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“La barca a vela è come il mondo, in poco tempo comprendi che i problemi sono gli stessi”

Giovanni Soldini, intervista

Bisognerebbe imparare dalla vita in barca a vela per rispettare il pianeta. A sostenerlo è Giovanni Soldini, velista, campione di regate oceaniche, famoso per le sue traversate in solitaria: questo mezzo di navigazione è un po’ come il mondo, secondo Soldini, «un microcosmo da autoregolare» perché si può imparare da subito come consumare meno acqua ed energia, come essere attenti all’ambiente. Dal suo “osservatorio privilegiato” Soldini ha deciso di diventare testimonial della campagna di Legambiente “Tartalove”, per la tutela delle tartarughe marine. «I rifiuti di plastica in mare sono un tema a me molto vicino, è facile parlarne, sono diventati un ostacolo anche per la navigazione. Il mare purtroppo è percepito “di nessuno” e tutti fanno quello che vogliono: è tremendo. Nessuno si sente responsabile di ciò che si abbandona o si perde in mare. Ci è successo di trovare delle boe naviganti, di due-tre metri di diametro: puoi anche affondare se ti scontri. Poi ci sono le navi che perdono addirittura container…»

Quali sono le situazioni più critiche che ha incontrato in mare?
Non ce ne è una in particolare, sicuramente il Pacifico è quello che sta messo peggio perché accanto ci sono la Cina, tutta l’Indocina, gli Stati Uniti, Paesi non certo campioni di ecologia. Senza contare l’impatto dello tsunami in Giappone. Poi esiste una corrente, a nord delle Hawaii, che raduna tutti questi oggetti. Il fenomeno è molto cresciuto semplicemente perché sessanta anni fa la plastica non c’era. Quando avevo vent’anni c’era stato molto meno tempo di produzione, era rarissimo “incontrare” plastica in mare. In questi ultimi tre mesi abbiamo perso il timone 3 volte, urtando contro qualcosa che non abbiamo identificato. Se vai addosso a un copertone di una macchina, basta e avanza per staccare il timone.

Ci può raccontare com’è la famigerata “isola di plastica” del Pacifico?
Non è una vera e propria isola ma si tratta di un’alta concentrazione di rifiuti. Non si rimane incagliati, non è così densa, ma spesso ci si scontra con qualcosa. Ci sono zone in cui navighi velocemente e, ogni 30 secondi, vedi una cosa che ti sfila di fianco che può essere una rete, una lampada, una cima galleggiante, la cassetta dell’acqua. Poi, nel substrato, ci sono i pezzi più piccoli che non si vedono. Si tratta di un’area che è tre volte la superficie della Francia, le correnti radunano i rifiuti in quel luogo specifico.

Tecnicamente potrebbero essere recuperati?
C’è la fondazione The ocean cleanup che vorrebbe ripulire questa massa di rifiuti plastici: propone un metodo passivo su larga scala per rimuoverli in prossimità o all’interno dei vortici oceanici attraverso un sistema alla deriva galleggiante lungo 1-2 chilometri, rallentato da un’ancora galleggiante a circa 600 metri di profondità. Un pannello rigido al di sotto del tubo galleggiante, se tutto dovesse funzionare, catturerà e raccoglierà i frammenti poco sotto la superficie. Questi sistemi a forma di “U” si sposteranno liberamente nel vortice subtropicale del nord Pacifico e concentreranno la plastica verso un punto centrale, dove potrà essere estratta da navi ausiliarie che la porteranno poi sulla costa. Una soluzione intelligente perché non consuma, non impatta.

