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La cittadinanza è un test per la classe dirigente

Stranieri in patria

Un Paese di emigranti, che non sa accettare gli immigrati. Questa è l’Italia, fragile e impaurita. La mancata approvazione della legge per riconoscere il diritto di cittadinanza a 800.000 ragazzi, che già da anni vivono insieme ai nostri figli, getta un’ombra inquietante su una legislatura che pure è stata forse la più prolifica sul tema dei diritti. Unioni civili, parità di diritti per i figli naturali, testamento biologico, reato di tortura, divorzio breve, femminicidio e tutela degli orfani di crimini domestici, tutela dei figli disabili “dopo di noi” fanno dell’Italia un Paese più maturo e più moderno. Eppure per la cittadinanza no. Perché?

La legge in vigore risale al 1992 e normalizza il più grande paradosso del nostro Paese, che riconosce la cittadinanza ai discendenti di italiani emigrati 100 anni fa, che non parlano la nostra lingua e mai sono venuti in Italia, ma non a chi qui lavora, studia, paga le tasse, e condivide cura del territorio e cultura.

Della necessità di una nuova legge se ne parla dal 1999, quando l’allora ministra agli Affari sociali Livia Turco presentò una disegno di legge che introduceva lo ius soli. Ci riprovò il ministro dell’Interno Giuliano Amato nel 2006. Niente! Perfino una proposta bipartisan (Sarubbi-Granata) nel 2009 si bloccò, l’anno successivo, alla vigilia delle elezioni regionali. Oggi, dopo l’approvazione alla Camera nell’ottobre del 2015 della legge su ius soli temperato e ius culturae, tutto si è insabbiato al Senato. Perché?

È solo per calcolo elettorale, per evitare un rischioso voto di fiducia? Le ragioni sono solo dentro il Palazzo? Io non credo. C’è dell’altro. C’è una resistenza storica e culturale, un atavico provincialismo che ci colloca ai margini della modernità e ci impaurisce di fronte ai cambiamenti. Un limite culturale, prima ancora che politico, che crea un mercato elettorale e un Paese chiuso, rancoroso, succube di diffuso razzismo.

Così facendo si condanna l’Italia (e l’Europa) alla marginalità, se è vero quanto sostiene anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker, che “entro il 2050 potrebbero diventare 250 milioni i rifugiati a causa dei disastri naturali provocati dai cambiamenti climatici”, per non parlare degli effetti delle guerre. E i Paesi più a rischio sono quelli africani, che inevitabilmente si affacciano sul Mediterraneo.

Le migrazioni non finiranno, e un paese che confonde l’accoglienza con il diritto di cittadinanza (come è stato fatto in questi mesi) si dimostra incapace di guardare avanti. I migranti oggi sono un potente fattore di innovazione nel nostro Paese, e avere una legge che riconosca lo ius soli e lo ius culturae può solo far bene, dare certezze, creare coesione sociale e ridurre i conflitti. Un primo gradino da compiere nei primi mesi della prossima legislatura, che ci darà la misura di quale classe dirigente avremo.

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