La forza delle radici

Camerino, Visso, Castelsantangelo sul Nera… “Nuova Ecologia” torna nei territori marchigiani, fra i più colpiti dalle scosse del 2016. Caparbietà e orgoglio nelle testimonianze di chi continua a viverci, per costruire un futuro migliore
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(Tutte le foto di questo servizio sono di Lorenzo Pallini)

Camerino
Maurizio Cavallaro, dirigente scolastico alla scuola Betti di Camerino

Entrando nella zona rossa a Camerino, la cosa che più colpisce è sentire l’eco nella centralissima piazza Umberto I. C’è un grande vuoto, reale e simbolico, ancora da riempire, nelle zone del post-sisma marchigiano. È il vuoto di tutte le persone che ancora non sono tornate nei luoghi d’origine. E che ancora oggi, a un anno e mezzo dall’ottobre 2016, non sanno se e quando potranno farlo. Non va meglio per chi attende almeno le cosiddette Sae (Soluzioni abitative in emergenza): a Castelsantangelo sul Nera, una delle aree in cui abbiamo realizzato questa “tappa” delle nostre inchieste sul post terremoto, ne sono state consegnate 23 di “casette” su 65 ordinate al 30 dicembre; a Visso, con dati aggiornati al 14 febbraio, ne sono arrivate 93 su 227 mentre a Camerino su 220 ordinate non ne è arrivata, al momento di scrivere, neppure una.

Camerino
Piazza Umberto I a Camerino

«Vogliamo capire i motivi per cui non sono stati indicate le aree di urbanizzazione in tempo – commenta Ezio Giorgi dell’Osservatorio sisma di Legambiente e Fillea-Cgil – I sindaci e la Protezione civile in alcuni centri, come ad esempio a Camerino, hanno individuato le aree addirittura a luglio 2017, a 8 mesi dalle scosse. Dopo l’individuazione c’è poi il lavoro per l’urbanizzazione: in un’area di Camerino è cominciato solo il 15 gennaio di quest’anno». Ritardi inconcepibili, che fanno male al tessuto sociale e produttivo, già minato gravemente dal terremoto. Se non ci sono persone non c’è neanche un’economia. Intanto le comunità locali cercano di andare comunque avanti: c’è chi sfrutta seconde case, roulotte, container, sistemazioni autonome, altri fanno i pendolari dalle località del mare. Una quotidianità difficile, lontana dai “riflettori” dei media, ormai quasi tutti “spenti” raccontata dalle testimonianze raccolte in questa occasione da Nuova Ecologia.

Camerino
macerie a Camerino

Scuole per le comunità
Maurizio Cavallaro, nonostante tutto, ha ancora gli occhi che sorridono. Ci viene a cercare lui perché siamo un po’ disorientati dall’ampiezza del palazzo della Comunità montana: questa è la nuova sistemazione della segreteria e degli uffici della sua scuola a Camerino. Maurizio è il dirigente scolastico della scuola dell’infanzia, ma anche di quelle primarie e secondarie di primo grado della zona di Camerino, Fiastra, Serravalle, Pieve Torina, Pieve Bovigliana, Valfornace, Muccia e Visso. «Praticamente tutta la zona dell’epicentro del sisma», racconta, stringendoci forte la mano. Nato a Camerino in piena zona rossa, negli ultimi anni abitava nella zona nuova: anche lì la casa è inagibile e da rifare completamente. Ha vissuto sulla costa per otto mesi, facendo il pendolare da Porto Recanati: un’ora e mezza all’andata, altrettanto al ritorno. Ma l’amore per la scuola non l’ha mai abbandonato. «Anche l’anno scorso l’istituto “Ugo Betti” è stato chiuso per un mese, ma con molte insegnanti abbiamo cominciato a incontrare gli alunni nel tendone della Croce rossa, nel Palazzetto dello sport. Abbiamo fatto lezioni nei camping, tutti giorni, con i bambini che le maestre si ritrovavano vicino».