Com’è cambiato il mare in questi anni?
C’è un peggioramento generale dello stato del pianeta, non solo per quel che riguarda il mare. È dovuto al fatto che c’è molto più sviluppo, molta più gente in giro. Io la prima volta che sono stato in Turchia, a Marmaris, c’erano solo due barche, adesso ce ne sono duemila. Tutti questi problemi sono figli del fatto che la popolazione è più che raddoppiata negli ultimi decenni, ed è cresciuto il numero di persone che ha visto migliorare le proprie condizioni di vita. Il problema dell’inquinamento, se non governato, è destinato a centuplicarsi: non bisognerebbe bandire solo i cotton fioc, (si riferisce alla campagna di Legambiente “Spiagge pulite”, ndr)… comunque un passo avanti, anche se limitato alla sola Italia. Purtroppo anche persone di alto livello culturale non si rendono conto dell’impatto delle loro azioni: non si può mantenere sempre tutto uguale. In vacanza vado in barca a vela e mi ritrovo sempre a litigare con le persone che sono con me per convincerle a bere l’acqua desalinizzata e non dalle bottiglie di plastica. Tutti quelli che arrivano ogni giorno ad esempio a Lipsi, in Grecia, riversano in quest’isola del Mediterraneo tantissima plastica: ci saranno cento barche con dieci persone a testa che usano minimo due bottiglie a testa. In un mese si riempie l’isola di bottiglie di plastica. In generale nei posti in cui vai in vacanza, che non sono attrezzati a ricevere un’affluenza enorme, l’unica maniera è rinunciare ad una tua abitudine, o cambiare posto.

Il mondo della vela potrebbe essere più impegnato in iniziative per la protezione dell’ambiente?
La barca a vela è come il mondo, in poco tempo si può comprendere che i problemi sono gli stessi. La scarsità dell’acqua: se inizi a farti la doccia tutti i giorni l’acqua finisce. La pattumiera è un altro problema enorme: se stai un po’ in un ambiente naturale, la devi gestire. Devi produrre meno rifiuti possibili, stare attento a non buttare la roba in mare, fare la differenziata. L’altro problema è l’energia: per il desalinizzatore bisogna accendere il generatore, bruciare il gasolio, fare rumore. Quindi la priorità è avere energie rinnovabili: presto però ci si accorge che bisognerebbe avere chilometri quadrati di pannelli solari se non si abbassano i consumi. La barca è un perfetto esperimento, un microcosmo che si deve autoregolare, dove tu sei il capo e lì non si discute (ride).
Il dramma è che è pieno di gente che non si vergogna ad andare in baie incontaminate e tenere il generatore acceso 24 ore su 24. Con le lampade che illuminano sotto la barca, l’aria condizionata…
I velisti sono più attenti, il lavoro più grande da fare è sul mondo dei motoscafi.

Un vademecum del buon navigatore?
Porsi il problema dei consumi. Basti pensare che un motoscafo di 20 metri brucia 1.500 litri di gasolio in un’ora. Mi sconvolge il fatto che chi è ricco e ha accesso alla cultura, ha tempo di informarsi e non si ponga il problema… Tutte le persone sono abituate all’aria condizionata, al freezer… E gli “spreconi” diventano pure dei modelli di riferimento.

Come si può rendere un cambiamento del genere desiderabile?
Bisognerebbe iniziare a dire che comportandosi in maniera diversa si starebbe meglio. Vivere con qualche compromesso, rinunciando a quelle che si considerano “comodità”, rende alla fine molto più liberi. Non è semplice farlo, è un salto di percezione. La costruzione degli yacht è per il 60% in mano italiana: molte aziende stanno iniziando a proporre delle barche a motore con una filosofia più rispettosa. Sono barche non plananti ma a semidislocamento: vanno a 11 nodi e non a 18 e, grazie a questo, consumano un decimo. Stanno anche iniziando a introdurre pannelli solari e batterie. Gli impianti standard, come nei camper d’altra parte, sono tutti a 220 V, quindi serve sempre un generatore. Bisogna insomma cambiare l’impiantistica interna.

Sta notando un cambiamento nel mondo della nautica?
È un’intera cultura che bisogna cambiare, è questo il difficile. Quello che succederà, probabilmente, è che sarà la natura a far cambiare le cose. E lo farà maniera decisamente più veloce.

Elisabetta Galgani
Elisabetta Galgani è una giornalista professionista, da anni si occupa di ambiente, cultura e questioni di genere. Dal 2003 è redattrice alla rivista e al quotidiano online de La Nuova Ecologia. Ha collaborato tra gli altri con Left-Avvenimenti e Paese sera e come autrice a Raitre e Raisat ragazzi. Presidente dell’associazione culturale Marmorata169, si occupa di comunicazione culturale e, per passione, di cinema.

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