oppongono al latifondo.
Con al potere a bancada do Boi, da Biblia e da Bala – com’è chiamata in Brasile la lobby dell’agroindustria, dell’estrema destra evangelica e delle forze armate che sostiene Bolsonaro – le aree ambientali protette e le popolazioni che le abitano affrontano la stagione peggiore dai tempi della dittatura militare. Gli argomenti di Bolsonaro sono gli stessi con cui per occupare “una terra senza uomini” il regime militare, che ha governato in Brasile dal 1964 al 1985, ha aperto in Amazzonia “le strade del progresso”, favorendo la deforestazione e l’occupazione violenta delle terre pubbliche, che hanno già cancellato per sempre un quinto della copertura forestale originaria. Lo stesso regime contro cui ha lottato il movimento dei seringueiros, i raccoglitori della gomma naturale guidati da Chico Mendes – martire della difesa del popolo e della foresta amazzonica ucciso a revolverate il 22 dicembre di trent’anni fa – riuscendo ad arrestare la deforestazione e a promuovere la creazione delle Reservas extractivistas (Resex), il modello governativo di gestione ambientale che affida la difesa dell’ecosistema alle popolazioni di raccoglitori tradizionali. Uno dei più grandi lasciti di Chico. Oggi in Brasile le Resex sono 94 (41 quelle del bioma amazzonico) e coprono oltre 15 milioni e mezzo di ettari. A queste vanno aggiunte 36 riserve “di sviluppo sostenibile” per altri 10 milioni di ettari e 381 “insediamenti estrattivisti” per 11 milioni di ettari. Uniti ai 47 milioni di ettari delle riserve indigene fanno oltre 80 milioni di ettari sottratti finora alla devastazione.
Il futuro dell’Amazzonia, e quello del nostro pianeta, è racchiuso in queste due opposte visioni del concetto di ricchezza. Da un lato quella incarnata da Bolsonaro, che vede le riserve come aree le cui potenzialità economiche non sono ancora state sfruttate: alberi centenari da cui ricavare legna preziosa, terre su cui impiantare allevamenti e coltivazioni intensive, un sottosuolo che promette favolose ricchezze minerarie. Dall’altro il modello promosso da Chico Mendes, convinto che la via per lo sviluppo delle regioni amazzoniche non debba passare per il disboscamento ma, al contrario, attraverso l’estrazione dei prodotti naturali della foresta: la borracha (la gomma naturale), le castanhas (le noci), l’immensa varietà di frutta e piante medicinali, il miele, gli oli naturali e tutti gli altri prodotti che hanno enormi potenzialità economiche e garantiscono un’attività sostenibile. Seppur redditizio nel breve periodo, il modello del latifondo e delle fazendas (i grandi allevamenti di bestiame, ndr) ha un bilancio disastroso nel medio e lungo termine. Il suolo amazzonico è particolarmente fragile e l’intensa copertura forestale ne garantisce la sopravvivenza: filtrando i raggi solari protegge la terra dall’erosione, mentre la vegetazione che si decompone al suolo assicura la fertilità necessaria ad alimentare la nuova flora, in un ciclo continuo di vita e morte. Se a rotazione si disboscano piccole aree per impiantare un’agricoltura o un allevamento di sussistenza, come fanno gli indigeni e le altre popolazioni tradizionali, la foresta è in grado di riallacciarsi al suo ciclo naturale. Se invece vengono abbattute e bruciate aree di centinaia di ettari per impiantare la soia o altre monoculture, il suolo in breve diventa sterile. Se poi sulle aree disboscate si mettono le vacche al pascolo in qualche anno appena la desertificazione è inevitabile.