Camerino
La palestra della scuola Betti di Camerino

Il preside Cavallaro è famoso per la battaglia sostenuta con l’obiettivo di velocizzare la riapertura delle scuole e consentire ai ragazzi di poterle raggiungere anche dal mare: «Il giusto, fa parte del mio mestiere», si schermisce oggi. Anche perché il quadro non è ancora roseo. «L’anno scorso avevamo spostato la scuola di Fiastra a Porto Recanati, Visso a Loreto. Oggi tutti gli istituti sono rientrati nei loro comuni, magari nei container, però non tutti i bambini con le loro famiglie sono qui. O perché non sono state completate le assegnazioni per le Sae – spiega – oppure perché ci si è organizzati da altre parti. Il calo delle iscrizioni si è sommato a un calo fisiologico delle nascite, c’è stata quindi un’accelerazione soprattutto in paesi come Visso. Perché il lavoro è venuto a mancare, chi aveva una piccola ditta sta cercando di ripartire ma non è facile perché mancano le persone…».
Negli istituti di Pieve Torina, Muccia, Val Fornace e Visso, il calo delle iscrizioni è stato di un terzo, mentre a Camerino, grazie all’università che ha rilanciato con il nuovo campus (zero tasse di iscrizione per tre anni e alloggi gratis), anche la scuola ha resistito, con un calo di appena il 10%. Alcuni alunni fanno ancora oggi la spola dalla zona di Macerata o dal folignate con i pullman messi a disposizione nel post sisma. Il problema è convincere a restare soprattutto le famiglie giovani: «Questi luoghi di una terra ballerina – sottolinea Maurizio Cavallaro – hanno anche regalato tante altre opportunità e moltissime risorse, dalla natura all’enogastronomia. E le scuole sicure stanno diventando anche dei centri per le comunità locali. A Valfornace ci ritroviamo il giovedì sera per il cinema, aperto anche alle famiglie. A Camerino la scuola è anche sede dell’università della terza età, del coro… La scuola è un luogo dove ci si incontra e si mettono a fattor comune delle idee». Tante idee e progetti in corso si stanno riadattando ai nuovi spazi. E ai nuovi problemi. Il centro storico di Camerino oggi è una città fantasma piena di macerie. «Questo dovrebbe essere il momento in cui uno immagina una nuova società – rilancia il preside – e nuove opportunità di lavoro, ma non è facile. Poi qui siamo comuni sparsi, bisognerebbe metterli tutti insieme». Magari facendo perno proprio su Camerino, il centro più grande dell’entroterra marchigiano. «La storia con la “S” maiuscola è passata da queste parti. Con un passato del genere, anche un presente difficile si supera perché il futuro ci sarà sicuramente», sorride Maurizio mentre ci fa l’occhiolino. Il preside si commuove solo quando parla della solidarietà ricevuta da tutta l’Italia, dalla Sicilia al Trentino. Poi si alza e ci invita a prendere un caffè prima di portarci a visitare la zona rossa di Camerino. Anche lui ha voglia di ritornarci. Per rivedere la sua scuola. E rientrarci, ancora una volta.

Emergenza Visso

Visso post sisma
Visso è tutta zona rossa

Quando ci si avvicina a Visso, passando per la strada provinciale 209 della Valnerina, ancora oggi si avverte, anche emotivamente, il peso di quello che è stato un disastro paragonabile a una vera e propria guerra. Dal 17 ottobre la strada è stata riaperta ma i segni di quello che è accaduto sono ancora lì. Con la scossa di ottobre del 2016 una frana di oltre 60.000 metri cubi ha deviato il corso del fiume Nera, causando la formazione di un piccolo “lago” che ha sommerso la strada. Sulla provinciale sono caduti massi dal costone roccioso e i lavori post sisma sono operazioni delicatissime: come quelle di far rientrare il fiume Nera nell’alveo e di mettere in sicurezza la strada da ulteriori frane.
Visso ci accoglie con un sole cristallino e un freddo sferzante. Siamo nella via antistante il centro storico, che è tutta un’amplissima zona rossa. In un piccolo slargo sono parcheggiati i camion degli ambulanti, dove si comprano i prodotti tipici della zona, e il furgone di Stefano Sabbatini, “L’ortolano dei Sibillini”.