Ciononostante la visione di Bolsonaro avanza. Già durante la campagna elettorale, fra agosto e ottobre, il tasso di deforestazione è cresciuto quasi del 50%, cancellando per sempre altri 170.000 ettari di foresta. Anche l’invasione e l’occupazione delle riserve avviene con nuovo impeto. Una dinamica cui non è estranea neppure la Resex intitolata a Chico Mendes, la più grande del Brasile, vetrina del modello estrattivista, dove su un milione di ettari vivono quasi duemila famiglie. «I fazendeiros (come vengono chiamati in Brasile i grandi latifondisti, ndr) sono tornati all’attacco, come avvenne negli anni precedenti l’assassinio di Chico. Con la complicità del potere giudiziario, sono già riusciti a far espellere molte famiglie di seringuieros e ad appropriarsi delle loro terre», racconta Gumercindo Rodrigues, compagno di lotta di Chico Mendes, scrittore e oggi avvocato di molti seringueiros dell’area di Xapuri, già teatro delle lotte degli anni Ottanta. Una dinamica confermata anche da Sergio Carvalho, regista di Empate, un film appena uscito, il cui titolo evoca la principale forma di lotta dei seringueiros, che per opporsi alla deforestazione circondavano gli alberi con i propri corpi. «Volevo fare un film sulla memoria – spiega Carvalho – sulla resistenza nonviolenta con cui il movimento guidato da Chico è stato in grado di arrestare la deforestazione. Mi sono imbattuto invece in uno scenario di conflitto molto attuale. Mentre giravamo all’interno della Resex CM abbiamo assistito a diversi episodi di violenza. La casa di un seringueiro di nome Francisco, che aveva ricevuto un decreto di espulsione a favore di un fazendeiro di Xapuri, è stata prima bruciata e poi, dopo che la comunità si era riunita per ricostruirla, abbattuta con un trattore. Sta tornando l’epoca del fuoco e della violenza, dell’ingiustizia legittimata dai tribunali dello Stato».
Ma i problemi della Resex CM non vengono soltanto da fuori. Nel corso degli ultimi trent’anni al suo interno ha cominciato a diffondersi la “cultura del bue”, come la chiama l’antropologo Richard Wallace. Secondo le regole della Riserva, ogni famiglia di seringueiros può deforestare a rotazione fino al 10% della terra che gli è stata data in usufrutto per impiantarvi su piccola scala agricoltura e allevamento di sussistenza. Per anni i buoi hanno incarnato i risparmi di ogni famiglia: quando il raccolto della borracha, delle castanhas e degli altri prodotti va bene, si aggiunge un animale alla piccola mandria. Se invece c’è bisogno di affrontare spese impreviste se ne vende una. «Ma con l’emergere della cultura del bue – spiega Wallace – l’allevamento si è trasformato per molte famiglie nella fonte principale di reddito. In molti hanno stretto accordi con i fazendeiros ai margini della riserva e in cambio di una retta mensile fanno pascolare parte delle loro mandrie sui terreni che gli sono stati affidati. Secondo i dati più recenti, nella Resex CM l’allevamento in media rappresenta ormai un terzo del reddito familiare, quanto quello che deriva dalle attività estrattiviste». Oggi gran parte dei giovani nati nella Resex CM, in alcuni casi discendenti dei compagni più stretti di Chico, indossano i cappelli a tesa larga, le cinte borchiate e gli stivaloni tipici dei fazendeiros.