Stefano Sabbatini
Stefano Sabbatini, “L’ortolano dei Sibillini” a Visso

«È da più di un anno che dico: venite a visitare questi posti perché la gente non ha la percezione di quello che è successo, le persone non se ne rendono conto». La televisione non è abbastanza: Visso, con i suoi 100 chilometri quadrati, è uno dei comuni più grandi colpiti dal sisma nelle Marche. Sei frazioni al di là della Valnerina sono state isolate per un anno e 6 mesi. «Io portavo la frutta a Preci: ho fatto la strada di montagna per un anno e mezzo per raggiungerla, portavo anche le medicine, la carne. È stata una vita di frontiera».
Nell’antica Visso, in piazza Pietro Capuzzi, c’erano la maggior parte delle attività storiche del comune. Oltre all’ortofrutta c’erano il macellaio, il tabaccaio, l’edicola, la gioielleria, ereditate dai padri e dai nonni, che si tenevano in piedi con le nuove generazioni. «Mio nonno era arrivato a Visso come ambulante nel ‘62, nel ‘67 il negozio era già gestito da mio padre. Nel 2008 ho cominciato io e ora anche la mia compagna. È paradossale, ma dopo il terremoto abbiamo dovuto riaprire come ambulanti, siamo andati tanto avanti per tornare indietro di cinquant’anni». Stefano è molto preoccupato: «I tempi della ricostruzione sono assurdi: stanno gestendo l’emergenza di un cratere enorme con le ordinanze, 47 a oggi, a volte pure in contraddizione tra loro. Invece qui da noi avevamo bisogno di una legge speciale: in un contesto come quello di Visso, ma anche di Pescara del Tronto, Accumoli, Amatrice, dove l’emergenza è a macchia d’olio, c’era la necessità di ricostruire velocemente. Mentre ci sono vincoli su vincoli: ora Visso è tutta R4 e cioè soggetta a rischio idrogeologico».
Visso, Castelsantangelo, quasi tutta Ussita sono in area vincolata da inedificabilità assoluta. Andrebbero fatti interventi per mitigare il rischio idrogeologico, con opere di regimentazione dei fiumi Ussita e Nera, prima della ricostruzione. In più c’è un decreto regio del 1904 per il quale non si può costruire a meno di 10 metri da un corso d’acqua. Di deroghe ce ne sono state anche troppe ma non è sicuro che una volta demolita una struttura si possa ricostruirla dov’era. Poi ci sono i palazzi storici sottoposti a vincolo, quelli precedenti al ‘900. Insomma, bisognerebbe fare il punto sull’applicazione della legge caso per caso. «Se per questo vincolo c’è un problema a demolire, chissà quanto ci si metterà a ricostruire. Io ho trent’anni, mi sa che neanche a 60 riuscirò a rientrare a casa mia» riflette amaro Stefano.
Dal suo banco ci porta a prendere un caffè al bar e si offre come guida per girare Visso, o meglio quello che ne resta. In macchina arriviamo fino alle torri in alto e poi in visita alle aree nuove delle Sae. All’area Cesare Battisti (secondo tutti la più bella ma, comunque, senza una piazza o un punto di aggregazione) incontriamo un suo amico, Enrico. «Come si sta nelle Sae? Dipende da quali erano le condizioni da cui partivi. Magari per un anziano come mia nonna – racconta – che viveva sola e doveva farsi rampe di scale, trovarsi con una casa al piano terra, riscaldatissima, può essere un vantaggio. Noi, invece, avevamo una casa di 140 metri quadrati, bellissima, con i mobili antichi e ora siamo qui». L’impatto è straniante: metà della casa è arredata con i mobili nuovi forniti per ogni Sae e l’altra con quelli dell’abitazione che sono stati costretti ad abbandonare. «Queste sono casette per il mare, non per queste zone – commenta Stefano – in cui d’inverno ci sono anche 3 metri di neve. Ci sono stati anche errori di costruzione, come i tetti poco spioventi e il boiler esterno: con questo freddo in molte Sae i boiler sono scoppiati».

Speranze da allevare

Silvia Bonomi, allevatrice
Silvia Bonomi, allevatrice della pecora sopravvissana a Ussita

Nella piazzetta dove ci riaccompagna Stefano, incontriamo Silvia Bonomi. Allevatrice della pecora sopravissana, è di passaggio prima di risalire su, in montagna, a Ussita. Ha poco tempo: le sue pecore sono nel periodo dei parti e deve tornare al lavoro. «In questa stagione non faccio entrare nessuno perché è come averci un asilo nido: aspetto che l’ultimo nato abbia circa una settimana, ma oggi ho tre parti pronti. Devo averne cura». Silvia è la titolare di una azienda agricola, insieme al compagno Riccardo: “La Sopravissana dei Sibillini”. «A maggio facciamo dieci anni di attività. L’allevamento è nato per il recupero della pecora sopravvissana, razza ovina autoctona marchigiana, che era tipica del posto, dell’alta Valle del Nera». Una razza antica, estintasi prima del 1940, durante la seconda guerra mondiale, quando fu sostituita da quelle un po’ più produttive, come la pecora sarda. «Noi siamo voluti tornare indietro: un po’ per il ricordo affettivo dei nostri nonni, un po’ perché questa è la pecora della transumanza, per storia locale, un po’ per rispetto verso questi animali. Noi non macelliamo, facciamo vendita di animali da riproduzione per miglioramento genetico: ci sono tante altre realtà come la nostra che stanno allevando questi animali. Non siamo un allevamento intensivo né industriale ma puntiamo sulla qualità».
La loro casa è andata persa con il terremoto, non è neanche raggiungibile a piedi. Non hanno potuto neanche recuperare nulla. «Fortunatamente la stalla è l’unica cosa che è rimasta agibile», racconta con un sorriso. «Gli animali stanno bene, abbiamo subito perdite lo scorso anno dovute al fatto che eravamo “transumanti” anche noi verso il mare e qualche animale è morto di parto». Oggi vivono in un Mapre, il modulo abitativo rurale d’emergenza previsto per gli allevatori. Dopo 9 mesi in una roulotte a spese proprie, per non stare lontani dalle sopravissane. Appena si accenna alle sue straordinarie pecore, dalla lana grigia, chiamata “il cachemire italiano”, dal latte che è alla base di uno straordinario pecorino rilanciato da Slowfood, a Silvia si illuminano gli occhi. Quando le diciamo che vorremmo una sua foto-ritratto, non ha dubbi su dove scattarla. Si ferma nel vicolo dove c’era la vecchia filanda in cui si tesseva la lana, «la via dove passavano le pecore della transumanza, quella da dove è cominciato tutto» ricorda orgogliosa. Anche se la strada oggi è chiusa e non transitabile.

Da un giorno all’altro

Daniele Valentini albergatore
Daniele Valentini, albergatore a Castelsantangelo sul Nera