Se è paradossale vedere trasformati in piccoli latifondisti alcuni di quelli che negli anni Ottanta hanno lottato contro l’avanzata dei pascoli nell’area di foresta dove è stata poi istituita la Riserva, è ancora più difficile comprendere come chi ha difeso gli alberi con il proprio corpo negli empate abbia potuto in seguito acconsentire allo sfruttamento “sostenibile” del legno pregiato. «Al principio – dice Mary Allegretti, fra le più strette compagne di Chico Mendes e presidente dell’Istituto di studi amazzonici (Iea), l’ong nata nel 1986 che più di ogni altra ha sostenuto la creazione delle riserve estrattiviste – la comunità di seringueiros della Resex CM si oppose con decisione alla proposta del governo di avviare la commercializzazione della legna. Poi quando Marina Silva (altra stretta compagna di Chico, ndr) divenne ministra dell’Ambiente, i primi progetti partirono nel seringal Cachoeira, proprio dove ha vissuto Chico». Il Consiglio nazionale dei seringueiros (Cns), l’organo creato da Chico Mendes nel 1985 per dare alle rivendicazioni della sua gente un respiro internazionale, che durante gli anni ’90 s’era unito a Greenpeace in una campagna internazionale per boicottare la vendita di mobili fabbricati con legna estratta in Amazzonia, dal 2000 ha cominciato con il supporto del Wwf a commercializzare mogani e cedri centenari. L’avanzamento della “cultura del bue” e lo sviluppo dello sfruttamento del legno pregiato, con la complicità di un monitoraggio e una fiscalizzazione tutt’altro che rigorosi da parte dello Stato, hanno fatto schizzare verso l’alto la deforestazione. Oggi la Resex CM è fra le aree di conservazione ambientale più deforestate del Brasile: oltre 90.000 ettari, pari al 9,4% della copertura originaria. Un fenomeno che si concentra soprattutto nella parte meridionale della riserva, quella più prossima alle cittadine di Xapuri e Brasileia, lungo l’autostrada Br-316, dove molte famiglie hanno superato il limite del 10% imposto dalle regole. Un insulto alla memoria di Mendes. «L’unico modo per invertire questa pericolosa tendenza – dice Assis, il nuovo presidente del sindacato dei lavoratori rurali di Xapuri, ruolo a lungo ricoperto dallo stesso Mendes – è lavorare su alternative produttive e sull’educazione delle nuove generazioni. Invece che farci pascolare le vacche, sulle aree in cui è possibile deforestare andrebbero piantate castanheras, seringueiras e alberi da frutto, in modo da aiutare l’estrattivismo a soddisfare i bisogni crescenti di ogni famiglia. Nelle scuole inoltre andrebbero spiegati gli effetti che il pascolo ha sulla foresta».
Se non mancano contraddizioni e problemi, l’estrattivismo ad Acre (Stato situato nel nord ovest del Brasile in gran parte coperto dalla foresta, ndr) può comunque vantare buoni risultati. Da qui proviene oltre un terzo della produzione di castanhas di tutto il Paese. Cooperacre è forse l’esempio di maggior successo dell’estrattivismo di tutta l’Amazzonia: riunisce 27 cooperative e associazioni di produttori che rappresentano oltre duemila famiglie. «Speriamo che i risultati raggiunti – confida Manoel José, direttore di Cooperacre – bastino a difendere quanto abbiamo costruito con fatica in questi anni: un modello economico robusto e inclusivo, che distribuisce ricchezza invece di concentrarla in poche mani come fanno la coltivazione della soia e l’allevamento dei bovini». Oggi esiste una lista di ottanta nuove riserve estrattiviste da istituire, cosa che difficilmente avverrà con Bolsonaro. «Al contrario – spiega la presidente dell’Istituto di studi amazzonici, Mary Allegretti – c’è il rischio che nelle riserve già esistenti il sistema basato sull’usufrutto venga sostituito con un regime di proprietà privata.
Con il pretesto di dare a chi vive nelle riserve il diritto di utilizzare la propria terra come preferisce, si favorirà l’appropriazione da parte delle imprese minerarie e agroindustriali, pronte a sfruttare anche le terre finora protette. Doverci confrontare con il governo Bolsonaro è triste ma non ci spaventa. Il movimento estrattivista è nato all’epoca del regime militare e, come ho avuto modo di verificare nel corso di tante riunioni ed eventi per commemorare i trent’anni dalla scomparsa di Chico, continua a essere vivo e forte anche fra le nuove generazioni. Siamo pronti a batterci ancora per il sogno di Chico Mendes».l