Al banco di Stefano, diventato un vero e proprio punto di aggregazione, conosciamo anche Daniele Valentini, albergatore di Castelsantangelo sul Nera. Negli anni ‘70 suo zio e suo padre avevano aperto l’albergo a Frontignano, poi nell’82 inaugurarono a Castelsantangelo. E nel ‘94 hanno aperto anche una seconda struttura. Oggi l’albergo “Dal navigante” non è in zona rossa ma è inagibile. «Stiamo facendo una delocalizzazione per il ristorante in un fabbricato di nostra proprietà, a Castelsantangelo. E dovremmo iniziare i lavori per delocalizzare l’albergo in una struttura di legno con 20 camere. La Regione ci rimborsa solo a chiusura dei lavori: per la struttura di nostra proprietà il rimborso è dell’80% solo per ciò che non possiamo trasferire, il resto è a carico nostro».
Anche a Castelsantangelo sul Nera la vita è cambiata in un giorno. «Qui noi abbiamo avuto il trasferimento forzato: dall’oggi al domani ci hanno detto che dovevamo lasciare il paese. Io sono stato tre mesi da amici a Monte Romano, dal 26 febbraio fino a maggio in una roulotte e ora siamo rientrati in casa. Fortunatamente era in costruzione prima del terremoto e abbiamo potuto finirla». Le incombenze sono state tante ma Daniele non si è mai tirato indietro. «Ci siamo dati una mano su tutto nella nostra comunità – racconta – anche per risolvere problemi a cui si pensa poco, come quello degli animali domestici abbandonati. C’erano amici che avevano da mangiare per i cani e io ho selezionato le persone che se ne potevano prendere cura». Ad oggi Castelsantangelo sul Nera è per il 98% inagibile, ancora tutta macerie. Daniele accenna comunque un sorriso: «In uno, due mesi al massimo daranno i container per qualche negozio. Noi, se tutto va bene, a metà giugno, massimo i primi di luglio, ricominceremo una vita decente».

“Io non crollo”

Caterina Molinaro cuoca
Caterina Molinaro, cuoca del ristorante “Enjoy” a Camerino

È quasi sera quando incontriamo Caterina Molinaro in un bar-osteria dentro un container, l’Osteria dell’arte a Vallicelle di Camerino. Dell’85, sguardo blu e intelligente, «per me è cambiato tutto la sera del 26, quando tutto tremava e io sono uscita di casa senza scarpe e senza occhiali». Tutti i suoi ricordi più cari sono a Visso, quelli della sua famiglia, da cui ha ereditato la passione per la cucina: oggi lavora da cuoca al ristorante “Enjoy” che ha riaperto a Camerino, vive con il fidanzato che è un insegnante di musica. «Il sisma ha accelerato tutto – continua – i miei sono rimasti al mare, Andrea, il mio ragazzo, aveva questa casa un po’ distante, a Frazione di Sentino, che aveva resistito al terremoto ma comunque vicina alla terra che amo. Ho deciso di rimanere con lui. Ogni tanto ci provano i miei a dirmi “perché non vieni al mare?”, magari hanno anche un po’ paura, ma la mia vita è qui e io non me ne voglio andare».
Proprio grazie a questo attaccamento al suo territorio, Caterina insieme ad altri ragazzi ha deciso di fondare l’associazione “Io non crollo – Camerino”.

Camerino, la zona nuova
Camerino che non crolla

Il progetto principale è quello di costituire un vero e proprio quartiere per le oltre cento associazioni che rendevano viva Camerino: un centro polifunzionale con funzione di auditorium per eventi culturali, teatrali, musicali, sportivi e di intrattenimento insieme a strutture più piccole, da usare come sedi. Sono già stati raccolti 250.000 euro. «Questa cifra sembra un’enormità ma non è molto perché basta solo per l’urbanizzazione dell’area. Ora sembra che ci sia la possibilità di avere il palazzo, inutilizzato e abbandonato, della Comunità montana, accanto a quello della scuola di Maurizio Cavallaro. Abbiamo fatto la richiesta e aspettiamo una delibera formale ma siamo speranzosi che venga accettata». All’interno c’è molto da rifare: «Ci sono gli tutti gli impianti, gli infissi… ma almeno si comincia da qualche parte. Questo è il momento più difficile del post terremoto – conclude Caterina – perché uno vorrebbe avere qualcosa di concreto da mostrare e invece… Tutto procede a rilento, la burocrazia ci ammazza. Quando abbiamo iniziato con “Io non crollo” eravamo duecento ora solo settanta, ma veramente attivi saremo in venti. In giro c’è tanta tanta delusione e depressione». Anche perché l’unica “normalità” per le zone del post sisma continua ad essere, nonostante le molte promesse, quella dell’eco nelle strade.